mercoledì 20 novembre 2013

Lucca 2013 Report


Quest’anno ho ritardato di brutta maniera il mio consueto report su Lucca Comics per vari motivi: primo fra tutti che non ce ne avevo voglia. Evabbè, succede.
Poi, onestamente, non c’è molto da reportare che potrebbe interessare: voglio dire, mi sono divertito, più dell’anno scorso. Ho venduto più fumetti dell’anno scorso. Ho girottolato anche un po’ la fiera e non succedeva da un paio d’anni. Insomma, il report di Lucca 2013 è duepuntiapertelevirgolette sono stato bene. Amen. Qualcosa di più specifico? Okkei.

Crazy Camper

Allora, come dicevo abbiamo venduto più roba rispetto all’anno scorso, quasi il doppio. Ma paradossalmente abbiamo incassato di meno. Perché direte voi? Perché abbiamo deciso di vendere tutti gli albi a 5 euri l’uno (tranne l’ultimo Bren, a 10). Ma la priorità numero uno a questo giro era far girare i fumetti. Facciamo un passo indietro: il Camper era uscito con le ossa rotte da Lucca 2012. Diciamo le cose come stanno, avevamo cannato di brutto. Mi ero illuso di poter ripetere le performance dell’Area Napoleone, nel 2011, e ho ben pensato di strafare: quattro volumi. Bene, la batosta rimediata mi ha fatto rientrare prontamente in carreggiata. Uno: il Giglio non è Napoleone. Padiglione centrale, sì, padiglione carino, sì, ma ho la sensazione che resti un po’ un’area di serie b, almeno per chi promuove fumetti. Quest’anno ne ho avuto la conferma: la flessione rispetto alla gloriosa stagione del Napoleone si è ripetuta. Due: Tommy, tu non sei la Panini.  Ma nemmeno di striscio. Non puoi permetterti di cagare fuori 4 volumi al colpo. Il 99% della gente che gira in fiera non sa manco cosa sia il Crazy Camper (ed è una stima generosa). Tre: i conti senza l’oste sono belli solo che c’è un problema... di solito arriva l’oste. Avevo creduto/sperato/auspicato che chi avesse preso i primi volumi di una nostra serie tornasse per le novità. Ecco, no. La fidelizzazione (oddio che parola oscena) non c’è stata. O almeno c’è stata ma non abbastanza da giustificare i miei entusiasmi. Mi duole per chi quest’anno ha cercato il volume 4 di Evo o il 2 di Teenage Mummy, ma la possibilità di finire gambe all’aria è stata concreta assaje: vi prego di portare pazienza e aspettare giorni migliori. Non ho l’abitudine di lasciare le cose in sospeso e Madadh lo dimostra.
Insomma questo giro è stato all’insegna dell’austerity ed è stata una saggia scelta: il Crazy Camper avrà un futuro. Fosse stato per me avrei stampato una forse altre due robe e ringrazio Ambra che mi ha ferocemente dissuaso  paventando perfino divorzi. Ma ribadisco, questa scelta ha salvato la baracca.

Dieci Anni di Camper... who gives a fuck?!

Per confermare la crescente popolarità del Camper ho chiesto all’organizzazione di Lucca di mettere in calendario un incontro per parlare con aficionados o eventuali interessati delle nostre novità. L’incontro si è tenuto Domenica 3 alle 14 in Piazza San Martino. Cioè, l’incontro NON si è tenuto perché come sospettavo nessuno voleva sentire le novità. Ma proprio NESSUNO. E quando dico nessuno intendo... insomma non c’era un cane e ho le prove.
Ma del resto i nostri aficionados se vogliono sapere qualcosa possono venire a chiedercelo direttamente allo stand e in contemporanea, se non sbaglio, c’era tipo la conferenza di Dragonero e su questo non ci son dubbi... il Dragonero i Gattineri se li magna a colazione!

