giovedì 24 dicembre 2009

Where you been?



Where you been? Così si chiama un celebre disco dei cenderoni sopra inquadrati, i mai troppo glorificati Dinosaur Jr.; ho pensato molto a loro in questo mese e mezzo circa di silenzio radio. Ho pensato a loro e a Joe Strummer e a Elliot Smith e a Bob Dylan e ho pensato a quanto crude, spoglie e semplici siano le cose migliori.
Dove sono stato? Fondamentalmente in casa. E a lavorare. Ho letto tanto, ho riflettuto un poco e non ho scritto quasi nulla. Idee ne ho buttate giù, questo sì: alcune buone, altre un po’ meno. Da alcune verrà senz’altro fuori qualcosa. Altre resteranno lì sospese o cambieranno forma o moriranno di morte naturale.
E’ stata quella classica fase dell’anno in cui si ricaricano le batterie, in cui si traggono le somme e si cominciano a programmare i passi successivi. E pazienza se il tempo vola veloce e siamo già a Natale. Intanto sono diventato zio e questa è davvero una grandissima cosa, una di quelle cose che ti cambia davvero la vita. E’ semplice. Ed è grandiosa.
Nei prossimi giorni tornerò a farmi sentire su queste pagine con tante anticipazioni sulle mie creaturine Evo e Madadh... e con delle notizie fresche fresche per un 2010 che si preannuncia memorabile. Ovviamente stilerò anche la mia famosissima (?) classifica delle robe lette, viste e ascoltate in questo 2009.
Nel frattempo, auguro a tutti voi un Super Natale!


venerdì 6 novembre 2009

Lucca secondo me - Anno 2009

E’ stata una Lucca strana. In un certo senso, la migliore che abbia vissuto in tempi recenti. Purtroppo non ho potuto girellare un granché, piantato com’ero allo stand nelle vesti di imbonitore, ma, nonostante questo, posso confessare di essere stato... davvero bene! Almeno credo...

RINGRAZIAMENTI

Per prima cosa devo ringraziare tre persone: Francesco Sturlese, Elisa Ciregia e, ovviamente, la sola e unica Francesca Ciregia. E devo ringraziarle di cuore. Senza di loro lo stand Crazy Camper sarebbe andato a catafascio e, soprattutto domenica, hanno letteralmente tenuto in piedi la baracca. Si sono prodigati come pazzi per spingere Madadh ed Evo, sono stati di una disponibilità, di una gentilezza unica... e certe cose non si dimenticano, ragazzi. Alla prima occasione restituirò il favore, con tutti gli interessi del caso e anche di più.
Un grazie speciale anche al compagno di briscola di una vita, Andrew Vignali, per il prezioso lavoro allo stand di Double Shot e per aver fatto la spola come un pazzo fra i padiglioni... e naturalmente, non posso non citare commosso tutti i disegnatori che si sono presentati al nostro banco per realizzare skeccis e dediche: Andrea Gadaldi, Michele Peroncini, Andrea Del Campo, Francesco Trifogli... oltre alla già citata Frà, che in quattro giorni ha consumato uno stock di chine e fogli.

Grazie, ovviamente, a tutti i ragazzi e le ragazze, i grandi e i piccini che hanno scelto d’investire qualche euro nei nostri albi... spero solo di aver contraccambiato regalandovi qualche piacevole ora di lettura!

L’ultimo grazie lo riservo a Riccardo e a Jacopo per aver trasformato la Self Area in un cuore vivo e pulsante... un ambiente accogliente e gradevole dove i visitatori si sono fiondati a profusione e dove per noi è stata una pacchia proporre le nostre robe. Ci siamo sentiti davvero parte di qualcosa di grande e speriamo di ripetere al più presto l’esperienza!

E questo mi porta a una considerazione generale sulla Fiera: non uso mai il termine “perfetto”, ma se quest’anno tutto non lo è stato, c’è mancato davvero poco. Una Fiera organizzata così, con tutti gli spazi dislocati nei punti giusti è un sogno che diventa realtà. Complimenti!

INCONTRI

E’ stata una Lucca piacevole perché ho rivisto vecchi amici e ne ho incontrati di persona alcuni che avevo conosciuto solo per telefono, email o skype... Manuel Bracchi, Alessandro Cremonesi, Simone Paoloni, Francesco Biagini, Simona Di Gianfelice... è stato fantastico potervi stringere finalmente la mano!
Con Gianluca Maconi, Alessio Danesi, Eleonora Nanni, Antonio Solinas, Susanna Raule, Armando Rossi, Matteo Scalera, Alessandro Micelli e Claudia Boccato ho passato troppo poco tempo; e se alcuni di loro li rivedrò presto, altri dovrò aspettare un bel pezzetto per incontrarli nuovamente... manco a dirlo, la cosa mi manda in bestia.

E’ stato un piacere salutare il buon C.B. Cebulski che, come sempre, si è rivelato un gran signore... ed è stato piacevole anche ritrovarsi fra le mani il lavoro di tanti giovani fumettisti che sono passati a chiedere consigli e suggerimenti... alcuni mi hanno veramente stupito e spero sinceramente di avere un occasione per collaborare con loro in futuro.

ACQUISTI

Nota negativa, gli acquisti. Non ho comprato praticamente niente. E se da una parte il mio portafogli sorride, dall’altra Tommaso smoccola. C’è da dire, però, che quello ho comprato merita senz’altro e ne parlerò approfonditamente su questo bloggo una volta che avrò avuto modo di leggere tutto con la dovuta cura. (Tranne la maglietta di Devil... di quella magari posto una foto!)

CONCLUSIONI

A volte ho voglia di buttare tutto all’aria. Davvero. Ci sono andato vicino, ultimamente. Poi mi ricordo che questo mondo è il mio mondo. Amen. Non so se ha ragione Mik (assente alla kermesse lucchese causa lavoro... maledetto!) quando dice che alla fine tornerò sempre al fumetto, per quanti sforzi faccia per allontanarmene.
Non so se è così.
So che per ora ci sto bene.

Credo non serva aggiungere altro.

Ci vediamo a Mantova!

giovedì 22 ottobre 2009

Lucca forever!

E ora un piccolo (mica tanto) spazio pubblicitario dedicato alle robe che quest’anno porterò in quel di Lucca per la Fiera con la F maiuscola.
Sarà l’occasione per rivedere vecchi amici, per sputtanare un po’ di dindini e per fare il punto sull’anno appena trascorso: e di anni ne sono passati già tre da quando mi sono presentato per la prima volta alla kermesse toscana nei panni di autore e non di semplice acquirente con la bava alla bocca: non che le cose siano cambiate moltissimo, s’intende... anzi, la mia sensazione è sempre quella di essere dall’altra parte della barricata, più vicino a chi i fumetti li legge e basta e non li fa.
Comunque, ci sarà tempo per sviscerare quest’argomento... adesso, spazio alla reclame!

La Domanda è... che cazzo di paese è mai questo?

E’ un paese spaventato.
E lo sono tutti... sono tutti spaventati, terrorizzati. Infelici. I personaggi di Evo, intendo. Il secondo volume della miniserie che io, Andrea Vignali e i ragazzi di DoubleShot abbiamo inaugurato al Comicon di Napoli s’intitola “Il Tempo delle Fiabe”: ovvero un tempo che non c’è, che non esiste. E qua, ragazzi, si parla proprio di questo... di Paura. Tutti i punti di riferimento sono azzerati, tutte le certezze fasulle... navighiamo a vista in un mare di merda, senza remi. Chi mi conosce sa benissimo che non sono pessimista, tutt’altro... però, Evo finisce sempre per dare voce al mio lato oscuro, alle mie preoccupazioni. E in fondo, è giusto così. In questo volume Fiore si troverà essenzialmente a scappare... dalle grinfie di una predatrice inesorabile e da neri presagi che offuscano il suo futuro. Troverà una compagna di viaggio ma sarà proprio il viaggio il suo nemico più grande... il viaggio e ciò che l’attende alla fine. A dare forma alle visioni mie e di Andrea, dopo lo strepitoso Francesco Trifogli, ci ha pensato Andrea Del Campo, giovane disegnatore che si è già fatto valere nelle edicole di tutta Italia con John Doe, Unità Speciale e Trapassati Inc.: se lo conoscete, non potete assolutamente perdervi questo albo. Se non lo conoscete, è l’occasione buona per farlo. Andrea ha sfoderato una prova di classe impressionante, con un paio di doppie splash da trasformare in posteroni per la vostra camera, il vostro studio o il vostro salotto. In chiusura, una sorpresa... le prime quattro tavole del terzo capitolo, in uscita la prossima primavera. E qua avrete un’altra grande occasione: quella di vedere all’opera una giovane disegnatrice, Eleonora Nanni, che se tanto mi dà tanto presto farà parlare di sé. E non finisce qui... avrete anche l’imbarazzo della scelta perché “Il Tempo delle Fiabe” uscirà in due versioni: la prima, con la cover di Francesco Trifogli e Oscar Celestini e la seconda, con la cover di Andrea del Campo e Alessia Pastorello. Oh, se volete comprare tutt’e due le versioni noi mica ci offendiamo!
Troverete tutto lo staff di Evo allo stand di DoubleShot, dove potrete acquistare gli albi finora usciti a prezzo speciale e dove potrete farvi fare dediche, disegnini e quant’altro! E ora, sotto con la preview!

Evo – Volume II – Il Tempo delle Fiabe
64 pagine, brossurato, bianco e nero.
5 euri
Lo troverete presso lo stand di Double Shot




C’era una volta un Re...

Jacob Kurtzberg non è nato Re. Lo è diventato. Un bel giorno si è fatto chiamare Jack Kirby e ha stravolto per sempre il mondo del fumetto. Tales of Avalon è un progetto che vede la luce dopo diversi mesi di gestazione ed è un omaggio sentito, divertito, commosso all’autore che più di ogni altro ha saputo influenzare l’immaginario grafico e narrativo del fumetto supereroistico americano. A questo tributo hanno voluto essere presenti in tanti, da ogni parte del mondo... e, naturalmente, non poteva mancare il sottoscritto. Nelle vesti di novelli Stan Lee, io e il leggendario Gianluca Maconi ci siamo divertiti a ficcare in bocca le parole a questo stuolo di personaggi epici e bizzarri, rievocando un’epoca che forse non c’è davvero più... l’epoca in cui davanti ai fumettari si stendevano vere proprie praterie e la loro fantasia galoppava veloce a percorrerle. A Lucca troverete il numero zero di questo delizioso progetto; 32 pagine per staccare la spina e tornare ad essere, ancora una volta, bambini!

Tales of Avalon – Numero Zero
32 pagine, spillato, bianco e nero.
Lo troverete nella Self Area, presso lo stand Tales of Avalon


Una grande famiglia felice!

Infine, ecco a voi la prima raccolta di storie brevi dedicate all’universo del Mastino. “Tutto in Famiglia” è il titolo dell’albo speciale che vede sfilare in una suggestiva carrellata tutti i principali personaggi comparsi finora su Madadh. A cimentarsi con le loro imprese, un manipolo di scrittori e disegnatori estremamente eterogenei... e, com’è nello spirito della serie, fra di essi spiccheranno esordienti assoluti e certezze granitiche! Francesco Sturlese e Alessandro Micelli narreranno le gesta di Holger il Danese, Michele Bertilorenzi e Francesca Ciregia ci accompagneranno nella mente devastata di un villain storico in Fino all’Ultima Buca, io e Gianluca Maconi saremo alle prese con Una sera come tante, all’orario di chiusura..., folle cronaca della vita dentro il Pubbino Porcelloso, mentre Alberto Massaggia e Michele Peroncini ci trascineranno in una frenetica resa dei conti in Questo è il mio Destino. A chiudere Connla, un racconto sui tormenti dell’eroe Cu Chulainn scritto da me medesimo e illustrato superbamente da due fuoriclasse del calibro di Matteo Scalera e Manuel Bracchi.
E visto che sono in vena di regali, qua sotto vi propongo tutto, ma proprio tutto il racconto, illustrazioni incluse, in anteprima assoluta!
Poi dite che non sono buono...

