
Molti grandi romanzi fantasy (come la stragrande maggioranza delle opere letterarie di rilievo, di qualsiasi genere) sono, effettivamente, lasciti; Il Signore degli Anelli su tutti. Quando li leggi puoi provare, oltre alle naturali sensazioni generate dalle vicissitudini dei personaggi, una gamma supplementare di emozioni riguardanti l’opera in sé che comprendono ammirazione (in certi casi addirittura “venerazione”) e rispetto. La proverbiale strada che conduce all’emulazione, insomma. E di emuli è piena la letteratura fantasy: molti cicli non sono altro che rivisitazioni e interpretazioni di altri cicli. Anche opere originali e innovative come le avventure di Elric di Melnibone nascono in realtà in contrapposizione, in risposta a opere già esistenti (Elric in particolare nasce come “negativo” di Conan). Ma tornando al discorso iniziale... un lascito è qualcosa di grandioso, qualcosa che ti permette di identificare velocemente le tue passioni e incanalarle in una tradizione prestigiosa... ma ogni lascito difetta di un solo, piccolo particolare: non lo hai vissuto. Immaginate di aver letto “La Compagnia dell’Anello” nel lontano 1954... la sensazione di essere di fronte a qualcosa che segnerà la storia della letteratura e darà il via a un vero e proprio filone. Non so come spiegarlo... è di più che essere semplicemente dei lettori, è come sentirsi parte del cambiamento, sentirsi a bordo del vascello. Raramente ho avuto la sensazione di vivere la storia del genere fantasy... molto più spesso ho avuto la sensazione di rivivere qualcosa che avevo già attraversato, in altre pagine. E non è una cosa sgradevole, per carità... Terry Brooks e il suo interminabile Ciclo di Shannara ne sono l’esempio. I romanzi dello scrittore americano, soprattutto i primi, sono e restano letture gradevoli e appassionanti, benché, questo duole ammetterlo, prive di originalità.
Originalità che non difetta senz’altro al ciclo della Torre Nera, di Le Roi.
Quando lessi il primo romanzo, “L’Ultimo Cavaliere” avevo sedici anni: si trattava della primissima edizione italiana e, al tempo, manco sospettavo che fosse il primo mattone di una lunga saga... in effetti, sulla copertina dell’edizione che custodisco ancora gelosamente, non si fa riferimento alcuno alla Torre Nera.
Un piccolo break per parlare del mio rapporto con Stephen King. E’ uno scrittore che ho sempre amato. Non riesco a finire un suo romanzo da una decina d’anni circa (dai tempi de “La Torre Nera”, appunto), ma ciò non toglie che lo abbia sempre amato. Avevo quattordici anni quando lessi “Pet Sematary”: riuscì a non farmi dormire, bissando l’impresa che prima di allora era riuscita soltanto a un film: “L’Esorcista”. Sono stato un fedele sostenitore del Re per anni: in età adolescenziale, mi sono commosso profondamente alla fine di “It” (e pensare che dopo le prime sessanta pagine volevo abbandonarlo!) al punto di metterlo nella top ten dei miei romanzi preferiti di sempre. “L’Ombra dello Scorpione”, “La Zona Morta”, “Misery” sono altre tre torce che rischiareranno in eterno la galleria dell’ingegno umano, tre falò accecanti accanto ai quali ardono molte altre piccole fiammelle... romanzi e, soprattutto racconti (forma letteraria in cui il re è micidiale al pari di una altro suo illustre collega... l’Uomo del Texas!) che compongono un universo creativo improntato alla più assoluta originalità.
Ma la Torre Nera è qualcosa di più, beibi. La Torre Nera è fantasy. E’ facile accreditare King fra i maestri dell’horror... viene un po’ meno naturale farlo col fantasy. Ma è questo che è. La Torre Nera non paga debito nei confronti di nessun romanzo fantasy precedente... certo, qua e là sono disseminati omaggi ad altre saghe fantastiche... ma omaggio ed emulazione sono due arti ben distinte e non assimilabili. Nella Torre Nera King ha inserito elementi disparati provenienti dall’immaginario tipico americano e, in larga parte, occidentale, ha affrescato un universo unico in cui vanno a braccetto Sergio Leone, Il Mago di Oz, l’incubo nucleare, gli anni delle tensioni razziali, gli anni dell’eroina, Shakespeare, Robert Browning, il Ciclo Arturiano, I Beatles e chi più ne ha più ne metta. Tutto in perfetto equilibrio, tutto saggiamente dosato.