Lucca Gamez, mammamiaqualcunomiaiuti

E finalmente ho fatto un giro ai Games! Anzi, due! Uno il primo giorno e uno l’ultimo. Ho comprato anche roba! Per esempio ho comprato un gioco di cui sentivo parlare da secoli. Pathfinder di qui, Pathfinder di là! Io lo apro e mi scappa un “cazzo, ma è la prima edizione dell’ad&d, riveduta e corretta”! Il commesso mi fa notare che semmai è la TERZA edizione dell’ad&d riveduta e corretta. Io sto per rispondergli che quando giocavo ad ad&d io era ben lontana la sera in cui suo babbo non è andato al biliardo per restare con mammà, ma ero troppo eccitato per fare lo stronzetto. Così ho preso ‘sto Pathfinder e sto provando la gioia di passare le sere a leggermi un manuale di gdr stravaccato sul divano! Meraviglioso.
Poi sono finito anche allo stand della PS3/4 ma fra la luce blu, la musica tunz-tunz, i settantamila monitor che buttavano fuori settantamila  videogiochi diversi quando sono uscito mi è sembrato di uscire dal Baraonda alle 4 del mattino. Ma vabbè, i Games sono davvero la parte più bella di Lucca... certo magari ci vuole un po’ il fisico per reggerli. Un altro episodio carino è stato quando una standista dalla quale avevo preso dei manuali continuava a parlarmi e a infilarmi roba nel sacchetto e io annuivo come un imbecille non sentendo assolutamente nulla nel frastuono generale. Alla fine ho dovuto farmi forza e dirle: “Scusa, ma non ho capito una mazza di cosa mi hai detto! Spero che nel sacchetto non ci sia nulla di compromettente!”
Un’altra volta ancora ho visto un tipo ribaltare sedie e tavolini per un tiro sbagliato durante una battaglia cruciale a Warhammer Fantasy Battle! Che emozioni, gente! Ed è una cosa che potrei fare tranquillamente anch’io!
Ci vuole il fisico per i Games, ragazzi! Beato chi ce l’ha!

Scene da Lucca – Il Ristorante

Venerdì sera andiamo mangiare a ‘sto ristorante cino-giapponese. Siamo in 25. E vabbè, in 25 sai che ci sarà da aspettare un pochino e ti prepari. Entriamo e il posto è PIENO, stipato, zeppo. Ci sediamo fra mille difficoltà per decidere chi sta dove. Ma alla fine ce la facciamo. Io sempre più angosciato osservo due gabibbi al tavolo accanto che ordinano montagne di roba mettendo a dura prova la velocità dei velocissimi cuochi.  Fra me e me penso: “non mangerò mai.” Nel frattempo arriva la cameriera: la ragazza vede la nostra gigantesca tavolata, sorride garbatamente, lascia i menu e scappa via. Ritorna pochi istanti dopo con un quadernone. Me lo porge con il solito sorriso e dice: “I menu ce li avete. Ora l’ordine prendetevelo da soli!”

Una perplessità...

MA PERCHE’ CAZZO NON VENDO TEENAGE MUMMY!!! Ma che vi prende, gente? E’ un fumetto pazzesco, incredibile! E’ una figata terrificante, una festa per gli occhi e per la mente! Vabbè, sì lo dico io che sono lo scrittore/editore! Ma basta sfogliarlo, maremma maiala! Cazzo, ma cosa ha la gente? Gli occhi foderati di uova fritte foderate di prosciutto foderato di formaggio? A 5 euri, poiiiii!  Non ho parole.

Perché faccio fumetti.

Perché mi piace. Perché mi piace stare con gli amici. Stop. Perché  mi piace passare tutto l’anno a parlare con loro e argomentare con loro per poi ritrovarsi a Lucca e festeggiare tutte le sere e dormire due ore a notte. Perché tutti i giorni ci penso e penso che sono fortunato e che il Camper è una delle idee migliori che abbia mai avuto. Non c’è molto da reportare, gente. E’ tutto qui.
Che vi piaccia o che non vi piaccia.
E’ davvero tutto qui.

sabato 31 agosto 2013

Storie di Espiazione estrema – L'eroe nel cinema di Nicola Winding Refn

Che il cinema della grande distribuzione (non il Grande Cinema, badate bene) sia ogni giorno più piatto delle mie chiappette nessuno ne dubita e ne può dubitare... gli anni 2000 sono piombati come un grosso wrestler lanciato dal piloncino di un ring su qualsivoglia velleità artistica spiaccicandola inesorabilmente al tappeto. Spesso e volentieri mi capita di assistere a visioni in cui soggetti potenzialmente molto interessanti vengono stiracchiati e deturpati per rientrare in certi canoni estetici e narrativi, col risultato che un film potenzialmente molto buono viene ridotto a una piacevole visione o poco più, nel migliore dei casi. In mezzo a questo scenario desolante sopravvivono pochi maestri (Scorsese e Eastwood su tutti), alcuni veri e propri mostri (Haneke) e degli outsider che riescono misteriosamente a sgusciare via dal rullo compressore generale. Uno di questi, Nicola Winding Refn, ha colpito particolarmente il sottoscritto. Un po' perché molti dei temi (in particolare il tema di questo post) sono comuni ad alcune delle mie produzioni dentro e fuori il Camper e un po perché, oggettivamente, l'amico danese ha un occhio micidiale. Ma andiamo con ordine.

La Violenza come Pura e Assoluta Forma di Perdono.