Oh, fanti, ci si vede a Lucca!

Madadh – Albo Speciale – Tutto in Famiglia
68 pagine, brossurato, bianco e nero.
Prezzo speciale Fiera 4 euri
Lo troverete nella Self Area, presso lo stand Crazy Camper e nel padiglione principale, allo stand di Cut Up.

Connla

Un racconto di Tommaso Destefanis illustrato da Manuel Bracchi e Matteo Scalera




Succede una volta all’anno.
Tutti gli anni.
Da sempre.

E se sempre è una parola un po’ vaga, alle volte, per me ha dei confini ben precisi... il punto di inizio di una voragine che ha finito per inghiottire tutto quello che c’è stato prima e tutto quello che è venuto dopo. Non importa chi fossi, chi sia stato in seguito, da allora danzo sempre sulla voragine, come in trance, come in estasi... come un uomo che si contorce a terra, ferito a morte, agonizzante. Vi racconterò una storia... e quando avrò finito di raccontare, voi mi odierete. E mi disprezzerete. E saprete, senza ombra di dubbio, come lo so io, che non ci sarà mai pace per me, per quello che ho fatto. E se qualcuno di voi si azzarderà ad accampare giustificazioni del tipo “erano tempi duri...” uscirò da queste pagine per prenderlo personalmente a calci in bocca. Non c’è pietà, non c’è redenzione... non c’è niente per quelli come me. Solo un enorme, assoluto, grigio niente.

Il corpo di Aife era duro come una roccia, come le scogliere di Erin... e il suo abbraccio era così forte da togliere il respiro. E mentre ce ne stavamo sdraiati nell’erba alta della brughiera, a guardare il cielo di Scozia, la notte, mentre le ultime luci del fuoco gettavano ombre rossicce sui nostri tatuaggi, io pensavo a quanto quel corpo fosse stato vicino a uccidermi, un giorno. E, guardando indietro, forse sarebbe stato meglio così, meglio per tutti. Ma adoravo quel corpo, adoravo il modo in cui calava su di me... adoravo il suo profumo di sudore e gelsomino e il suo essere tempio e spada allo stesso tempo. Per certi versi, Aife sarebbe sempre stata l’unica. Allora ero giovane e quando si è giovani si fanno cose stupide, si hanno pensieri stupidi... se hai un po’ di culo, la stupidità finisce lì, con qualche osso rotto o una brutta cicatrice, magari, a fare da monito per futuri slanci di impulsività. Ma quando la fortuna latita, o sei restio a capire la lezione, finisce sempre con una parola: guai. Brutti guai, tristi guai, guai capaci di smantellare le montagne e ridurti a una riga nera sul libro del destino. Il mio destino venne segnato quando spinsi il mio cazzo nel corpo duro e sacro di Aife, fanciulla cigno, maestra d’armi, amante ribelle.... madre del mio primo e unico figlio.




Cosa ci facevo in Scozia? O meglio, ad Alba, come veniva chiamata dalle mie parti un tempo? Semplice, imparavo. Ci sono tante versioni su quelli che sono stati i miei anni di gioventù, di formazione. La più accreditata, fidatevi, era la seguente: il padre di Emer, la ragazza di cui ero innamorato, mi voleva fuori dalle palle. L’addestramento era tutta una scusa e un pretesto (buono, ve lo garantisco), per vedermi stirare le zampe. La mia insegnante di arti marziali si chiamava Scathach... era una fanciulla-cigno, un meraviglioso essere fatato che viveva sull’Isola di Skye. Dove sta il pericolo, direte voi, nel farsi addestrare da una ragazza tanto leggiadra? evidentemente non avete mai conosciuto la mia insegnante. Scathach sarà stata sì un dolce e biondo angelo, bello come una dea dall’aspetto delicato e fragile, ma la metà dei suoi studenti non lasciava mai il suo santuario... venivano sepolti in una cava di torba, poco oltre il torrente, a far da monito a chiunque volesse apprendere le antiche arti guerriere. I loro tumuli erano una sorta di caldo benvenuto... l’altra metà sopravviveva a stento, riportando brutte cicatrici o menomazioni permanenti. Solo pochi, pochissimi ne uscivano tutti interi. E quei pochi, credetemi, erano tipi da cui stare alla larga. Io sono stato il migliore allievo che Scathach abbia mai avuto: basta a rendere l’idea? Se Forgall Monach, il padre di Emer, pensava di sbarazzarsi di me, immaginatevi la sua sorpresa quando mi vide tornare più fetente che mai. Ora non avevo solo lo Spasmo Torcente, dalla mia; avevo imparato a domare la Gae Bolga, la tremenda lancia uncinata che non poteva essere estratta da un corpo senza lacerarne le carni. Avevo appreso il Salto del Salmone, la Danza del Carro, La Danza dello Scudo e lo Sian Churad, l’Urlo del Guerriero, col quale potevo arrivare ad abbattere perfino un cinghiale. Avevo imparato queste e molte altre cose. Ero a tutti gli effetti, il più grosso bastardo in circonvallazione. E poi c’era Aife... la sorella gemella di Scathach. Dire che fra le due fanciulle cigno non corresse buon sangue non era un eufemismo... era una fottuta eresia. Quelle due tipe si odiavano di un odio viscerale, atavico. Ogni tanto se le suonavano... decidevano che era arrivato il momento di provare ad accopparsi una volta per tutte e cominciavano a darsele. Fu così che la conobbi, Aife... Scathach non voleva che m’immischiassi nel loro duello settimanale e mi aveva rifilato una pozione soporifera per starmene buono buono mentre provava a maciullare la gemellina. Peccato che la mia metà divina abbia sempre trovato un po’ leggerini i veleni, dall’alcol alla digitale... dopo un breve stordimento iniziale raggiunsi il luogo dello scontro... e restai affascinato, rapito, a guardare le due sorelle che danzavano l’antica danza delle spade, rapito dalla velocità e dalla grazia con cui i loro corpi s’intrecciavano tentando di cavarsi rispettivamente dal mondo, dal modo in cui il blu di guado delle loro pitture tribali si fondeva creando un arabesco cangiante nell’aria... quando Scathach mise un piede in fallo e si ritrovò inaspettatamente alla mercè della sorella, decisi di farmi sotto...

“Aife, giusto?” dissi La ragazza sollevò lo sguardo su di me... a differenza della sorella, biondissima, aveva i capelli scuri come la pece e il suo sguardo aveva un che di puro e cristallino, una dolcezza di cui la glaciale Scathach era assolutamente priva. “E tu chi saresti? Uno degli stalloni di mia sorella? Sei venuto qui a immolarti per la tua insegnate?” “Curiosa parola... stallone... sai, credo di aver appena visto un carro con due splendidi cavalli neri rotolare giù nel mare... non so, credo che la scogliera abbia ceduto all’improvviso e non c’è stato molto da fare... ad ogni modo, mi hanno detto che doveva essere roba tua...” Sul volto di Aife passarono rapide come nuvole preoccupazione, rabbia e disperazione... seguite di nuovo dalla rabbia, atroce e assoluta. “Spostati!” disse venendo verso di me. Avevo mentito, ovviamente. Sapevo che la sorella della mia insegnante aveva a cuore una sola cosa al mondo; i suoi due splendidi cavalli. E l’unica possibilità che avevo di confrontarmi con una guerriera tanto esperta era minare almeno in parte le sue sicurezze, spingerla a fare qualcosa di avventato. Dite che ho barato? Beh, chissenefrega! “No-no! – dissi io sbarrandole il passo- non se ne parla. Prima devi ascoltare quello che ho da dire...” “Levati di mezzo, idiota!” “Ascolta, i cavalli sono andati, ormai... fattene una ragione. Però ti sto dando una buona occasione per sfogare la tua rabbia. Affrontami in duello, uccidimi... tua sorella l’hai praticamente già sconfitta. Se non fosse stato per me, a quest’ora sarebbe già morta. Ora hai l’occasione di far fuori il suo allievo prediletto... potrai dimostrare al mondo intero e a te stessa di essere migliore di lei in tutto e per tutto.” Aife ringhiò qualcosa, facendosi sotto... “Aspetta – la fermai sollevando una mano – aspetta! Se però vinco io...” “Cosa?” lo stupore s’impadronì di Aife mentre le mie parole facevano il loro corso. “Se vinco io tu e tua sorella farete pace.” A quel punto la fanciulla cigno era completamente fuori di sé. Un bamboccio era appena venuto a dirle che i suoi adorati cavalli erano precipitati da una scogliera. Poi, non pago, l’aveva sfidata a duello insinuando che avrebbe potuto sconfiggerla... un’ipotesi talmente ridicola da essere quasi offensiva. E per finire, pretendeva che, in caso di vittoria, lei e quella vacca di Scathach tornassero ad essere culo e braga! Era troppo! Davvero troppo! Aife snudò i denti facendosi sotto... “Se mi batterai, buffone, non solo farò pace con mia sorella ma giacerò con te stanotte stessa!” “Non chiedo di meglio!” dissi io preparandomi al peggio. E il peggio fu. Ci vollero tutti i trucchi di Scathach e un’enorme dose di pazienza per resistere alla furia di Aife. Se non fosse stata tanto sconvolta, se avesse usato di più la testa, non ne sarei mai uscito vivo. Invece, dopo due ore di bordate ero ancora in piedi e continuavo a punzecchiarla con le mie battute, spingendola sempre di più sull’orlo di una furia cieca e insensata. E così parando, schivando e pregando Dana arrivai dove volevo... Aife mi concesse uno spiraglio, uno soltanto... la sbracciata con cui tentò di sgozzarmi andò leggermente lunga e io seppi che dovevo colpire e bene, o non ce l’avrei fatta mai più. Entrai nella sua guardia e le piazzai una ginocchiata sotto lo sterno, con tutto l’impeto dello slancio... una botta che avrebbe spezzato in due un guerriero qualsiasi. Fu come colpire un muro di mattoni. Bastò a malapena far cadere in ginocchio Aife... ma a quel punto avevo il tempo per un secondo colpo e lo sferrai senza farmi pregare... una legnata tremenda sotto l’orecchio della fanciulla cigno, con il pomo della spada. Una botta così secca che risalì in un lampo i secoli e fece starnazzare di stupore gli antenati cigni della fanciulla guerriero. Aife, si accasciò a terra con un gemito... fece per tirarsi subito in piedi, ruotando su se stessa, ma io le ero già addosso, puntandole la spada alla gola. “Signorina – le dissi- mi sa che stasera io e te abbiamo un appuntamento.” Incredibilmente, lei sorrise.


Le profondità della morte sono quarantotto. Non chiedetemi perché. Evidentemente, quarantotto è il numero perfetto, con buona pace del tre, delle tre madri dei celti e della santissima trinità cristiana. Ed è facile viaggiare nella morte, è facile quando impari come fare. Quando sta per arrivare il giorno, mi arrampico fino alla soglia della vita e passo una settimana intera a stordirmi in qualche cittadina senza nome. Scelgo sempre posti di mare, dall’aria vagamente desolata... quei posti dove sembra che sia passata sopra una bella mano di sfiga e abbia lasciato colare un po’ del suo empio grigiore sopra tutto quanto. Sulle case, sui vicoli, sui volti della gente. Scelgo qualcosa di profondamente anonimo e profondamente triste; un motel, un appartamento, un buco qualsiasi che possa trasmettermi solo rassegnazione e comincio a bere fino a cagare sangue.