Quando lessi per la prima volta “L’Ultimo Cavaliere” compresi all’istante di stare finalmente vivendo la storia del fantasy: stavo cavalcando la tigre, ero a bordo. Avrei potuto dire di aver vissuto una stagione gloriosa per il mio genere letterario preferito e questo, signori miei, è qualcosa che trasmette tanta, tanta euforia.
Per ammissione stessa del Re, la Torre Nera non è stato un ciclo studiato a tavolino; si è trattato bensì di un’opera in divenire, i cui tasselli sono andati a comporsi un po’ alla volta, nel corso degli anni. Stephen King è partito da un’immagine e ha cominciato a disegnare intorno ad essa, ispirato il più delle volte da ciò che stava accadendo nella sua vita... con ogni probabilità, si tratta della sua opera più sentita e viscerale. E’ evidente che all’inizio del lungo viaggio di Roland, il narratore avesse le idee confuse sul passato del suo personaggio, su Gilead, sul Medio-Mondo, sulla Torre Nera stessa.
Per sua stessa ammissione molte cose le avrebbe scoperte solo in seguito.
Ma andiamo con ordine: tutto inizia con Roland Deschain, ultimo Cavaliere di un mondo che “è andato avanti”, ultimo discendente di una dinastia di custodi della pace che risaliva al leggendario Arthur Eld (Re Artù). All’inizio sappiamo solo che il regno di Roland (Gilead, una versione western di un reame feudale) e i suoi Cavalieri (I Pistoleri) sono caduti e che l’unico superstite è in marcia attraverso un mondo devastato in stile Mad Max (il Medio-Mondo) verso un luogo mistico (La Torre Nera, perno di tutti i mondi e tutte le dimensioni) nella speranza di dare una raddrizzata al tutto. King ha detto che la prima fonte d’ispirazione per tutta l’epopea è stata il poema “Childe Roland to the Dark Tower came” di Robert Browning... una dichiarazione che già lasciava presagire una sorta di discesa nell’incubo, un viaggio folle avanti e indietro nei piani di esistenza della realtà e nell’animo umano. Ma, come già detto, le influenze sono molteplici.
Come in ogni romanzo fantasy che si rispetti, Roland intraprende, appunto, un viaggio... e non lo fa da solo, bensì con la proverbiale “Compagnia”, chiamata qui Ka-Tet, termine che sta più o meno a significare “gruppo di persone accomunate dallo stesso destino”. King riscrive però questo topos del fantasy intrecciandolo con tematiche più fantascientifiche come il viaggio nello spazio-tempo: i suoi compagni di avventura (Eddie, Susannah e Jake) provengono infatti dalla nostra Terra e da epoche differenti (l’eccezione è Oy, un bimbolo, una specie di procione-opossum più sveglio, una creatura originaria del Medio-Mondo). Roland e il suo Ka-tet andranno avanti per ben sette romanzi... e conoscendo la proverbiale abbondanza creativa del Re succederà praticamente di tutto.
Io scinderei i romanzi in due grossi tronconi: quelli precedenti il tragico incidente del 22 giugno 1999, in cui King rischiò la vita (L’Ultimo Cavaliere, La Chiamata dei Tre, Terre Desolate e La Sfera del Buio) e quelli successivi (I Lupi del Calla, La Canzone di Susannah e La Torre Nera).
I primi quattro comparvero a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, mentre gli ultimi tre uscirono nel giro di un anno e mezzo (dal 2003 al 2004), dopo una pausa di cinque anni dal quarto.
Il Primo Blocco – L’Età dell’Innocenza
“L’Uomo in Nero fuggì nel deserto, ed il pistolero lo seguì”.