Non arriverei a dire che la violenza dei film di Refn sia gratuita... ma che sia in prezzo di saldo, questo sì. Il regista danese si è fatto conoscere principalmente per la presenza massiccia di episodi di ferocia estrema nelle sue pellicole. Non che sia una cosa che mi dia particolarmente fastidio: anche Tarantino indulge spesso e volentieri in questo gioco, magari spostando tutto su un piano più grottesco e “goliardico”. Nei film di Refn la violenza è spietata, la brutalità fredda. Ci sono alcuni elementi visivi che accompagnano con ricorrenza l'immaginario del regista: il colore rosso (a quanto pare legato al suo daltonismo), le mani. E poi c'è la violenza. Quasi tutti i suoi protagonisti la perpetrano in dosi più o meno massicce e sempre in dosi più o meno massicce, prima o poi, la subiscono. Il tema ricorrente è sempre lo stesso: l'espiazione. La ricerca sistematica e ossessiva di una qualche forma di perdono; un tema che, da uomo cresciuto con una solida educazione di stampo cattolico, comprendo molto bene. A volte non è ben chiaro da cosa scaturisca questo bisogno del protagonista, a volte sì... Fatto sta che potremmo tranquillamente definire il cinema di Refn come Cinema del Perdono. Tre film sono emblematici in questo senso, tre opere che, ovviamente, vi consiglio caldamente di guardare, sempre che, da bravi ragazzi, non l'abbiate già fatto.

Valhalla Rising – Il Ragnarok secondo Nicolas

Nella mitologia germanica Odino è considerato il padre degli Dei. E' anche il Dio della Guerra e, cosa più importante, della Conoscenza. Si narra che Odino avesse addirittura sacrificato il suo occhio sinistro per un po' di saggezza in più; questo gli era valso, tra gli altri, il soprannome di “Guercio”. Anche al protagonista di Valhalla Risnig manca, guarda caso, l'occhio sinistro. Ma non è Odino (almeno, non sfacciatamente)... si tratta di un “Silent Warrior” relegato in schiavitù, costretto a combattere nemici su nemici, legato con una corda a un palo. La sua liberazione corrisponderà all'inizio di un lungo viaggio in compagnia di un cucciolo di vichingo e di alcuni aspiranti crociati scandinavi... un viaggio che li porterà all'Inferno, ovvero nelle Americhe dove si sostiene che gli esploratori vichinghi fossero giunti molto tempo prima del buon Colombo. Il cinema di Refn è fatto di silenzi interminabili e Valhalla Rising, in questo senso, è il suo film più silenzioso... credo che le battute possano stare tranquillamente dentro una paginetta di word. E infatti, il protagonista, battezzato “One Eye” dal suo piccolo compagno di viaggio, non spiaccicherà una sola parola per tutta la durata del film. Il viaggio oltremare può essere quasi considerato una sorta di percorso di rinascita per il popolo vichingo... un Ragnarok, un ciclo che si rigenera. Le vestigia della vecchia civiltà che partono alla conquista di una Terra Santa, spinti da un motore (il Cristianesimo) che non può fornire tutte le risposte... dalla fine del mondo, dall'Inferno, tornerà solo il ragazzo, con la conoscenza, con la consapevolezza che il suo ritorno a casa corrisponderà all'inizio di un nuovo ciclo, di un nuovo mondo. Naturalmente, tutto questo non avverrà gratis et amore dei ma passerà attraverso il sacrificio di One Eye, costretto a immolarsi agli dei/demoni del nuovo mondo per far tornare il ragazzo al vecchio. E quando parliamo di sacrificio, in un film di Refn, non si tratta di qualcosa di relativamente innocuo come il lancio da un precipizio o di un misericordioso coltello in gola... no, il buon One Eye viene pistato come buzzo di pomo (frase che in massese significa percuotere energicamente con un bastone un melo per farne cadere i frutti) finché morte e Valhalla non sopraggiungono. Non sappiamo cosa abbia fatto One Eye per finire in catene, non sappiamo perché scelga di non riversare la sua furia anche sul ragazzo, ergendosi piuttosto a suo protettore... dal suo volto tormentato, dai mozziconi di frase pronunciati dagli altri personaggi, intuiamo che il suo passato è terribile... ma la colpa, quella vera, non la conosciamo. Sappiamo che il Silent Warrior che non si faceva problemi a incrociare le armi con avversari anche molto numerosi, alla fine abbandona l'ascia per andare incontro serenamente al suo destino fatto di mazzate nella nuca. Il Valhalla è raggiunto, la pace pure, il ragazzo torna indietro, il Ragnarok è sconfitto, il ciclo completo, l'espiazione raggiunta. Ultima considerazione sull'attore che interpreta One Eye: forse avrete conosciuto Mads Mikkelsen per la sua recente, sontuosa interpretazione di Hannibal Lecter nella serie tv dedicata al serial killer cinematografico e letterario più famoso di tutti i tempi, ma questo affascinante esemplare di manzo danese ha diversi trascorsi con Refn; possiamo considerarlo a tutti gli effetti uno dei suoi attori feticcio (dell'altro, parleremo fra poco). Diciamo pure che gran parte del fascino di questo film è scolpito nel suo viso e nei suoi muscoli, nel suo unico occhio che riluce nell'ombra, nelle poche efficaci espressioni facciali. Grande attore, davvero.