E la sbronza non arriva mai, mi colpisce solo una nebbia intorno agli occhi, una sorta di benedetta accettazione simile a quella che deve accompagnare ogni vittima sacrificale, stordita dal terrore o dal fumo del vischio. Precipito lungo una strada lastricata di tessere scadute, biglietti strappati, cocci di bottiglia e olio per macchine esausto, resto a fissare la mia ombra che si allunga sul muro, al tramonto, e si trasforma in una bestia deforme, irta di aculei e corna, qualcosa che posso riconoscere come il vero me. Cammino per le strade sicuro che la gente del luogo, sconfitta quanto e più di me, non mi degnerà di uno sguardo. Mi lascerà scivolare sul confine della sua esistenza come un pallido spettro cencioso, afflitto da una infezione incurabile: chiamatela malinconia, chiamatela disperazione, chiamatela come cazzo vi pare. Una settimana prima del giorno, sprofondo nel nulla, sprofondo in silenzio... cerco di spingere indietro la marea montante dei ricordi e mi ritrovo inchiodato gamba e braccia all’impossibilità.

L’impossibilità di dimenticare.
L’impossibilità. Di dimenticare.

“Tornerai?” “Non lo so. Cioè, non so se tornerò da vivo. Dipende, magari come fantasma sono più affascinante...” “Scemo!” “No, sul serio! Immaginami mentre scuoto rabbioso un bel grappolo di catene, le vene dei muscoli rigonfie, tutto nudo... non è una visione eccitante?” “Direi raccapricciante, più che altro!” “Esagerata! Comunque, a parte gli scherzi, non lo so... mi dicono che la situazione sia parecchio incasinata, a Erin...” “Beh, io e mia sorella ti abbiamo insegnato tutto quello che sapevamo... che non è poco! Dovrebbe bastare a salvarti la buccia!” “Qui non c’è in ballo solo la mia buccia, Aife... c’è in ballo il futuro della mia terra e io... io devo andare...” Eravamo seduti al riparo di una vecchia quercia, la schiena appoggiata contro la sua pelle ruvida. Aife teneva entrambe le mani appoggiate sul pancione ed era bellissima nella luce del primo pomeriggio: il viso da elfo, le lentiggini, le punte rosse dei capelli, sparati in fuori a mo’ di spine e sorretti dalla creta, come voleva il costume celtico. E anche se la mia devozione era andata e sarebbe sempre andata a un’altra, alla mia Emer, mi sono chiesto spesso che cosa sarebbe stato se avessi piantato tutto per restarmene lì con lei, nella brughiera. Sarei stato un uomo più felice? Il mondo sarebbe stato un luogo peggiore? Alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni, non so dire quanto le mie gesta abbiano fatto pendere il piatto della bilancia verso l’equilibrio... voglio dire, la Morrigan è più forte che mai. Se fossi rimasto con Aife, se avessi rinunciato al mio ruolo di Mastino, ora come sarebbe? Il meglio che posso sperare è che il mio intervento abbia ritardato la vittoria assoluta della Morrigan, quanto basta per un ultimo, disperato tentativo... affidato, guarda caso, alla mia sorellastra, alla piccola Buia. Devo sperare che sia così... perché se è vero che in fondo non amavo Aife, se è vero che le mie chiamiamole gesta hanno garantito una parvenza di futuro alla mia terra, è altrettanto vero che ho rinunciato a molto, per compierle. Appoggiai la mano sul pancione... “Sarà un maschio” disse Aife appoggiando a sua volta la sua mano sulla mia.”Lo so. Lo sento. Lo chiamerò Connla.” “Connla... è un buon nome. Un nome da guerriero...” “Mah, io pensavo di fargli percorrere il sentiero dei Druidi... sai, meno rischi, stesso prestigio...” “Cosa? Nostro figlio uno stupido Druido? Non se ne parla proprio! Promettimi una cosa...” “Come? Stai per mollare me e tuo figlio e vuoi anche che ti prometta una cosa? Devi essere davvero fuori di testa, Cu Chulain Mac Suatam...” “No, aspetta, ascolta, Aife... voglio che mio figlio cammini sempre a schiena dritta, capito? a testa alta... voglio che nessuno osi mai mettere in dubbio il suo valore. Promettimi che il suo geas sarà questo: non dovrà mai rinunciare a una sfida. Mai. Dovesse trovarsi di fronte Balor Occhiobieco in persona. Non voglio che si tiri mai indietro.” Aife non rispose. Sorrise e mi appoggiò la testa sulla spalla. Sussurrò qualcosa... un fruscio che lì per lì non afferrai ma che continuò a rimbalzarmi nelle orecchie per ore, per giorni.



Fu solo quando avvistai le cose d’Irlanda, in una mattina pesta e brumosa che finalmente capii cosa mi aveva detto. “Non ci lasciare.”


L’ultima notte è sempre la più dura. Bevo sempre più forte e, invece dello stordimento, tutto comincia a sovrapporsi davanti ai miei occhi come un marchio rovente... a volte resto nudo davanti allo specchio, per ore... e cerco di premere il mio corpo contro il vetro sperando di sparire, in un riflesso, in un modo dove esistono solo spiragli di luce su una tenebra assoluta. Stringo gli occhi e sono tutti lì, in fila... una torma, un esercito di anime dannate spinte nel vortice della perdizione da queste mani insanguinate. L’ultima notte non passa mai, mi si appiccica addosso come pece bollente, strappa via quel che resta della mia baldanza, della mia sicurezza, di me non resta che un cartoccio vuoto e mugolante... poco prima dell’alba trovo la forza di crollare, di svenire.



Per un’ora o due l’oblio mi concede una proroga sul dolore e ho il tempo di raccogliere le forze residue. Quelle che dovranno bastare a mettere in moto i miei passi, l’indomani. L’ultima notte è la peggiore, quella in cui il buio oltre la quarantottesima profondità diventa una calamita a tratti irresistibile... e non so, non so cosa mi convinca a resistere, a restare aggrappato a questa pantomima di vita che porto avanti da secoli... o meglio, lo so, ma in quei momenti non mi sembra poi così importante. Ma se penso che sia stato tutto per niente, se penso che non ci sia un senso, dovrei trovare una nuova parola per descrivere lo stato in cui mi troverei. Qualcosa al di là di ogni possibile dannazione. L’unica cosa che mi trattiene, l’unica ancora: devo sapere come andrà a finire.


Sette anni dopo il mio ultimo incontro con Aife ero sposato con il mio amore di sempre, la bella Emer. Non che questo mi avesse reso un tipo fedele, tutt’altro... purtroppo ho sempre avuto il pessimo vizio di pensare con l’uccello... unito a una smodata attrazione per il genere femminile. Tutta la mia stupida esistenza mortale è stata un susseguirsi di baruffe e di amorazzi e quella santa donna di mia moglie ne ha dovute sopportare di tutti i colori... una volta l’ho perfino lasciata per una principessa delle fate... ma questa è un altra storia e non è proprio il caso di raccontarla adesso. A volte penso che questa eterna agonia non mi sia stata concessa per passare il mio dono a Buia Beattie e nemmeno per assistere agli ultimi scampoli di questa guerra millenaria... a volte penso che sia stato solo una meritata punizione, un espediente per ricordarmi l’enorme marea di stronzate che ho commesso nei ventisette anni in cui ho calpestato la prima profondità della morte, la vita mortale. Comunque dopo sette anni che io e Aife ci eravamo detti addio ero già un pezzo da novanta e avevo steso più gente di quanta ne potessi ricordare. Ormai il nome di Cu Chulainn faceva bella mostra di sé in centinaia di saghe e la mia riastrad, la mia furia guerriera, il mio spasmo torcente, era una leggenda che aveva varcato i confini d’Irlanda. Abitavo con Emer a Dun Dealgan, circondato da alcuni fra i più tosti Guerrieri del Craeb Ruadh, il Ramo Rosso, la cricca insieme alla quale mi stavo divertendo a prendere a calci nel sedere Ailill, le sue armate e quella zoccola di sua moglie Medb. Era un pomeriggio di autunno quando Tanet, un vecchio servitore di mia madre, irruppe trafelato nella mia dimora per dirmi che un intruso aveva appena messo k.o. Darragh il Lesto. Tanet disse che Darragh lo aveva pizzicato a curiosare vicino alle stalle e gli aveva chiesto di identificarsi, rivelando nome e lignaggio. L’intruso aveva risposto picche e a quel punto, al mio fratello d’armi non era rimasta altra strada che sfidarlo a duello. Darragh il Lesto non si chiamava così per niente... poteva tenere il passo di un daino in fuga e la velocità con cui vibrava i suoi colpi era seconda solo a quella del sottoscritto. Nessuno dei cialtroni di Aililll, nessun porco fomoriano, nessun invasore vichingo avrebbe potuto tenergli testa. Solo un Tuatha de Danaan e solo a fatica, avrebbe potuto aver ragione di uno fra i migliori Guerrieri del Ramo Rosso. Più incuriosito che infuriato afferrai la mia Gae Bolga, la mia temuta e famigerata lancia uncinata, e seguii Tanet fino al luogo del misfatto. E la sorpresa fu davvero enorme nel constatare che l’intruso, ai piedi del quale un gemente Darragh si artigliava il braccio ferito, altri non era che un ragazzino.




Alto poco più di un metro e mezzo, avvolto in un tartan di una tribù a me sconosciuta, il capo coperto dal teschio di un cervo da sotto il quale scendevano a cascata una matassa di lucidi capelli rossastri. “Darragh- dissi- patetico buffone! Ti sei fatto mettere sotto da un moccioso?” Il mio amico sollevò lo sguardo furente su di me, digrignando i denti: “Non sono in vena, Cu...” Fu allora che il ragazzino parlò... e la sua voce era dura come l’acciaio, fendette l’aria investendomi con la forza di un pugno. “Tu sei Cu Chulainn Mac Suatam? Il Mastino dell’Ulster? Il Madadh di nostra Madre Dana, la Grande Dea della Terra” E nel dire questo sollevo la spada, puntandomela contro. Sorrisi. “Chi lo vuole sapere?” Il ragazzino non rispose. Continuò a fissarmi in silenzio, il braccio proteso in avanti. Aspettai invano che si presentasse, prima che l’impazienza e la Bestia che mi ruggiva dentro reclamassero la loro attenzione. E allora: “Senti, moccioso, sono tempi bui, questi. Tempi di guerra. Se un intruso si presenta alla mia porta senza rivelarsi e stende uno dei miei migliori soldati, sono costretto a pensare il peggio. Ora, nonostante tutto, credo che tu mi piaccia. Chiunque abbia insegnato un po’ di umiltà a quel gradasso di Darragh non può che starmi simpatico- sentii Darragh mugolare un insulto- ma se non mi dici immediatamente chi sei e cosa vuoi, mi vedrò costretto a insegnarti un po’ di educazione... e non ti piacerà, credimi. Non ti piacerà neanche un po’.” Il ragazzino continuava a fissarmi e i suoi occhi per un istante tremarono... come se fosse sul punto di dirmi qualcosa. E col senno di poi avrei dovuto capire, avrei dovuto capire... Erano tempi bui? E’ vero, lo erano. Erano tempi di guerra? E’ vero anche questo. Ma ancora mi chiedo perché, perché... “Temo che dovrai prepararti a combattere, piccolo. E temo che il tuo meglio non basterà.”