L’incipit è di per sé leggendario. Una riga in cui si può condensare già tutta la tensione, una sinossi involontaria e perfetta di quello che ci aspetterà nelle prossime pagine. L’Ultimo Cavaliere è il romanzo più “ingenuo” della serie. King lo scrisse da giovane e difatti contiene molti difetti tipici della gioventù: frequenti e sconsiderati voli pindarici e tanta, forse troppa, voglia di stupire. In seguito, alla vigilia della trilogia finale, il Re ne avrebbe dato alle stampe una versione riveduta e corretta, aggiornata secondo la cosmologia da lui stesso creata e definita negli ultimi anni. Ma la prima versione del romanzo resta un magnifico sfoggio di creatività con punte che sconfinano addirittura nel delirio (il confronto finale tra Roland e Walter o’Dim, sulla spiaggia del Mare Occidentale). Si tratta di un romanzo relativamente breve, più asciutto rispetto ai canoni di King, ma denso di personaggi e situazioni memorabili. Quando lo lessi per la prima volta rimasi oltremodo affascinato dalle parti in cui veniva descritto il medioevo western in cui era cresciuto Roland: l’addestramento sotto le ruvide cure di Cort, il rito di passaggio dei Pistoleri... era semplicemente geniale. Se c’è una parola che può definire il genere western è “mitico”... sposare western e medioevo fantasy era un passaggio logico, ma solo King è riuscito a farlo con tanta maestria. Nei romanzi successivi, “La Chiamata dei Tre” e “Terre Desolate”, il Re ha preferito concentrarsi sul viaggio di Roland introducendo uno stuolo di creature e personaggi impareggiabili: Eddie, Susannah/Detta Walker/Odetta Holmes, le Aramostre, Jack Mort e quello che resta uno dei suoi cattivi meglio riusciti... Blaine il Mono. Perché un duello tra un pistolero e un treno senziente, beh... non so quante volte si sia visto. Il medioevo fantasy che tanto mi aveva affascinato è tornato però nel quarto volume “La Sfera del Buio”: capitolo quasi interamente dedicato alla giovinezza di Roland e al suo grande amore: una vera e propria abbuffata per chi, come me, aspettava quella storia da quasi dieci anni. I primi quattro romanzi condividono, oltre a una discreta distanza temporale nel concepimento, una sorta di crescita creativa... siamo partiti sapendo poco e nulla del mondo e del viaggio di Roland e, un volume alla volta, le cose hanno cominciato piano piano a delinearsi... come se lo scrittore si stesse chiarendo le idee col passare degli anni, in un percorso logico e creativo che andava di pari passo con la sua esperienza. Il concetto di Torre come perno diventerà focale per capire non solo il ciclo del ka-tet di Roland, ma anche tutta l’opera kinghiana. Se gli universi ruotano intorno alla Torre Nera, tutti i romanzi di King hanno cominciato ben presto a ruotare attorno a questa saga. Anche le opere antecedenti all’Ultimo Cavaliere hanno finito per confluire in quest’universo narrativo e personaggi, luoghi e situazioni visti precedentemente e in seguito hanno torvato modo di allacciarsi a questa gigantesca epopea. E allora ecco tornare Randall Flagg de “L’Ombra dello Scorpione” e Padre Callahan de “Le Notti di Salem” mentre citazioni al mondo della Torre sono facilmente rintracciabili ne “Il Talismano”, “La Casa del Buio”, “Insomnia” e perfino in “It”.
I primi quattro romanzi del ciclo restano il prodigio, la meraviglia, il vero cuore pulsante della saga... una pietra miliare del fantasy a cui ogni appassionato del genere non potrà fare a meno di guardare in futuro.
Il Secondo Blocco – L’Età della Ragione.