Drive – Essere Soli a Los Angeles

Nel 2011 la popolarità di Nicolas Winding Refn schizza improvvisamente alle stelle grazie a un film che non solo gli procura il premio per la miglior regia in quel di Cannes, ma gli spalanca con un calcione le porte di Hollywood. Il film in questione è Drive, un noir losangelino interpretato da un altro bel manzotto, stavolta a stelle e strisce, chiamato Ryan Gosling. Se fino a quel momento Refn aveva basato la sua carriera sui successi in patria e sull'apprezzamento (non sempre unanime) della critica, con Drive il nostro amico ottiene riscontri positivi da tutti i cantoni, incluso quello economico che, beh, non guasta mai: e visti i gravi disastri finanziari causati da alcune sue pellicole, si tratta di una bella rivincita. Drive è probabilmente il film più “chiacchierato” di Refn e probabilmente anche questo ha contribuito a renderlo così popolare... sia chiaro, non siamo neanche lontanamente vicini ai flussi di parole tarantiniani, e il buon Gosling se ne sta spesso muto come una tomba, ma non siamo davvero di fronte a un uovo One Eye. Anche il contesto, ovviamente, è tutt'altro. Dalle steppe e dalle foreste siamo passati a una delle città più vivaci del pianeta, da un'epoca in cui le notti erano scure a una in cui sono praticamente illuminate a giorno, siamo passati dai piccioni viaggiatori ai cellulari, dalle crociate ai reality shows. Il protagonista di Drive è un aitante giovanotto che passa gran parte del suo tempo con le chiappe appoggiate su un qualche tipo di bolide: a volte si tratta di fare da autista per qualche rapina, altre volte di fare lo stunt per qualche film, altre volte ancora di sgassare su un circuito nascar. Quando non sta su delle macchine, le ripara in un' officina gestita da Walter Whit Bryan Cranston qui nei panni di Shannon. un meccanico con il vizietto di mettersi in affari con gente brutta e cattiva, così brutta e cattiva che già una volta ha ben pensato di storpiarlo a vita. In tutto questo si infila improvvisamente una giovane madre graziosa del quale il nostro futuro martire si invaghisce prontamente... non fatevi film strani gente, il massimo del corteggiamento si concretizzerà in un bel giro in macchina (ma và!). Tutto molto bello, solo che l'idillio finisce con il ritorno dal carcere del marito della giovane madre graziosa. Il tipo è un poveraccio senza arte né parte che deve un sacco di soldi ad altra gente brutta e cattiva e che non fa in tempo a sopravvivere intero a un'inquadratura che in quella dopo gli hanno già cambiato i connotati. Così, il nostro buon Stuntman/Rapinatore/Pilota dal cuore d'oro decide di venirgli incontro: più che altro per aiutare la madre e il simpatico figlioletto, s'intende. E per venirgli incontro, guarda un po', decide di imbarcarsi con lui in una rapina: le cose, potete immaginarlo, andranno malissimo. Il marito ci resterà secco in quella che ha tutta l'aria di essere una trappola e a questo punto scatterà tutta una serie di vendette che finirà inevitabilmente per coinvolgere anche la giovane madre graziosa. Sarà per lei e lei soltanto che alla fine il nostro pilota si lancerà di buon grado contro un coltello. Il protagonista di Drive non è meno misterioso di One Eye: è un personaggio senza passato, essenzialmente solitario. Ma come One Eye, quando deciderà di spezzare la sua solitudine lo farà consapevole delle conseguenze... non c'è fine al tormento che hai dentro e se vedi qualcosa di buono, l'unico mezzo che hai per preservarlo è morire. Il pilota morirà è evidente... il suo Valhalla sarà un viaggio notturno in macchina (ma và!), la sua ricompensa la sopravvivenza della madre e del figlio. Che la sua colpa fosse non aver vissuto o aver vissuto male o qualcos'altro di peggio ancora, ormai è redento, è salvo. Se la sua colpa invece era quella di aver distrutto (seppur con le migliori intenzioni) la vita a una giovane madre, allora avrà pagato lo stesso. La ricompensa? Giusto quel bacio dato in ascensore, giusto un attimo prima di fracassare a pedate il cranio di un malintenzionato. E il Valhalla, s'intende.
Drive è un film riuscito sotto tutti i punti di vista: è complesso ma godibile, sfoggia un cast meraviglioso (ai già citati Gosling e Cranston aggiungiamo il sempre adorabile Ron Perlman e la deliziosa Carey Mulligan), ha una colonna sonora praticamente perfetta. E' un film d'azione dove i movimenti di macchina sono pacati e quasi impercettibili, dove il gusto per l'immagine prende il sopravvento sulla frenesia degli eventi. All'interno del Cinema del Perdono di Refn fa senz'altro un figurone... ma non è l'esemplare migliore.