Una volta che lasci la prima profondità della morte, quella roba chiamata Vita, lo fai per sempre... non puoi più farvi ritorno, o meglio, non alle vecchie condizioni. Mentre puoi prendere l’ascensore e scorazzare liberamente per le altre 47 profondità, la Vita resterà sempre fuori dalla tua portata. Potrai raggiungerla, sì, potrai trovare una Porta della Morte che ti conduca direttamente lì, ma una volta passato, sarai solo uno spettro, invisibile agli occhi dei più. Quando arriva il giorno su di me scende una specie di plumbea rassegnazione, la stessa sensazione che ti assale davanti a qualcosa di enormemente sbagliato, qualcosa per la quale tu non puoi fare assolutamente niente. Le Porte della Morte le trovi un po’ ovunque, nella 48 profondità... ti basta aguzzare bene lo sguardo e impari a riconoscerle, è come se l’aria tremasse intorno ai loro bordi. E’ un tremolio impercettibile, però, se ti abitui, non diventa difficile da scorgere. Quest’anno sono passato attraverso l’ingresso di un cinema estivo abbandonato... per sbucare da un cappella nel cimitero che circonda la Cattedrale di Glasgow, Scozia. E’ strano, non c’è nessuna differenza fra la prima profondità e la quinta, la quindicesima o la quarantottesima... l’aria è la stessa, stessi sono gli odori. L’unica differenza, come ho già detto, è che qua io sono una specie di fantasma formaggino... non posso interagire col mondo e le persone, posso solo aggirarmi sullo sfondo, ombra fra le ombre. Qualche volta qualcuno mi nota: anzi, a questo proposito c’è un aneddoto troppo divertente. Una cronaca cristiana riporta come sia comparso davanti a San Patrizio, mentre stava provando a convertire il re irlandese Loegaire. La cronaca dice che mi limitai ad ammonire il sovrano sui tormenti che aspettavano i pagani nel regno degli Inferi. Falso. Ero andato lì per dire due paroline al buon Patrizio... per l’esattezza: “Vedete di trattarmela bene, la mia Erin, o giuro che vado fino a Roma e appendo per le palle quel trippone del vostro Papa al palo più alto che trovo!”. Qualcosa dev’essersi perso nella trascrizione. Comunque, avevo passato ventisette anni nella prima profondità della morte, prima di morire in battaglia, come tutti si aspettavano dal sottoscritto; da allora, sono tornato solo per il Giorno, questo giorno e poche altre volte. Ultimamente mi piaceva venire proprio qui a Glasgow, a veder giocare il Celtic... quasi nessuno pratica più l’hurling e se è vero che il rugby è uno sport più in sintonia con la mia indole, niente può ripagare lo spettacolo di sessantamila persone che sventolano la sciarpa col quadrifoglio cantando You’ll never walk alone. Comunque, oggi non sono qui per questo, oggi è il giorno. Ci vogliono un paio d’ore e tre autobus per uscire dalla città e ritrovarmi in aperta brughiera. Mi faccio lasciare lungo la strada, a un tiro di sasso da un paesino senza nome delle Lowlands. Ormai conosco il percorso, dopo duemila anni potrei rifarlo a occhi chiusi. E mentre m’incammino, tutto ritorna indietro, tutto. E rivivo gli ultimi istanti, a denti stretti, in silenzio, senza sapere se protrarre quest’agonia in eterno... o farla finita una volta per tutte.


Dana mi è testimone, non volevo fargli male. Piantai la Gae Bolga in terra e sfoderai la spada, preparandomi a ricevere la sua carica. E, non capisco, ancora non capisco come abbia potuto non accorgermi di niente... i sette anni trascorsi dal mio addio ad Aife erano stati un susseguirsi di duelli e di battaglie. Io avevo lasciato che la riastrad sconvolgesse il mio corpo tanto a lungo da diventarne quasi schiavo. Sentivo il Serpente che chiamava dalle viscere della Terra e lo lasciavo entrare quasi in automatico ormai, grato che la sua energia palpitante sconvolgesse i miei muscoli, le mie membra trasformandomi nella Bestia, nel Mostro. Che sia stata l’abitudine a tradirmi? No, non posso crederci... Il misterioso ragazzino fece un balzo, un balzo notevole... conoscevo quella tecnica perché eravamo in pochi a usarla... il Salto del Salmone, saltare fino alla propria altezza... il ragazzino lo usò per piombare verso di me come una freccia. Non feci fatica a schivarlo. Lo spedii a ruzzolare nella polvere con un calcio nelle reni... speravo che un simile sfoggio di superiorità potesse bastare, ma non fu così. Tornò alla carica, menando stoccate e fendenti che, lo riconosco, avrebbero bevuto il sangue di qualsiasi guerriero, perfino di un membro del Craeb Ruadh: ora non mi sorprendeva più che Darragh avesse ceduto a questo giovane demone. E fu proprio quello che cominciai a pensare... che il ragazzino non appartenesse al Mondo dei Vivi, ma fosse una creatura incantata... forse una Fata Oscura o un abitante dell’Altrove, dove dimorano i più potenti fra gli spiriti. E ogni volta che le nostre spade cozzavano, il Serpente chiamava, ripeteva la sua litania di morte e distruzione... implorava perché gli concedessi via libera. Eppure, un barlume di consapevolezza doveva tenermi aggrappato alla realtà perché continuavo a respingere le sue richieste, continuavo a non voler ferire il mio avversario. Provai a disarmarlo, senza riuscirci... la cosa non mi piacque, neanche un po’. E non piacque al Mostro. Un crampo mi strinse lo stomaco. Sbavando, sbraitando, mi rivolsi ancora al ragazzino: “Se non l’avessi capito, sto evitando di affondare i colpi. E’ solo questo il motivo per cui le tue giovani budella non si ritrovano sparpagliate sul piazzale. Te lo ripeto un’ultima volta: deponi le armi, presentati e ti prometto che verrai trattato con tutti gli onori che si riservano a un ospite... t’inviterò a sedere al mio fianco nella Sala degli Eroi e potrai bere dal mio cranio preferito. Ora però, finiscila”. Da sotto l’elmo mi giunse ancora una volta quello sguardo tremolante, quasi rassegnato. Poi avvenne l’impensabile. Mi colpì. Sarà stato perché stavo lottando per respingere lo Spasmo, sarà stato perché ormai mi sentivo imbattibile, ma mi ritrovai a sollevare la spada un secondo più tardi e il Ragazzino mi trafisse, a una spanna dal cuore. Era quanto bastava al Mostro. Senza neanche pensarci, con le vene del collo in fiamme e l’occhio sinistro che mi schizzava fuori dall’orbita, chiusi la mano sulla Gae Bolga e, con unico movimento fluido, la estrassi dal suolo e la scagliai. La testa irta di barbigli centrò il giovane in pieno petto, sollevandolo, trascinandolo nell’aria fino a inchiodarlo contro il dorso rugoso di una quercia, come quella sotto la quale io e Aife ci eravamo detti addio. Tornai subito in me. E anche se non ero ancora pienamente consapevole della portata del mio gesto, una patina di sudore gelato mi avvolse di colpo, completamente. “Ti avevo avvertito, dannazione...”






Raggiunsi la quercia sapendo che per il piccolo era finita... non si resiste a un colpo diretto di Gae Bolga. Non c’è via di uscita. E infatti, il suo corpo stava tirando gli ultimi tratti. Gli sfilai il teschio di cervo dal capo e allora tutto cominciò a diventare più chiaro... sinistramente chiaro... Dalle belle labbra sgorgò uno spruzzo di sangue denso che andò a imbrattare i delicati tratti da elfo... “Mi dispiace, padre... io non... potevo...”

E a quel punto, il mondo esplose.

Dissero che la mia riastrad valicò ogni limite... dissero che il mio corpo si gonfiò, si contorse, divenne una cosa irriconoscibile, enorme, disumana come non mai... dissero che mi lanciai in mezzo al bosco lanciando in aria gli alberi come fossero stuzzicadenti, che smantellai una collina a pugni, che corsi per tutto il giorno e tutta la notte distruggendo tutto quello che trovavo sul mio cammino... dissero questo. Io non ricordo niente. Assolutamente niente.



Mi trovò Emer, sfinito, mentre le onde del mare schiaffeggiavano il mio corpo esausto sulla battigia. Solo Emer avrebbe potuto calmarmi, solo lei. Ero svuotato... ero svuotato e continuavo a chiedermi perché... perché non lo avevo riconosciuto? Perché Connla non si era presentato? Perché... Presi il corpo di mio figlio, lo avvolsi con i colori del mio tartan e m’imbarcai. E il mio sguardo finiva sempre su quel volto freddo... così simile a quello di Aife. La mia mano si posava sui suoi capelli e, ora che la furia non c’era più, non riuscivo a smettere di piangere. Piangevo ancora quando arrivai al santuario di Scathach. La mia vecchia maestra era lì ad aspettarmi, come se sapesse già tutto. Non disse nulla; si avvicinò e mi strinse in un abbraccio. Lasciò che mi sfogassi cullandomi come un bambino. Non so quanto tempo restai così, scosso dai singhiozzi... solo dopo quella che sembrò un’eternità trovai la forza di chiederle. “Lei dov’è?” Scathach me lo disse. Ci misi tre giorni a trovarla. Della Aife che sette anni prima avevo amato non restava più niente... la donna che giaceva riversa in quella lurida capanna non era neanche l’ombra della fanciulla guerriero che avevo sfidato quel giorno, sull’Isola di Skye. Entrai in silenzio e lei sollevò lo sguardo su di me. Capì subito tutto e ruppe in un gemito terribile, che attraversò le valli e le brughiere di Alba sospinto dal vento, azzittendo perfino il canto degli uccelli. “Perché?” le chiesi. Era una risposta che volevo, una risposta a quella follia. Aife biascicò qualcosa e cercò di mettersi in piedi, crollando come un misero fagotto di stracci. “PERCHÉ?!” E stavolta l’afferrai per le braccia, stringendole fino quasi a spezzarle... la sollevai e le piantai il mio viso davanti mentre tutti i muscoli del mio corpo imploravano perché la facessi a pezzi lì, seduta stante. “E’stata... – disse Aife – ...è stata colpa mia... ho fatto come hai chiesto, ho mantenuto la promessa... Connla non avrebbe mai dovuto rinunciare a una sfida.... e gli ho dato un altro geas... non avrebbe mai dovuto rivelare il suo nome...” La guardai stupito, mentre la furia lentamente scemava e il dolore tornava a prendere il sopravvento... “Perché” chiesi ancora, stavolta in un sussurro. “Perché quando ti conobbi, nell’istante stesso in cui ti vidi... seppi cosa saresti diventato... ho avuto paura che qualcuno, per far del male a te...” “...facesse del male a lui...” soffiai fuori incredulo. “Poi – continuò – poi ho saputo che ti eri sposato... sono venuta a sapere tutto di te, le tue gesta hanno attraversato il mare... e allora, allora ho cominciato a odiarti, a maledirti... ero gelosa, capisci? gelosa marcia... e Connla... Connla non poteva più accertarlo, non voleva crederci. Un mese fa abbiamo litigato, furiosamente... per colpa tua... e alla fine lui se ne è andato. Voleva conoscerti, non voleva credere a tutto il male che dicevo su di te. Voleva incontrare suo padre, Cu Chulainn, il grande eroe.” Ogni parola in più era una stilettata nel petto... lasciai andare Aife e barcollai all’indietro, in cerca dell’uscita della capanna... avevo bisogno di aria. Trovai la forza per sussurrare, un’ultima volta “Perché?” Aife mi venne incontro e il suo viso era una maschera stravolta da anni di rabbia e dolore... “Perché, mi chiedi? – disse – e allora tu, perché ci hai lasciati?” Le sue mani picchiarono con forza sul mio petto. “Perché ci hai lasciati?!” A quel punto nella mia testa era come se si stessero schiantando le onde di una marea... Aife continuava a colpirmi e io continuavo a rivedere la Gae Bolga che attraversava l’aria per trovare il petto nudo del piccolo Connla. Volevo urlare, volevo esplodere, volevo afferare Aife e strapparle il cuore, a mani nude, per poi strappare il mio e scagliarlo lontano, oltre il confine dell’orizzonte. Invece crollammo in ginocchio, insieme, senza forze, piangendo disperati uno fra le braccia dell’altra... complici e vittime della nostra terribile follia.