Se per leggere i primi quattro romanzi della saga avevo dovuto penare una decina d’anni e passa, gli ultimi tre me li sono potuti sbaffare in un anno e mezzo. Tanto ha separato l’uscita de “I Lupi del Calla” da quella de “La Torre Nera”. Comincio dicendo una cosa che a molti fan di King potrebbe non andare giù, ma tanto vale essere chiari fin da subito: mi sono piaciuti pochetto. Per l’amor del cielo, ne riconosco l’importanza, l’originalità, ma trovo che manchino della componente che mi aveva fatto appassionare al Primo Blocco: il buzzo. La trilogia finale sembra scritta più di testa che di buzzo e sembra scritta troppo in fretta. Anche qui, non fraintendetemi... scritta in fretta non vuol dire scritta male. Solo che si è passati da quattro volumi dilazionati in quasi vent’anni (volumi in cui, ribadisco, si notava una crescita coscienziosa dell’opera), a tre volumi in un battito di ciglia. Molte delle idee disseminate nella trilogia finale potevano essere approfondite con più cura e più calma... mi sento di dire che in certi capitoli ci sia tanta di quella carne al fuoco, ma tanta di quella BUONA carne al fuoco da cavarne fuori almeno un altro romanzo... idee fantastiche che invece sono state disgraziatamente condensate. Altre parti, di contro, mi sembrano più appiccicate lì per far tornare i conti o perché in quel momento a King sfagiolava quella trovata in particolare. Insomma, potevi aspettare, Stephen. E poi, il finale... il finale non mi è andato giù. E il fatto che tu ti sia preso addirittura un capitolo per spiegarmi che quello era il finale (e pace all’anima di noi poveri stronzi che ti abbiamo seguito per tutti quegli anni) vuole dire che non eri convinto neanche tu. E puoi inventarti tutti i giri di parole che vuoi, puoi addirittura scaricare la colpa su di me (cosa che hai fatto)... ma ciccio bello, tu sei lo scrittore e sei libero di scrivere quello che ti pare, è sacrosanto... e io sono il lettore e sono libero di mandarti affanculo, capisci, aye? Che molta gente si è privata di qualcosa per i tuoi romanzi e tu non puoi permetterti di scaricare il barile su di noi se ti è venuto in mente un finale del cazzo. Quindi, abbassa di molto il crestino, intesi? E la prossima volta che ti sale la spocchia perché non sai cosa fare, invece di accampare penose giustificazioni condite da banalità tipo “l’importante è il viaggio, non la meta”, apri l’ultima pagina de “Il Signore degli Anelli” e prova a pensare a Sam davanti alla porta di casa, prova a metterti al suo posto e ripensa a tutti i brividi che hai provato quando hai letto quelle ultime, semplici parole: “Sono tornato”, disse.
Vabbè, perdonate lo sfogo. E ripeto, questo è il mio punto di vista e non danneggia minimamente la stima e la considerazione che ho di un’opera che reputo assolutamente seminale.
Il Terzo Blocco – Finché c’è vita...
Fra poche settimane uscirà l’ottavo romanzo della saga. Sì, avete capito bene e forse lo sapevate già. Non stiamo parlando di un’operazione come la riduzione a fumetti messa su con l’aiuto di Mamma Marvel (operazione che al tempo avevo recensito qui). Non si tratterà di un racconto lungo come “Le Piccole Sorelle di Eluria” pubblicato nella raccolta “Tutto è Fatidico”. Si tratterà di un vero e proprio romanzo: Il Vento attraverso la Serratura. Qui potete leggere le prime cinque pagine.
Io un’idea me la sono fatta e sono sicuro che questo ottavo capitolo sarà bellissimo. Volete sapere perché? Perché era impossibile che dopo la corsa a perdifiato dei tre volumi finali, con tutte le loro imperfezioni, il Re ci avesse raccontato tutto sul Medio Mondo. E perché stavolta ha fatto le cose con calma e non ha risposto a nessuna urgenza, se non quella naturale di uno scrittore che sente di doverci narrare qualcosa. Tra l’altro, si tratterà di un romanzo che andrà a incastrarsi tra La Sfera del Buio e I Lupi del Calla; non sarà un seguito. Così, mentre il progetto per una serie cinematografica o televisiva continua a rimpallare di studio in studio con il buon Ron Howard a fare da garante (le ultime notizie vogliono la HBO interessata alla realizzazione... e visto l’ottimo lavoro fatto con Il Trono di Spade c’è solo da incrociare le dita) King se ne esce con questo colpo a sorpresa che alimenterà senz’altro l’alone di leggenda che già permea la sua meravigliosa saga. Ormai, a tutti gli effetti, un nuovo lascito della letteratura fantasy.