Solo Dio Perdona – L'Avvento dell'Angelo del Castigo

A due anni di distanza di fasti di Drive, Refn si ripresenta a Cannes con la sua nuova creatura: Solo Dio Perdona. Al suo fianco c'è ancora una volta Ryan Gosling e le premesse per un altro successone sembrano essere lì, tutte belle spaparanzate. Stavolta però, al termine della prima, l'amico danese se ne torna in hotel accompagnato da una bordata di fischi piuttosto eloquente. Cos'è successo? Il film fa davvero così cagare? Sgombriamo subito il campo dai dubbi: Solo Dio Perdona è un film della Madonna. Ma non è Drive. Non che sia peggiore, affatto. Solo, non è Drive. Gli spettatori della prima e tutti quelli che avevano amato il film del 2011 forse volevano un remake del noir del pilota solitario. Come tutti quelli che hanno riversato bile in seguito, commentando spietatamente l'ultima fatica di Refn. Ma, bon-bon, Solo Dio Perdona non è Drive. Ciononostante, resta un film della Madonna. Magari, ecco, sì... è un film sbagliato. Mi spiego: Nicolas, se dopo tanto patire fai finalmente centro, cerca di strizzare un po' l'occhio al pubblico, che cazzo! Solo Dio Perdona è un'opera intima, difficile, anti-hollywoodiana... tientela per quando sarai al livello “faccio quel cazzo che mi pare tanto nessuno può dirmi niente: sono un artista!” Invece no, vai a intrufolarti in una storiaccia di bassezze umane a profusione in cui tratteggi uno degli attori più fighi e in ascesa dello stardom americano come un povero sfigato in preda a un complesso di Edipo grosso come il Brasile... cazzo, un po' di diplomazia! Ad ogni modo, Nicolas Winding Refn ha sbagliato i modi e i tempi dell'uscita (pare quasi che questo film volesse toglierselo dalla coscienza... l'aveva scritto e pensato in un momento in cui le cose gli andavano di merdissima e pare avesse una voglia matta di realizzarlo, quasi come un liberatorio gesto di stizza) ma non si è rincoglionito: il film è duro, feroce, sì, ma anche pieno di poesia e di classe. Stavolta il giochino perdono-castigo è portato ai suoi estremi: Julian è un americano a Bangkok e tira a campare gestendo una palestra di thai boxe e smerciando eroina per conto della madre, una crazy bitch interpretata dalla stratosferica Kristin Scott Thomas. Ah, Julian ha anche un fratello, un'emerita testa di cazzo che una sera ha la bella pensata di massacrare una prostituta minorenne. Ecco, a questo punto entra in scena il vero protagonista: un inquietante, misterioso sbirro armato di spada che si erge al di sopra di qualsiasi legge dispensando un po' di sana giustizia alla Vecchio Testamento. Solo Dio Perdona è l'apoteosi dell'Espiazione-Tramite-Violenza. Julian capisce subito che l'angelo del castigo è lì per lui: ne è spaventato e attratto allo stesso tempo. Lacerato fra la fedeltà nei confronti della madre (che in passato l'ha portato a compiere la più edipica delle azioni... uccidere il padre) e fra il bisogno di punizione, troverà la sua espiazione nel compromesso, facendo la scelta giusta ma facendola troppo tardi: abbastanza per essere castigato come si conviene ma riuscendo a scendere ai patti coi suoi demoni e a sopravvivere. Dei tre personaggi in cerca di pace, sarà l'unico a non morire. Se la chiave peccato/castigo era rinchiusa in One Eye come nel Pilota Solitario di Drive ed erano loro stessi a sbloccarla, stavolta Refn scinde nettamente il binomio in due personaggi realizzando il perfetto Film del Perdono. Delle tre pellicole citate in questo post, quest'ultima è forse la più ostica, la più dilatata (al terzo karaoke thai volevo tirare una scarpa contro lo schermo) ma non mi stupisce neanche un po' che l'abbia difesa fino all'eccesso e l'abbia realizzata con gaudio non appena se ne è presentata l'occasione. Ora, possiamo solo sperare che questa scelta coraggiosa non gli si ritorca contro come il proverbiale boomerang leopardato.