Anche quest’anno, come ogni anno, sono arrivato al tumulo sull’imbrunire. Avevo scelto di seppellire Connla in una piccola pineta, vicino a un loch così piccolo da sembrare a malapena uno stagno. Avevo anche chiesto ai Druidi di proteggere il luogo, di farne un santuario invisibile agli occhi mortali, così che le spoglie del mio unico figlio potessero riposare in pace, in eterno. La luce rossa del sole e le ombre degli alberi si allungavano sulla catasta di rocce e il tumulo sembrava quasi brillare, come un rubino...



Mi sono avvicinato e, con calma, mi sono accovacciato a terra. Ricordo di aver detto “Ciao, Connla”. E mentre aspettavo una risposta che non sarebbe mai arrivata, mi sono ritrovato a ripercorrere velocemente tutti i ventisette anni della mia vita mortale: l’uccisione del Cane di Cullan, gli anni dell’addestramento, quelli delle battaglie, il mio momento di massima gloria... il tonfo della mia caduta. E durante tutto quel tempo non avevo mai conosciuto mio figlio... “Sei la persona che mi manca di più, Connla. E non ti ho mai conosciuto.” Nemmeno una parola, se non le minacce che gli avevo gridato contro, prima di ucciderlo... mio figlio era andato nell’Altrove con le minacce di suo padre che gli rimbombavano nelle orecchie... quel padre che era venuto a cercare... Ho lasciato che mi sfuggisse un gemito... “Come pretendete che possa sopportare tutto questo? Come?” Qualcuno in passato ha avuto il coraggio di dirmi che in fondo non è stata colpa mia... davvero? Se, tanto per cominciare, la mia vanità non mi avesse spinto a a pronunciare quello stupido geas... mai tirarsi indietro da una sfida... solo quello sarebbe bastato a salvargli la vita... se avessi chiesto ad Aife di venire con me, di seguirmi, forse... forse lei non avrebbe pronunciato il suo... forse avrebbe accettato il mio matrimonio con Emer... se solo fossi stato più attento, se solo mi fossi sforzato di accorgermi che il modo in cui combatteva Connla era troppo simile al mio e a quello di sua madre... se solo... E mentre tutti quei pensieri profondamente inutili continuavano a rincorrersi nella mia testa, la notte pronunciava la sua sentenza calando sulla pineta e sul tumulo e su di me, ormai prostrato a terra... quel giorno, duemila e ventinove anni fa, ho ucciso mio figlio. Tutto il resto, non significava più nulla.
Durante la notte mi sono svegliato e, per un attimo, mi è sembrato di vedere la figura di una donna, ritta in piedi fra me e il tumulo. Una giovane donna dai capelli neri e puntuti, vestita solo dei suoi tatuaggi tribali e della tinta blu delle piante di guado... Una giovane donna che si è voltata a guardarmi, si è portata un dito alla bocca, sorridendo, e ha bisbigliato: “Shhhh! Non svegliarlo”. Poi, si è accucciata su di me, mi ha postato una mano sugli occhi e ha sussurrato: “Dormi, Setanta. dormi anche tu, mio amato... questa sarà l’ultima notte, vedrai.” Senza capire, sono scivolato di nuovo oltre il muro del sonno.

La mattina dopo mi sono alzato e l’angoscia non c’era più. Non so dire come, ma avevo la netta sensazione che qualcosa mi avesse lasciato, per sempre... e non in senso negativo. “Ci vediamo l’anno prossimo, Connla. Riposa in pace, figliolo.” Queste le parole che ho detto, ma nel dirle non provavo il solito peso. C’era il dolore, quello sì, ma era qualcosa che mi disegnava come un cerchio intorno agli occhi... commozione. Non la solita lacerante colpa che mi straziava le viscere. Mi sono incamminato per fare il percorso a ritroso e nel farlo mi sono accorto che era una bella giornata... mi sono sorpreso a pensare a come quella parte di Scozia non fosse cambiata, nei secoli... ed era una buona cosa, davvero. Per tutto il viaggio, fino all’arrivo a Glasgow, ogni volto mi sembrava diverso, pulito, felice... pareva quasi che qualcuno avesse passato una pennellata di pace sul mondo intero. E sulla strada per la Cattedrale, finalmente ho capito perché. In un giardino pubblico, un bambino coi capelli rossi stava correndo incontro ai genitori. Era alto, per la sua età, quasi un metro e mezzo... indossava una tuta da ginnastica, sporca di erba e di terra sulle ginocchia... teneva un pallone sotto il braccio. “Connla...” ho detto, come stordito. Sua madre, una bella ragazza di vent’anni o giù di lì, lo ha afferrato per un braccio, strattonandolo e sbraitandogli contro qualcosa... evidentemente, la recente partita a calcio del piccolo non era qualcosa di previsto. Mi sono ritrovato a sorridere. Il padre non si è messo in mezzo, come deve fare ogni buon padre quando la madre rimbrotta un figlio... è rimasto a guardare la scena divertito, in disparte, per poi poggiare una mano sulla testa del figlio alla fine della strigliata. E io, io stavo lì a guardarli allontanarsi insieme, tramortito... ed è stato allora che il piccolo si è girato... e lo so che è impossibile, so che non può succedere... ma mi ha guardato, ha guardato proprio me... ...e ha sorriso. E non c’era dubbio, no, non c’era dubbio alcuno... quello era lo stesso viso che avevo visto, freddo e pallido, più di duemila anni fa... l’unico viso che avrei mai voluto veder sorridere. L’unico. Ed era successo. E’ stato un attimo, poi il bambino si è voltato e ha continuato a camminare... senza girarsi più. “Vivi una vita felice, Connla.” ho detto “Vivi una vita felice”. E poi, quasi, ridendo, sono tornato ad abbracciare la mia morte.

Una cosa l’ho capita subito: avevo appena visitato il tumulo di mio figlio per l’ultima volta. Una cosa l’ho capita poco dopo: entro la fine dell’anno, avrei varcato la soglia oltre la Quarantottesima Profondità... verso l’Altrove. Me ne sarei andato per sempre. Sarei rimasto accanto a Buia e Merlino, li avrei aiutati come potevo nella battaglia finale... ma dopo, dopo avrei detto loro addio. Come mi sento adesso? Redento? Neanche un po’... Però, forse hanno davvero ragione i Druidi... forse siamo destinati ad attraversare questa vita solo per tornare, più avanti... forse non esiste un tormento divino se non quello che uno vuole infliggersi... forse paghiamo tutti un prezzo, in un modo o nell’altro, e i nostri errori, per quanto tragici, sono azioni alle quali potremo sempre riparare. Non lo so. Non chiedetemi di rispondere a qualcosa che nessuno di noi può spiegare. Ho visto Connla sorridere. Tutto il resto, non significa più nulla.


giovedì 15 ottobre 2009

Non c'è giustizia a questo mondo - Prima Puntata

Inauguriamo quest’oggi una nuova rubrica intitolata “Non c’è giustizia a questo mondo”.
L’idea me l’ha data Andrea Voglino col suo strepitoso articolo su Marshall Law apparso qualche tempo fa su De:Code” (qui il link).
Dedicheremo questo spazio a tutti quei tizi che, nonostante le indubbie capacità, hanno raccolto molto meno di quello che avrebbero meritato: nel campo della musica, del fumetto, della letteratura, del cinema eccetera eccetera eccetera...
Dopo questa doverosa premessa, passiamo dunque a presentare i nostri primi ospiti...



Hello, good evening and welcome
to nothing much
A no holds barred half -nelson
and the loving touch
The comfort and the joy
of feeling lost
With the only living boy in New Cross

Correva l’anno di grazia 1993. Ai tempi esisteva ancora una roba chiamata Videomusic, distante anni luce da quel mostro caleidoscopico di MTV... ricordate? video a tutta randa, concerti, programmi che, stranamente, parlavano di musica “vera”.
E vi ricordate anche i primi anni novanta? L’avvento del grunge, i primi vagiti del nu metal, i colpi di coda dei Guns col loro Spaghetti Incident, la rinascita del pop-punk?
Beh, nell’estate del 93 Videomusic trasmise i vari live di Arezzo Wave e uno in particolare catturò la mia attenzione: una band inglese composta da due soli individui, l’incarnazione di tutto quello che una rock star non dovrebbe essere... durante l’inverno mi ero invaghito di una loro canzoncina “Do Re Me – So far so good” e del relativo video... ma quel live, con quel po’-po’ di repertorio sciorinato, trasformarono la mia cottarella in un innamoramento con tutti i crismi, innamoramento che dura ancora oggi, ad anni di distanza dal loro scioglimento.
Il duo rispondeva al nome di Carter USM (l’acronimo sta per un’improbabile Unstoppable Sex Machine). Jim “Jim Bob” Morrison chitarra e voce e Les “Fruitbat” Carter chitarra e basta. Più un bell’armamentario di basi e campionamenti assolutamente accattivanti. Qualcuno li ha sapientemente definiti “la versione Punk dei Pet Shop Boys” (dei quali, fra l’altro, i Carter hanno fatto una splendida cover della celebre “Rent”).
Il loro esordio discografico risale al 1989, con l’album “101 Damnations”, nel quale si intravedono già tutte le caratteristiche della band: melodie irresistibili, sì, ma testi incredibilmente vivaci, polemici, comici, amari, dolcissimi, struggenti.
L’album successivo, “30 Something”, li porta definitivamente alla ribalta nella terra natia, la Gran Bretagna, e la maglietta a maniche lunghe con la copertina del disco diventerà un classico della scena indie inglese degli anni novanta. Con 30 Something i Carter fanno anche in tempo a beccarsi la prima scomunica radiofonica: il pezzo “Bloodsports for all”, in cui si parla di razzismo e violenze all’interno dell’esercito, viene prontamente messo al bando dalla BBC. Non solo, una loro esibizione durante il programma televisivo Smash Hits Poll Winners Party degenera dando luogo a un episodio esilarante... il duo si presenta suonando “After the watershed” una delle loro canzoni più belle in cui si affronta il tema degli abusi sui minori... e già questo, in una trasmissione che ospita perlopiù band dai motivetti tipo “Oh, baby, I love you so” deve aver causato un certo prurito agli sponsor... così, giunti a metà dell’esibizione, i Carter vengono fatti “sfumare”. La loro reazione è civile e misurata: sfasciano qualche amplificatore e Fruitbat si esibisce in un placcaggio stile rugby ai danni del presentatore Phillip Schofield, vestito come un damerino medievale. Qua sotto potete ammirare la scena.




Ma, nonostante questi piccoli incidenti, resta il fatto che 30 Something si rivela un gran disco: A Prince on a Pauper’s Grave, Say it with Flowers, Re-educating Rita sono tutti pezzi che certa gente può solo sognarsi di scrivere.
E così siamo arrivati al 1992: l’anno di, guarda caso, “1992: The Love Album”, il disco che rappresenterà l’apice della band e che donerà loro una parvenza di popolarità internazionale. Diciamo subito una cosa: se non avete questo album a casa vostra caricate immediatamente la postepay e fate in modo di procurarvelo (non scaricatelo, porca puttana, compratelo!). Proseguiamo dicendo che raramente si ha la fortuna d’imbattersi in prove così mature, così ispirate. Nella carriera di una band capita il momento in cui tutto gira alla perfezione, in cui l’alchimia è perfetta: di solito, a quei momenti corrisponde una prova cardine, un disco che la farà entrare nella storia della musica. Per i Carter si è trattato di 1992. Qui, tutta la poesia dolce amara del duo raggiunge vette inesplorate... se si potesse tradurre in musica un film di Ken Loach, credetemi, verrebbe fuori quest’album, con buona pace di Billy Bragg. The only living boy in New Cross, Do-Re-Me so far, so good, England sono i capolavori che portano i Carter in vetta alle classifiche in Inghilterra e in tour in mezzo mondo.