E questo è quanto: vi lascio annunciando che se volete un'altra bella storia di espiazione estrema a Lucca dovrebbe uscire il quarto volume di Bren Gattonero intitolato “Marianna”. Non sto dicendo che dobbiate prenderlo, eh, no-no... se non lo fate sappiate che mi porterò dietro la mia spada thai, vi ho avvertiti!

domenica 18 agosto 2013

Dalle Stelle alle Stalle alle Stelle... le Montagne Russe di The Killing

Circa due anni fa, fresco reduce dalla visione del doppio episodio pilota, mi lanciai in queste considerazioni. Qualche mese dopo, profondamente deluso, riversai un po' di sana bile in quest'altro post. Due anni dopo, dopo la visione di una seconda e di una terza stagione, il mio giudizio su The Killing resta sospeso. La prima stagione, ribadisco, l'ho trovata deludente. La sola cosa che mi aveva tenuto davanti allo schermo erano stati i due personaggi principali, Linden e Holder: recitati e tratteggiati molto molto bene, capaci di sprigionare una strana alchimia. Altra cosa che mi era piaciuta e mi piace tuttora: i vestiti. Troppo brutti per essere finti. In genere tutto il look di The Killing è talmente sciatto, opaco (la stazione di polizia, le abitazioni della gente, le macchine) da risultare fin troppo realistico. La seconda stagione l'ho vista per inerzia e perché alla fine è stata Ambra a insistere. E alla fine, mi sono dovuto ricredere. Non era poi così male, 'sto The Killing, per niente. Avevo fatto bene a concedergli una seconda chance, meritava. Meritava al punto che ho accolto con un pizzico di disappunto la notizia della sua cancellazione. Ma alla fine, la serie aveva fatto la sua strada e avrei potuto accettarlo. Il mistero di Rosie Palmer era risolto. Linden e Holder avevano trovato, a modo loro, una sorta di serenità, di equilibrio. Come finale ci stava. Certo sì, ne avrei voluto un po' di più... così, la notizia di un rinnovo tardivo susseguente a svariate ipotesi di passaggio di emittente (da AMC a Netflix) mi ha piacevolmente sorpreso.
Sgombriamo subito il campo da dubbi: le prime dieci puntate di questo giro di The Killing sono state la roba più bella vista in tv nell'ultimo anno. A livelli di eccellenza raggiunti solo da certi episodi di Breaking Bad. Non sembrava nemmeno più la stessa serie delle prime due stagioni, non sembrava nemmeno un poliziesco. Era qualcos'altro, qualcosa di GRANDE. Grandi personaggi, grande regia, grande fotografia, grande scrittura. Ha raggiunto picchi di crudeltà dolorosa per lo spettatore, un'umanità che si poteva cogliere immediatamente, rabbiosamente. Una sorta di realismo feroce, un vissuto credibile e spontaneo.
Mentre ancora mi crogiolavo nella visione dei primi dieci episodi, è arrivato il finale. Che non solo mi ha riportato sulla terra ma mi ci ha riportato pure male. Perché se fino a quel punto The Killing era stato una cosa, improvvisamente ha deciso di trasformarsi ancora in qualcos'altro... e cioè nella sua versione più scialba, nel poliziesco trito dove tutto s'incastra un po' così, un po' drin-drin. Nel giro di due puntate è cambiato il ritmo, è cambiato il tono, è cambiato tutto.
Frustrante? Beh, sì.

Non vi dico nulla: guardatelo, merita comunque. Evitate d'incazzarvi se potete. Quanto a me, il finale non basta a cambiare l'opinione di fondo: ne voglio ancora. Perché forse sono masochista. O forse perché Linden e Holder hanno questa magia, appiccicata a quegli orribili maglioni e a quelle felpacce slargate. E sì, per voi, ragazzi, sono disposto a incazzarmi ancora.

domenica 7 luglio 2013

Ritorno al Cimitero dei Calamari


Sette anni fa di questi tempi cominciavo a scrivere una roba che s’intitolava  “Ogni centimetro che cedo”... un racconto/romanzo/boh che in capo a poche settimane si sarebbe trasformato in un soggetto per un fumetto chiamato “Il Cimitero dei Calamari”. Cominciai a lavorare al Cimitero assieme a Tiziano Angri e quello stesso anno, il 2006, lo vidi affermarsi con estrema, incommensurabile gioia al Lucca Project Contest. Il fumetto alla fine avrebbe visto la luce l’anno successivo per Panini Comics, ma in una versione piuttosto differente da quella che avevo immaginato. Resto tuttora molto legato a quelle 33 tavole e alle successive paginette di prosa che ne rappresentano l’epilogo: per quel che ne so, anche altre persone hanno gradito il lavoro e in generale ha ricevuto un sincero apprezzamento da parte della critica specializzata, nonostante gli evidenti difetti. Non ha venduto un granché, a giudicare dai report di Panini (sicuramente non abbastanza da far scattare le famose royalties) ma non mi aspettavo davvero di insidiare Dylan Dog.
So che è attualmente in esaurimento scorte (lo so perché ne ho ordinato qualche copia da tenere in casa, dal momento che le mie le avevo regalate in giro) quindi se a qualcuno di voi venisse la simpatica idea di leggerlo si dia una bella smossa (oh, e costa solo 4 euri!!!).
Ad ogni modo, dall'anno scorso mi girano in testa queste tre righe:

Ci sono un Cane e una Ragazza davanti a un Bosco.
E alla fine del Bosco c'è una Balena. Morta.
E sopra la Balena morta c'è una Torre...