Finalmente, sembra che la scena internazionale stia per acquistare una nuova stella, ma è proprio a quel punto che... ahimè, sì, inizia la discesa.
Il disco successivo Post Historic Monsters, non riesce a bissare il successo del precedente, pur restando un signor-dottor disco (che io personalmente amo alla follia): ci sono pezzi da incorniciare come The music that nobody likes, Lenny and Terence, Lean on me, Suicide isn’t painless... ma non bastano a trasformare il successo di pubblico e critica di 1992 da effimero a duraturo.
E le cose non migliorano col successivo Worry Bomb, anno 1994, per il quale, tra l’altro, la casa discografica aveva fatto un notevole sforzo di promozione e distribuzione (ehi, ero riuscito a trovarlo a Marina di Massa!): il disco è un buon disco, probabilmente inferiore a 1992 e a Post Historic Monsters, ma, come già detto, avercene di roba così! Non ci credete? Ascoltate il testo della canzone di apertura “Cheap ‘n’ Cheesy” e se non vi commuovete andate ad spararvi Gigi D’Alessio, ve lo meritate!
Comunque, siamo alla fine della storia dei Carter: la parabola discendente continua con l’ep “A world without Dave” e termina definitivamente con “I blame the government”, nel 1998. Dopo, solo greatest hits e raccolte di b-sides. Perché i Carter non sono ancora qui ad allietarci con i loro assurdi giochi di parole? Perché loro no e gli U2 sì? Non lo so, credetemi... forse c’entra anche il loro caratteraccio. Forse la scena internazionale aveva bisogno sì di ribelli, ma di ribelli carini. Forse... forse... l’importante è che possiamo ancora ascoltarci i loro vecchi dischi e, con un po’ di fortuna, rivederli dal vivo! Da qualche anno, infatti, JimBob e Fruitbat si riuniscono un paio di volte l’anno per i fans: quest’anno, per esempio, saranno alla Brixton Academy di Londra, il 13 e il 14 novembre. Io non potrò esserci ma, ragazzi, giuro che prima o poi vi beccherò, da qualche parte!
Intanto, per non sbagliare, ho fatto anch’io il mio piccolo omaggio all’Inarrestabile Macchina del Sesso... nel terzo volume di Madadh, troverete un personaggio dichiaratamente ispirato a JimBob Morrison. La vignetta qua sotto è un’anteprima ed è stata realizzata dalla mia disegnatrice preferita, Francesca Ciregia.
Che dire, non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento al prossimo episodio di “Non c’è giustizia a questo mondo!”

And it's goodbye Ruby Tuesday
Come home you silly cow
We've baked a cake and your friends are waiting
and David Icke says he'd like to show us how
to love you back to life again now






domenica 11 ottobre 2009

It's coming... lunga vita al Re!


Micelli, Maconi, Paoloni, Scalera, Semerano, Celona, Scopetta, Rak, Snareser, Gaston & Leon, Jharren, Bracchi, Acunzo, Medri, Maresca, Mitchell, Desiato, Galloway, Borgioli, Genovese... e, nell'inedito ruolo di Stan Lee, il vostro Tommaso Destefanis!
Lucca 2009, per ora non dico altro!

domenica 4 ottobre 2009

Buon San Francesco a tutti!

Ecco una tavola da catalogare sotto la voce “Cose di cui andare orgogliosi”. Questo micro-racconto a fumetti è uscito l’anno scorso sul quinto volume dell’antologico Mono della Tunuè. Ma la cosa di cui vado davvero orgoglioso, è stata la mia collaborazione con quello che, senza ombra di dubbio, è uno dei più geniali e originali disegnatori del panorama italiano (e non solo): e non lo dico solo io. E non lo dico perché Armando è anche un amico.
Qualche tempo fa parlavo al telefono con un altro amico, Alessio Danesi: stavamo cercando di stabilire chi, fra i vari artisti del momento, fosse destinato a raccogliere l’eredità di Gipi. Alessio, senza battere ciglio, ha detto “Armando Rossi”. Lì per lì ho pensato che fosse un gran bel complimento. Poi, ripensandoci, mi sono trovato a dissentire. Armando non è l’erede di nessuno. Armando è Armando e basta.
Ogni paragone sarebbe superfluo.
E mi raccomando, fra poco esce il nuovo Ravenstock: vediamo di frugarci un pochino.

Per quanto riguarda la mia versione Sid & Nancy di Francesco e Chiara vi dico... non finisce qui.
Stay tuned for more rock ‘n roll!

Buon San Francesco a tutti!

martedì 15 settembre 2009

Le Avventure di Omar e Destro - Il Corpo (Prima Parte)

Sono passati dieci giorni dall’ultimo post e sono stati giorni piuttosto intensi. Anche quest’anno, grazie al cielo, avrò la mia buona dose di ciccia al fuoco di cui preoccuparmi e, con Lucca alle porte, il tempo diventa ormai un fattore essenziale. Così, mentre mi arrabattavo intorno a testi da ritoccare e tavole da letterare, ho trovato il tempo di mettere le mani su un raccontone che ho deciso di pubblicare qui a puntate.
Nel post precedente parlavo della mia ammirazione per lo scrittore texano Joe R. Lansdale, uno dei pochi a non avermi mai deluso... e se La Notte del Drive in resta il romanzo che preferisco, il ciclo di Hap e Leonard è senz’altro la cosa che, alla distanza, ha fatto entrare quest’uomo nel mio personalissimo Olimpo dei grandissimi.
Omar e Destro, i protagonisti de Il Corpo s’ispirano proprio ai due scalcinati pseudo-detective creati dal buon Joe... e se lo sfondo in cui si muovono è la provincia italiana, se le minacce che affrontano sono di origine sovrannaturale, tutto il resto è un dichiarato atto di amore nei confronti dei loro colleghi d’oltreoceano.
Enjoy!

1. cadendo

Stavo diventando pessimista.
Il che, lo sa anche il porco, non è mai un bene.
Il pessimismo è giusto una campana, una gran brutta campana… l’anticamera della Caduta.
Monica era diventata pessimista gli ultimi tempi… restava sotto le coperte oltre l’umanamente lecito e si aggirava per l’appartamento come uno spettro.
“Ti va di uscire… magari al cinema c’è qualcosa di carino, eh?”
Non alzava neanche lo sguardo, mugnava qualcosa…
“No, non credo che “mmmmh” sia una risposta”.
Allora mi guardava; una faccia di ghiaccio…
“Non credo di averne voglia… scusami…”
Era andata avanti così per un paio di mesi… io a chiedere se andava tutto bene e lei a rispondere grazie non c’è di che.
Poi era Caduta.
E qualcuno ci era rimasto.
Archiviata la botta come tale… impilata la botta sulla pila di botte archiviate in un cantuccio, avevo ripreso il mio lavoro.
Passeggiate interminabili sulla battigia e tutti gli annessi e connessi sintomi di declino generalizzato e incontrastabile.
Riuscivo a non pensare a niente per giorni, potevo affondare tranquillamente in una poltrona e restare a guardare per ore le chiome dei lecci oltre il terrazzo.
Non era un bel segnale… non era un bel segnale e lo sapevo.
Sapevo anche che, nel bene o nel male, a un certo punto tutto questo sarebbe finito.

Camminavo lungo il viale a mare, di notte.
Mi tiravo su il bavero del cappotto e camminavo… non che facesse freddo… a ottobre, a Marina di Massa non potrà mai fare freddo… ma quel gesto, quello scatto di polsi verso l’alto, a riparare la gola, era diventato ormai un rituale, quasi una sorta di rituale di protezione.
Il viale a mare si snodava sotto i neon arancioni e intorpidiva i pensieri… ho sempre pensato tutto il male possibile dei neon arancioni… preferivo quelli bianchi… erano più duri, più freddi, ti lasciavano vigile, sveglio… è difficile vedere arrivare un pericolo se hai gli occhi impastati di quell’alone giallastro… ma, si sa, dovrebbe far apparire tutto più artistico…
Anche le ragazze, anche quelle.
Ma, in realtà, di artistico in loro c’è veramente poco… e ce ne è poco nelle macchine che si fermano per sfottere o comprare…
Maya l’avevo conosciuta dopo la Purificazione di Monica.
Ero lì che pensavo all’ennesima americanata, all’immagine di puttane gaie come ballerine brasiliane di samba che adescano i clienti nei loro abiti sgargianti… e provavo a confrontare quelle scene con la foto secca di quelle ragazze, dell’Est perlopiù, che se ne stavano a ridosso dell’asfalto con le braccia conserte… mi capitava di guardarle con la coda dell’occhio, mentre passavo davanti a loro, un’occhiata di taglio e di sfuggita... e pensavo che in fondo ci voleva coraggio... anche se poi era il dramma di tutto un mondo che se ne stava andando a rutola a renderci così simili e allora non potevi parlare di coraggio più di quanto non potessi parlare di perdizione, di Caduta. La realtà era lì, sbattuta in faccia; io non ero un salvatore e nemmeno un guardiano e loro non erano sgargianti hookers da hollywood e lì non eravamo a Las Vegas, neanche per il cazzo... eravamo tutti in un mare di merda e c’era una battaglia che si stava chiudendo per inerzia e nel peggiore dei modi... almeno per quelli della mia fazione. Così c’è chi si vende sul viale a mare e nel farlo non ha più uno sguardo, non più di chi tutti i giorni poggia il culo davanti a una telecamera a raccontarti cose che non servono minimamente a farti capire cosa stia veramente succedendo, in che razza di guaio ci stiamo cacciando...
Ora so cosa vuol dire Cadere... è un piano inclinato ricoperto di grasso, il grasso di anime impilate dopo un brusco rastrellamento... tu scivoli dolcemente, senza quasi accorgertene... all’inizio le provi tutte... provi a urlarti di darti una mossa e risalire, provi a raccogliere le energie e a riprometterti che domani un tuo sforzo avrà sicuramente più successo... ma ogni giorno, ogni sacrosanto giorno che passa e butti l’occhio verso l’alto, scopri che l’inizio della discesa è sempre più lontano... e dipende. Dipende da cosa vedi all’inizio e alla fine della discesa... io ci vedevo Monica, per esempio... quella in alto era quella che restava con me a pancia in su sul letto ad ascoltare la pioggia e l’urlo del Tirreno... quella in basso era la Monica di quella sera di maggio, col temporale che arrivava veloce dal Golfo dei Poeti e raschiava via scintille dalle punte delle palme, era una Monica infossata dentro la stanza di una vecchia villa cadente, una Monica senza faccia...
Cominciai a Cadere quella sera stessa, anche se per un po’ ci fu Maya, e dovetti rimandare quella che mi sembrava la fine solo di qualche settimana...