Non sapevo perché ma c’entrava qualcosa il Cimitero. Ho lasciato le parole a fermentare e poche settimane fa, finalmente ho saputo. Mi è bastato ricollegare alcuni passaggi ed è stato tutto chiaro.
Il Peggiore
Ho cominciato a scrivere questa roba che per ora si intitola “A Forest”, come la canzone dei Cure. No, “Il Cimitero delle Balene” non mi sembrava il caso. Ritorna un personaggio del Cimitero, il Peggiore, e forse, più avanti, ne torneranno altri ancora. Come al tempo sapevo che Il Cimitero dei Calamari era una storia che dovevo scrivere, adesso lo so per questa. E si sta profilando una roba davvero enorme: qualcosa che potrebbe essere (facendo le dovute proporzioni, checazzo) la mia personale Torre Nera. O forse (ribadisco, proporzioni, please) Il Signore degli Anelli. Tenendo buono “Il Cimitero dei Calamari” come il corrispettivo de “Lo Hobbit”. Ancora è tutto precoce, prematuro. Ma qualcosa posso farvela già vedere: è uno studio della famosa ragazza davanti al bosco, opera di Miss Di Gianfelice. Dite che c’entra poco con le atmosfere del Cimitero? Fidatevi, c’entra, c’entra eccome. Ma ne saprete di più dei prossimi mesi, sempre che questo progetto trovi casa presso qualche editore. Se così non sarà, non ne saprete niente e amici come prima.

Ma è bello scoprire che non avevi ancora detto tutto. E’ bellissimo.

sabato 2 marzo 2013

L'Ultimo regalo del Fiabaro del 2000


Rivisitare fiabe, classici della letteratura fantastica per ragazzi e racconti tratti dal folklore popolare è uno sport piuttosto in voga dagli anni ottanta in poi. Negli anni 2000 questa tendenza è diventata addirittura un filone mainstream che ha finito per coinvolgere praticamente ogni media. Dagli adattamenti cinematografici più o meno fedeli come i cartoni animati della Disney, il leggendario Mago di Oz con Judy Garland o l’indimenticabile Pinocchio di Comencini, siamo passati all'applicazione sistematica del filtro del genere: i più gettonati restano sempre il fantasy e l’horror, senza disdegnare il poliziesco e il noir.
Il cinema resta il destinatario privilegiato di queste revisioni: è toccato a Biancaneve (Biancaneve e il Cacciatore, andato ad aggiungersi a Biancaneve nella Foresta Nera, un classico prodotto dei gloriosi nineties), Cappuccetto Rosso (Cappuccetto Rosso Sangue), Peter Pan (Hook), ad Alice (nella terribile trasposizione di Burton), agli stessi Fratelli Grimm (eletti a protagonisti in quello che resta il peggior film di Terry Gilliam), mentre a breve toccherà ad Hansel e Grethel (in una versione in cui cercano di rubare il lavoro a Bren!) e, nuovamente, al Mago di Oz nell’atteso Il Grande e Potente Oz di Sam Raimi. La cosa che accomuna tutti i titoli sopra citati è la non esaltante resa artistica dei lavori, al punto che il miglior film di revisione fiabesca resta, a mio avviso, Shrek.
Diversa sorte è toccata al mondo dei Fumetti, dove dal 2002 il titolo della Vertigo Fables ci fornisce un’acuta, accattivante rivisitazione delle fiabe miscelando i generi più disparati: la serie, pur sfilacciandosi nei numeri dal 70 in poi, resta finora un’operazione intelligente e ben costruita. Meno nota la serie Legends - The Enchanted della Radical Comics, una revisione steam/cyberpunk gioiosamente tamarra.
In tivì invece, gli amanti delle Fiabe (e di Lost) hanno potuto sbizzarrirsi con l’avvento di Once Upon a Time: tra alti e bassi, la serie (giunta alla seconda stagione) spazia a 360 nel panorama fiabesco tradizionale e se la sceneggiatura stenta precipitando sovente in picchi di banalità, a risollevare la situazione ci pensa sempre quel mostro sacro che risponde al nome di Robert Carlyle (qui nei panni di Tremotino... bella mossa ingaggiarlo! Quando si dice soldi spesi bene!). Da menzionare una riedizione de La Bella e la Bestia (storico telefilm anni 80 con nientepopodimenoche Sarah Connor e Hellboy Linda Hamilton e Ron Perlman... di questa serie ho ricordi fantastici, non so se per meriti suoi o perché mi ha accompagnato durante tutta l’adolescenza!) della quale però devo ancora vedere un episodio.
Ma veniamo all’uomo che dà il titolo al post: il Fiabaro del Duemila. In realtà questo soprannome spetterebbe di diritto ad Alex Abruzzese l’indimenticato autore di romanzi come “Servizietto Vincente” o “Tranquilli che questa non puzza” (ma come, non ricordate? Mai dire goal? Bebo storti alias Thomas Prostata? Pulp! Molto pulp! Pure troppo per i gusti mia!). In realtà Il Fiabaro di cui parliamo è un personaggio reale e risponde al nome di American McGee. Non è uno scrittore, non è un regista, non è un fumettista ma fa parte della categoria che è destinata a mandare in pensione tutta questa bella gente (Morte alla Strega Allegra Geller!).
American McGee è un ideatore di videogiochi.
La sua prima incursione nel fiabesco/fantastico risale al 2000 con American McGee’s Alice seguito a undici di distanza da Alice: Madness Returns: nei due videogiochi citati McGee sconvolge il Paese delle Meraviglie deformandolo in un teatro grottesco e inquietante. Alice viene sballottata tra manicomi e paesaggi lugubri, costretta ad affrontare creature che definire disturbanti è poco. Il successo è planetario e unanime e addirittura, per un po’ (intorno al 2004/2004) si è parlato anche di un adattamento cinematografico con protagonista la sempre adorabile Sarah Michelle Gellar. 
Il buon McGee comincia a prendere più seriamente il suo ruolo di Fiabaro quando nel 2007 dà il via a una serie di minigiochi raccolti sotto il titolo di American McGee's Grimm, dove, come dice il titolo, l’autore americano si diverte a rivisitare le fiabe dei celebri fratelli tedeschi. Come per Alice, anche qui sono i toni scuri a dominare: poca (o nessuna) concessione viene fatta alla solarità con cui vengono classicamente intese le fiabe, in favore di un brusco ritorno alle atmosfere primordiali in cui queste storie sono state concepite e tramandate.
American McGee's Grimm è giocabile dal sito della casa di produzione dell’autore, la Spicy Horse e da alcuni mesi è possibile cimentarsi nell'ultima creazione del designer americano: Akaneiro - Demon Hunters.