Aveva i capelli biondi, quasi bianchi, ed erano sottili... le scendevano lisci fin poco sotto le guance e incorniciavano un viso magro, di una grazia un po’ rattoppata, come un crinale di neve pura che si fosse irrimediabilmente corrotta, come i profili delle Apuane sfregiati dalle cave...
Era questo forse che la rendeva tanto richiesta, era questo che fermava file di macchine davanti al lampione sotto al quale batteva... il senso di poter disporre di qualcuno che forse meritava un seggiolino migliore per guardarsi lo spettacolo...
Gli occhi celesti e le lentiggini, l’incisivo scheggiato che appariva quando sorrideva.
Io e Maya ci siamo conosciuti perché in lei c’era qualcosa di troppo forte e non potevo passare oltre facendo finta di niente... Monica se ne era andata da quattro mesi ormai, l’estate se ne era andata sulla scia di una disperazione senza controllo... e Marina di Massa aveva dimenticato in fretta il Dottor Nucifora, per continuare la sua vita di turisti pallidi e spiagge tristi, più tristi che mai quando gli ombrelloni andavano a dormire e restavano solo le canzoni dei tedeschi e i jambè dei senegalesi... era quasi malinconia, quasi un groppo che prendeva la gola e riusciva ancora a impietosirmi... l’estate mi aveva accompagnato nei primi metri di caduta e quando l’autunno si era presentato con una sventagliata di foglie marroni ero già lontano dalla luce.
Maya comparve sul confine di una mia occhiata furtiva e per la prima volta mi fermai.
Nel mese seguente non successe mai che io e lei finissimo fra le lenzuola di un letto e, anche se ci andai vicino più volte, non feci niente per trascinarla via dalla vita che aveva scelto o era stata costretta a scegliere... ci trovavamo sempre verso l’alba, a consumare un panino in qualche baracca sul lungomare, di quelle fatte su misura per i puttanieri e per le loro imprese, e parlavamo; perlopiù in russo, la sua lingua, che io conoscevo discretamente anche se non ero mai stato il primo del corso. A volte Maya si avventurava in un italiano quasi.
E per un po’ andò bene così.

C’è mai stata una sera in cui hai aspettato un ragazzo sotto casa?
Una sera, qualche anno fa, in cui ti eri preparata davanti allo specchio e avevi sorriso davvero, pensando che forse al tua vita non stava cambiando, ma almeno era una cosa nuova.
Hai mai sceso le scale pensando che forse quella borsa che avevi a tracolla era un po’ ridicola e che non c’erano abbastanza tette per riempire le fantasie e le mani di chi da lì a poco sarebbe passato a prenderti...
Hai mai provato a ridere, hai mai provato a non essere costretta a scivolare fuori da un corpo sudato ma lasciartelo crollare addosso ed essere, seppur per un’ istante, felice?
Vedo Maya su una strada, di notte... e le strade di notte sono uguali quasi in tutto il mondo, le strade accompagnate dai tigli o dai pini, le strade che percorri quando c’è qualcosa che batte più forte del sonno e non riesce a farti dormire.
E se il mattino è dietro l’angolo, il mattino è solo un’illusione, una convenzione per chi crede il mondo abbia un ritmo da scandire in azioni che producono azioni, all’infinito.
Come credi che sarebbe andata a finire? Ti prego, cosa ti aspettavi?
Alla fine la dovevi pagare tu. Perché eri bella, perché nessuno poteva fare a meno di averti.
Perché, se vogliamo vederla così, io non c’ero.
Io non c’ero.

Qualcuno bussava ma io non aspettavo nessuno.
E non volevo vedere nessuno.
I lecci oltre il terrazzo seguivano una danza inquieta, piegandosi a est ogni tre secondi esatti... avevo calcolato che il vento era cresciuto perché stamattina presto il ritmo dei loro piegamenti era di uno ogni sette secondi.
TOC-TOC.
Il cielo sopra i lecci aveva tenuto un bel grigio non eccessivamente minaccioso fin verso le undici, quando si era alleggerito e aveva cominciato a diradarsi in banchi di nuvole in movimento e, verso l’una, era quasi del tutto pulito...
TOC-TOC-TOC.
Il sole aveva quella classica tinta diagonale che lo bolla come tardo-autunnale e picchiava sulle mie gambe nude increspando la pelle dove il freddo della notte appena trascorsa lasciava posto al tepore del giorno. Passando attraverso la finestra, la luce disegnava spettri scintillanti sulle pareti... un punto in cui la finestra si era incrinata creava la sagoma di una specie di grasso ragno tentacoloso proprio sopra la mia testa...
TOC-TOC-TOC-TOC.
Il ragno se ne stava come in agguato e io immaginavo che un giorno o l’altro si sarebbe deciso a piombarmi sulla faccia per cancellarmela con le sue tenaglie di luce... per imbottirmi del suo veleno di pura energia solare riflessa e per farmi scoppiare come una lampadina difettosa...
E pensavo che sarebbe stato una super fine, tutto sommato, meglio di quella che aveva fatto Monica... che avevo fatto fare a Monica, e datti un po’ pace ma c’eri in mezzo anche tu.
Anzi se non fosse stato per il mio zelo...
“Destro, ti conviene aprire. Se non apri butto giù la porta. Se butto giù la porta te la faccio fare io una fine coi fiocchi. Altro che ragno di luce, coglione”.

“Non giri mai senza balia, eh?”
Il tipo sulla porta era alto più o meno quanto me. I due alle sue spalle, no.
Erano molto più alti. E molto più larghi. E molto poco divertiti dall’andazzo.
Il tipo sulla porta era vestito da far venire un infarto a Lord Brummel e quando si tolse gli occhiali scuri per farmi notare il livello di seccatura che aveva raggiunto mi scappò anche una risatina.
“No. Non giro mai senza balia. Non di questi tempi”.
Il tipo sulla soglia si passò una mano sulla chioma ramata e ripose gli occhiali nella tasca interna della sua giacca nera.
“Dobbiamo parlare – disse –dentro”.
Sono rimasto a guardarlo in silenzio ancora un po’, grattandomi dietro un orecchio e facendo finta di poter decidere... sapevo di scherzare con qualcosa di molto più serio del fuoco, ma sapevo anche che lo stavo facendo incazzare.
“Va bene – ho detto alla fine – ma i due bisonti restano fuori”.
Alex prese un profondo respiro
“Loro sono...”
“Dove li hai raccattati, a una svendita di picchiatori fascisti?”
Il cuoio dei cappotti dei due bulldozer scricchiolò sinistramente mentre cominciavano a muoversi.
Ma Alex alzò una mano.
“Buoni lì, voi due. Il mio amico crede di essere spiritoso e magari lo è davvero. Non nel modo in cui crede lui, però...”
“Non chiamarmi amico, non sono tuo amico, anzi, non esiste un tuo amico in tutto il creato...”
Una luce pericolosa passò sotto il verde felino delle sue iridi.
“Voi due aspettate qui. Se vi chiamo sapete cosa fare”.

“Questo posto fa schifo al cazzo, Destro”
“Sai com’è, la mia colf si è licenziata...”
Alex non aveva tutti i torti. L’appartamento che io e Monica avevamo plasmato nel corso degli anni stava collassando sotto la stessa entropia che mi si era ancorata a due mani sul groppone; dovunque marcivano avanzi di pasti consumati alla bell’e meglio, la polvere si accappava in lunghi cordoli biancastri sotto agli zoccoletti, il pavimento, quelle piastrelle azzurre dal disegno a farfalla che avevo tanto amato, erano appiccicose di grumi di lozzo calcificato... la coperta sopra la quale passavo le mie giornate riportava fedelmente la mia sagoma e il sudore ne aveva tracciato un ritratto quasi fedele.
Tappandosi il naso con una mano, Alex si diresse verso la porta finestra che dava sul terrazzo e la spalancò... la porta grattò sul pavimento strappandomi un brivido che come reazione si arrampicò lungo tutta la mia spina dorsale per esplodermi fra le pareti del cranio in un emicrania da guinness dei primati.
Alex si sbottonò la giacca, spolverò una sedia e si accomodò.
Giusto per non essere da meno, mi stravaccai sul divano.
“Da quanto va avanti quest’andazzo?”
“Prova a indovinare?”
Alex sfoderò un portasigarette d’argento e si servì.
“Offrire non una usa più?”
“Fanculo, Destro. Questa roba non è per chi fuma Diana Blu...”
“Sempre in fissa col noir?”
“I francesi fanno bene un sacco di cose... le sigarette non sono al primo posto, ma stanno abbondantemente dentro la top ten”
“Il noir è americano, razza di analfabeta... e le sigarette sono sigarette...”
“Già, e le macchine sono macchine, i vestiti vestiti e le donne donne...”
“Le donne non sono oggetti, Alex...”
Alex tirò una boccata profonda e lo sapevo che stavo tirando la corda...
“Sei in un guaio, Destro”
“L’ ho capito appena ti ho visto”
“Tu non hai idea in che cazzo di guaio ti trovi”
“L’ ho capito, sai... se continui a ripetermelo non è che mi preoccupo di più... e non è detto che mi dispiaccia più di tanto”
“Eccolo! Qua ti volevo! Non deve dispiacere a te, a nessuno gliene sbatte meno di un cazzo di cosa ti piace o ti dispiace... ma se il tuo atteggiamento rode il culo a qualcun’altro, a qualcuno di grosso, allora è tutto un altro paio di maniche...”
“A chi stai leccando il culo ultimamente, Alex? A quelli del Seminario glielo hai già ripulito ben benino da un pezzo, ora chi sono i fortunati? Quelli della Milizia? A giudicare dai due ceffi là fuori...”
“Tu non ti sei accorto di niente vero?!”
E nel dire questo, Alex schizzò in piedi e mi puntò di brutto.
“E di cosa dovevo accorgermi?”
“Sai, stronzo, dovresti baciarmi le chiappe che mi sono presentato qui con due Miliziani invece che con un plotone di Purificatori come chiedeva il Concistoro! Io ci ho messo la faccia, porco cazzo, ci ho messo la faccia e ho detto che ti avrei parlato, che eri sempre stato affidabile e che per una volta il beneficio del dubbio potevano lasciartelo! E invece tu, tu te ne stai sdraiato lì e continui a rompermi i coglioni!”
“Ma di che cazzo stai blaterando?!”
Alex è restato a fissarmi con gli occhi fuori dalle orbite e i denti digrignati... l’aspetto da fighetto era scomparso per lasciare il posto a quello di un pit bull in procinto di sgranocchiarsi qualche coscia.
“E’ entrato un porno nel tuo settore”
Una piccola sfera di nausea cominciò a plasmarsi all’altezza del mio stomaco.
“U-un porno?”
“Già, e uno di quelli fetenti a quanto pare”
Sono rimasto a contemplare la faccia stravolta di Alex come un coglione; e mentre la consapevolezza di quella rivelazione si faceva strada nella mia disperazione generale, il mio viso doveva assumere un aspetto sempre più preoccupato perché il mio ospite si calmò e tornò ad appoggiare le sue chiappe sulla sedia.
“Cazzo, Alex, ti giuro che io... Quant’è? Quant’è che è successo?”
“Due, tre settimane... di preciso non si sa. Aspettavamo tue notizie, finora non avevi mai fatto minchiate, anche se il tuo settore è piuttosto tranquillo...”
“Porca puttana...” ho sussurrato.
“Ascolta, Destro, lo so che gli ultimi mesi sono stati duri per te... la storia del Dottor Nucifora e tutto il resto... io avevo proposto di sospenderti, un po’ perché mi avevi fatto incazzare e te l’avevo giurata e un po’ perché mi sembrava che la mazzata l’avevi presa bella grossa...”
“Mi sembra di ricordare che nei tuoi progetti c’entrava qualcosa come le mie palle e un portachiavi...”
“Già, ma tu m’avevi sputato in faccia, che cazzo ti aspettavi? Ora però lasciamo da parte i complimenti e analizziamo la situazione. Stai Cadendo, questo mi pare lampante. In linea di massima dovrei chiamare i miei due amici là fuori e farti trascinare in qualche ricovero, ma conoscendoti so che non funzionerebbe e che alla fine dovrebbero Purificarti comunque. E allora eccoti la mia proposta; 48 ore a partire da subito immediatamente e tu mi pulisci questa merda. Non un secondo di più non un secondo di meno. E’ il massimo che posso fare senza che il Concistoro prenda in mano la situazione. Due giorni, te risolvi ‘sto casino in due giorni e poi decidi se continuare a cagarti nei pantaloni come stai facendo adesso, solo che stavolta il tuo settore passa a qualche giovane di belle speranze e torna buono il ricovero di cui sopra, oppure ti rimetti in carreggiata e tutti quanti vissero felici e contenti”.
I lecci oltre il terrazzo avevano momentaneamente smesso di ballare per starsene dritti come fusi ad aspettare il responso di un cielo che nel frattempo si era abbassato di parecchio... nuvole nere, pioggia in arrivo.
Come cazzo avevo fatto? Mi ero fatto passare un porno sotto il naso e magari c’era già rimasta della gente. E aveva ragione Alex, era dura da digerire ma aveva ragione alla grandissima... un conto è se voglio affogare nella merda, un’altra storia e se ci lascio affogare chi non c’entra un cazzo... chi dovrei proteggere.
“Quarantott’ore, hai detto?”
“E ho detto anche non un secondo di più”
“Basteranno”
“Bravo, ragazzo, così ti voglio. Ora però è meglio che vada prima che quei due là fuori comincino a pensare che sono qua dentro da troppo e ti abbattano la porta”
Alex si alzò e si diresse verso l’uscita.
“Un’ultima cosa, Alex.”
“Spara”
“Perché?”
“Perché cosa? Perché un porno è entrato nel tuo settore? Perché il mondo è tanto storto?”
“No, perché mi hai parato il culo?”
Alex estrasse i suoi occhiali scuri e li inforcò.
“Non lo so, Destro. Forse perché mi sento in colpa per Monica, anche se non dovrei visto che tre bambini ci hanno lasciato la pelle. E in fondo lo sai che è stato giusto così, altrimenti non l’avresti fermata. Non lo so, forse perché ai tempi del Seminario eravamo amici...”
“Tu eri mio amico solo perché ti passavo i compiti d’inglese...”
“Già, vedila così, se ti pare. Forse mi ti sto sdebitando per quelle sfilze di quattro che mi hai risparmiato. O forse sto solo cercando di salvare un buon guardiano che ha sempre fatto bene il suo lavoro. Scegli la spiegazione che ti piace di più e datti una mossa”.
Mi tirai in piedi e raggiunsi Alex.
“Grazie”
Alex mi diede le spalle e tirò dritto, solo che...
“Ah! Un ultima cosa! Quasi dimenticavo... devi passare a prendere un tipo”
“Un tipo?”
“Già, un tipo... lo ha imposto il Concistoro. Credo che faccia parte della nuova politica di distensione che abbiamo intrapreso negli ultimi tempi...”
“E chi sarebbe?”
“Si chiama Omar e lo trovi a una macelleria o una rosticceria islamica sul Viale della Stazione, almeno così mi hanno detto, ne sai qualcosa?”
“Di questo Omar?”
“No, di quella merda di macelleria o scannatoio o checazzoè?”
“Sul Viale della Stazione? Sì, c’è una rosticceria araba sul Viale della Stazione...”
“Ecco, vai lì e chiedi di questo Omar”
“Ho capito, ma chi è ‘sto qui? Che c’entra?”
“Te l’ho detto, chiedilo a quelli del Concistoro... comunque credo che si tratti di artiglieria pesante. Un djinn.”
“Un djinn?”
“Proprio così. E con questo è proprio tutto... Anzi, no. Destro?”
“Cos’altro c’è?”
“Fatti subito una doccia. E anche la barba. Fai schifo al cazzo, davvero”.

La macelleria sul viale era stata chiamata, in uno slancio di inventiva e originalità, “Macelleria del Viale”. E sulla bella insegna gialla, la scritta rossa era accompagnata dalle caricature di un pollo e di una mucca che dovevano sembrare divertiti, ma alla fine risultavano piuttosto perplessi.
Sulla porta a vetri un cartello in arabo schietto invitava qualcuno a fare qualcosa e per quanto ne sapevo io dell’arabo poteva benissimo invitare tutti quanti a… e ci siamo capiti.
Mi ero lavato e sbarbato come aveva richiesto Alex… la vera impresa era stata trovare qualche capo d’abbigliamento che raggiungesse seppur lontanamente il livello “decoroso” richiesto per girare per le strade senza che la gente metta mano agli spiccioli appena t’incoccia… alla fine avevo riesumato dai meandri dell’armadio una vecchia felpa con cappuccio e un paio di jeans che sicuro e garantito non erano miei, ma di qualche specie di elefante preistorico che dovevamo aver ospitato io e Monica in passato.
Guidare si era rivelata la solita rottura di palle, con l’aggiunta del parafango della mia vecchia uno grigio topo che si era sinistramente piegato verso il suolo... quando stringevo un po’ una curva lo sentivo che rosicchiava l’asfalto... cazzo, ma com’ero vissuto fin’ora, come mi ero trascinato attraverso questi mesi... non che i sintomi della Caduta se ne fossero andati così di colpo, ci mancherebbe, se guardavo dietro le spalle li vedevo che se ne aleggiavano in attesa di piombarmi addosso nuovamente... e lo sapevo, lo sapevo che comunque sarebbe andata questa storia col porno avrei dovuto rifare tutti i conti daccapo, ma... un porno! Cazzo, ma in che stato ero per non accorgermi di niente! La notizia mi aveva fulminato come un calcio nei coglioni ed era bastata, per il momento, a snebbiarmi... quarantotto ore... e lo stronzo era in circonvallazione già da due (se va bene, se va benone) dico due settimane...
Spera che non ci sia rimasto secco nessuno... o Mio Dio, Mio Signore fa che non sia morto nessuno.
Ho mollato la macchina in mezzo a quella cazzo di pista ciclabile e mi sono diretto verso la macelleria; da dentro una versione in arabo di Blitzkrieg Bop si riversava sul marciapiede... marciapiede su cui stava, svaccato sopra una sedia, un ragazzotto con un cespo di capelli smisurato... il ragazzotto, in barba all’inverno che bussava come un ossesso sulle porte e sulle ossa, indossava tranquillamente una canottiera... e ora, non per essere stronzo o malfidato o, peggio ancora, razzista, ma questa idea del djinn mi sembrava proprio un’idea di merda... ne sapevo poco dei nostri cugini, tutti noi sapevamo poco gli uni degli altri, era il classico conflitto stile CIA-FBI o, più probabilmente, Polizia-Carabinieri... ma fatto sta che ne sapevo poco e quel poco che sapevo non mi piaceva un granché...
Comunque, non ero davvero nella posizione d’impuntarmi con Alex per questa storia, la mia unica strizza era che questo tizio si rivelasse un piombo al culo o un pazzo sanguinario o tutt’e due le cose frullate insieme.
Mi sono affacciato sulla porta... dietro il bancone un tipo sulla quarantina con una specie di gatto morto al posto dei capelli affilava coltelli fischiettando i nuovi Ramones dell’emirato...
E non ho fatto in tempo a dire “Sto cercando Omar”... che il ragazzotto svaccato mi aveva già risposto.
“Sono due ore e mezza che ti aspetto. Ve la prendete sempre così comoda, voi crociati?”

Dico che vent’anni non glieli avresti dati e a guardarlo così sbragato con quella spocchia incollata al posto della faccia non gli avresti dato nemmeno due euri messi male
“Di solito non faccio tardi – ho detto io – è che, come dire, dovevo darmi una ripulita”
“Oh, se ti sei messo in tira per me, allora t’ ha detto male... non sono un finocchio, io: niente di più lontano da un finocchio”
“Oddio, con quella canottiera non saprei davvero...”
Omar mi ha fissato, preso in contropiede, come se sotto quella specie di arbusto che aveva appollaiato in testa due idee stessero combattendo selvaggiamente per prendere il sopravvento: la prima Scartavetra la faccia di questo pederasta infedele sulla pista ciclabile, la seconda Questo pederasta infedele ha il senso dell’umorismo di un coglione del Bagaglino.
Gli ho dato una mano
“E comunque non sei il mio tipo”.
Omar ha allargato un sorriso che mi è stato istantaneamente sui coglioni. Perché? Perché era un bel sorriso... e quell’Omar era davvero un bel ragazzo. Avevo sempre odiato i belli. Non che mi ritenessi un cesso, questo no, ma la distribuzione a cazzo e campana della bellezza era sempre stato uno dei misteri che aveva messo a dura prova la mia fede.
“Allora, Destro... a proposito, che nome di merda è Destro?”
“Sei sempre così simpatico o è la situazione a ispirarti”
“No-no, è proprio un dono di natura”
“Meno male, pensa che sfiga se fosse stato il contrario...”
“Dicevo, abbiamo uno shaitan da rispedire a calci nelle palle in qualche pozza solforosa...”
“Se con questo intendi individuare un porno e fare uno squillo ai Purificatori...”
“I Purificatori? Intendi quei tizzi tutti neri senza forma che compaiono e scompaiono...”
“Proprio quelli”
Omar si è alzato... lì per lì non avevo fatto caso a quanto fosse realmente alto; era una bestia di un metro e novanta e passa, con un fisico da pescatore di squali... nel senso che gli squali li pesca a mani nude.
“Sentimi bene, Destro... non mi sono sobbarcato un viaggio di merda su una schifezza di accelerato da Genova Brignole fino a qui per fare uno squillo a degli stronzi”.
Ha inforcato un paio di tamarrissimi occhiali neri.
“Io quel robo lo spacco come un giornaletto. Che ti piaccia o no”.
Cominciavamo bene.

Il portone della vecchia villa emise un flebile, catarroso lamento mentre girava faticosamente sui cardini incrostati di ruggine e sale.
Per un istante, la tempesta che cominciava a soffiare alle mie spalle disperse l’alone di demone che gravava all’interno, per un istante…
I demoni hanno tutti quell’odore lì, un guazzabuglio stordente che riesce a saltare dal piscio di gatto ai fiori marci… ti piglia dritto agli occhi, t’ingrossa lacrimoni come gemme di ortensia per poi esploderti dentro le narici e scivolare giù in gola, dove resta aggrappato a due mani dondolandosi finché non cominci a sentire nausea, nausea, nausea e allora giù, attacchi a sboccare. Almeno le prime volte.
Quando ci fai il callo è tutto un altro paio di maniche; quell’odore comincia quasi a piacerti.
La vecchia villa era avvolta nella penombra, l’immenso atrio ingombro di vecchi scatoloni rancidi e detriti generati dalle stesse pareti gravide di muffa e di anni... una rampa di scale polverosa e umida partiva e con un’ampia curva saliva al piano superiore... sapevo poco della villa e di chi l’aveva abitata, girava voce che durante la seconda guerra mondiale i tedeschi l’avessero usata come dopolavoro e che se quelle pareti avessero potuto parlare avrebbero condotto alla follia tutto il vicinato.
Quand’ ho mosso il primo passo verso la scala, in quel preciso momento, ricordo di aver cominciato una specie di litania a mezza voce, un mantra basso e profondamente disperato
Fa che mi sbagli, Fa che mi sbagli, Fa che mi sbagli, Fa che mi sbagli...
Ci poteva sempre stare l’equivoco anche se c’era poco da equivocare ormai.
E ogni passo era una martellata sul chiodo, una crocifissione che io avevo organizzato e che era giusto che io chiudessi.
Mentre il piano superiore diventava una concreta realtà, l’odore di demone penetrava a ondate dentro i miei polmoni, sentivo le guance torse di lacrime e a quei punti non capivo più quanto dipendessero dall’odore e quante dalla fine di quello che era stato e forse resterà per sempre il primo e unico... amore? Diciamo così, amore. Anche se poi è Dio ad amare i suoi figli e i suoi figli fanno quello che possono.
E a volte sbagliano.
A volte Cadono.
Una porta chiusa davanti a me. Un rumore di sottofondo. Ci ho messo un po’ a capire che era la mia voce, il mio mantra.
Finisce stanotte, Monica.
Perdonami.