Stavolta il bersaglio delle cure del nostro amico è Cappuccetto Rosso, trasportata di sana pianta nel Giappone Feudale per un gioco di ruolo d’azione ricco di suggestioni grafiche. Potete scaricare Akaneiro GRATUITAMENTE e io, ovviamente, vi invito a farlo (soprattutto se avete un computer meno cesso del mio, che mi fa penare anche quando devo giocare a Angry Birds!).
Sarà interessante vedere come si svilupperà la ricerca di McGee in futuro per capire se lo scettro di Fiabaro del 2000 debba restare fra le sue mani e se il videogioco sia davvero la forma migliore in cui certe tradizioni debbano continuare.


giovedì 31 gennaio 2013

Cambiamenti

Allora è deciso... il Crazy Camper è stato buttato fuori da queste stanze! D'ora in avanti, tutte le faccende riguardanti l'etichetta più tazzorra del panorama fumettistico italiano verranno trattate a questo indirizzo: www.crazycampercomics.com.
Qui, parlerò giusto dei cazzi miei.
In effetti, questo blog stava diventando un po' un bazaar e le cose si accumulavano una sopra le altre... era l'ora di fare chiarezza.
E allora,un brindisi a un nuevo inizio!

lunedì 21 gennaio 2013

Annonuovovitanuova


Ho abbandonato questo bloggo per quasi due mesi, lo so. E l’ultimo post era una sfacciata inserzione pubblicitaria. So anche questo. E non che questo post serva poi a chissà cosa, se non per dire che sono tornato in azione e che da qui a breve molte cose cambieranno. Forse anche la vita e la funzione ufficiale di questo bloggo cambieranno, non ho ancora deciso. Però ci saranno delle novità. Grosse e piccole. Come avevo accennato abbondantemente in un post precedente, l’ultima Lucca si è lasciata alle spalle strascichi pesanti, sotto diversi punti di vista. Mio dovere era staccarmi, frenare e analizzare la situazione con tutta la lucidità possibile prima di partire lancia in resta verso nuove destinazioni. Credo di averlo fatto. Credo. Non è che mi fidi troppo di me stesso, sapete com’è!
Ad ogni modo, bentornati sul Camper! E già che ci siamo... con quest’anno sono 10!