sabato 2 gennaio 2010

2009 a Fumetti - Quello che resta.

Sì, lo so, certe robe sarebbe meglio farle entro la fine dell’anno e non ad anno nuovo iniziato... ma, sapete com’è, negli ultimi giorni sono stato impegnato a fare cose estremamente edificanti come godermi le feste (tradotto: bere e magnare) e non ho avuto proprio testa per mettermi a scrivere un post. Riparerò adesso. Questo è quello che mi è rimasto del mio 2009 a fumetti: badate bene, alcune cose non sono state scritte e disegnate molto prima del 2009 ma ho avuto modo di leggerle per la prima volta durante i 12 mesi passati. Abbiate pazienza, sono una capra, lo so.

La palma d’oro per il miglior fumetto del 2009 va senz’altro a Laika, toccante graphic novel scritto e disegnato da Nick Abadzis, autore inglese dotato di una sensibilità a dir poco fuori dal comune. La storia la conoscete: la corsa allo spazio, lo Sputnik 2, una cagnetta spedita in fretta e furia a crepare per giustificare un progresso che definire fittizio è un eufemismo. Il buon Abadzis gestisce con maestria un fumetto corale, dove le esistenze di uomini e cani s’intrecciano lasciando sullo sfondo un’epoca lontana e a suo modo romantica. La parte grafica è notevole: disegni morbidi, personaggi efficaci e “veri”, colori tenui. Non andrà a finire bene, lo sapete... e provate a dire di non aver sentito niente mentre i vostri occhi scorrevano le ultime pagine di questo capolavoro: così fosse, fatemi il piacere di non rivolgermi più la parola (se non per parlare di calcio... lì mi trovate sempre!). Il consiglio? Compratelo, leggetelo e tenetelo sempre sul vostro comodino.
L’altro fumettone del 2009 è italianissimo ed è opera di un amico.... mettiamola così: avete appena sputtanato trenta e rotti euri per quella minchiata di Secret Invasion? Ne avete spesi quasi altrettanti per l’ennesima, pizzosa crisi di casa DC? Ecco, per la stessa cifra potevate portarvi a casina i primi due volumi di Viaggio Verso Occidente rispettivamente intitolati “Monkey Business” e “Tafferuglio in Paradiso”, testi e disegni di Gianluca Maconi. Il buon Mac ci racconta a modo suo (quindi con stile pimpante e irresistibile e divertente) le avventure dello Scimmiotto Consapevole del Vuoto, figura cardine della tradizione cinese, giapponese e indiana alla quale si sono ispirati, tra gli altri, i tipi di Dragonball e due tali chiamati Pisu e Manara. La cosa incredibile di Gianluca, quello che genera in me perpetua ammirazione, è la sua capacità di oscillare allegramente fra i generi, passando attraverso tematiche assolutamente diverse restando sempre, inequivocabilmente se stesso. Nello Scimmiotto scatena tutta la sua verve comica e inventiva, vi prende per mano alla prima vignetta e vi porta di corsa fino all’ultima senza mai farvi perdere il sorriso dalla faccia. Il consiglio? L’Editore è Lavieri... sì, c’è un sito internet... sì, potete ordinarlo da lì o dal vostro fumettivendolo di fiducia... sì, dovete comprarlo. Altrimenti siete delle poiane picchettate!
Ohhhh... allora, diciamo che il mio rapporto col mondo dei supereroi è stato sempre piuttosto travagliato. Li leggevo, poi ho smesso, poi ho ricominciato, poi ho rismesso e adesso sono al punto “cerco di informarmi prima di leggere, ma li leggo, sì”. Nel mezzo di tutto questo valzerone il mondo dei tizi in mantello e calzamaglia è andato avanti incurante delle mie perplessità, sfornando storie su storie. Alcune le ho recuperate quest’anno. Una in particolare, si è rivelata folgorante. Apprezzo molto Warren Ellis, ho amato i suoi Fell, Nextwave e, ovviamente Authority. Non conoscevo quello che c’era prima; ovvero trenta e rotti numeri di Stormwatch, testata di casa Wildstorm che l’autore inglese ha preso dalle polveri e ha portato a livelli di eccellenza assoluti. Tutte le tematiche care a Ellis (Se possiamo cambiare il mondo perché non lo cambiamo davvero? Capito, Superman e Batman?) erano già presenti in Stormwatch ed è fra quelle pagine che ha preso vita quella che è, a mio avviso, la figura femminile più esaltante di tutto l’universo supereroistico: Jenny Sparks, nota anche come “Lo Spirito del ventesimo Secolo”. In particolare, una storia incentrata su di lei e intitolata “Who watches the Weatherman” ripercorre un secolo intero (quello scorso) di fumetto con passaggi grafici in tono col decennio descritto: dallo stile Eisner per gli anni quaranta all’omaggio a Jeff Hawke per i cinquanta e a Watchmen per gli ottanta e così via. Qualcuno di voi potrebbe avere qualche titubanza davanti a un fumetto di supereroi. Non potete averne davanti a un gran fumetto. E Stormwatch è un grandissimo fumetto. Restando in tema, il giornale rosa chiamato la Gazzetta dello Sport ha lanciato una simpatica iniziativa chiamata Super-Eroi – Le Grandi Saghe. Iniziativa divertente per i lettori, un po’ meno per i fumettivendoli che si sono ritrovati sul gobbone albi di un certo spessore (anche economico) lanciati in edicola alla modica cifra di 9,99 euri. Comunque, in mezzo a quel torrente di uscite (non sempre strabilianti) ce ne sono state diverse di enorme rilevanza: su tutte, Gli Eterni di Re Kirby, I Fantastici Quattro di Stan Lee e del solito Kirby, la Saga di Fenice Nera degli indimenticabili Claremont e Byrne e la raccolta Marvel Horror con tutti quei grandiosi personaggi tenebrosi che la Casa delle Idee ha proposto durante gli anni settanta. E per concludere il discorso supereroi, solo l’anno scorso, con calma e attenzione, mi sono messo a leggere il ciclo degli X-Men scritto da Grant Morrison. Che dire? Solo un genio del suo calibro poteva inventarsi un’occupazione allo Xavier Institute! Studenti in rivolta contro gli insegnanti, come in un qualsiasi liceo... semplicemente geniale! Ma anche tutto il resto è notevole, specie l’esaltazione del lato più “freak” dell’universo mutante di Mamma Marvel. Quando si dice la classe non è acqua...
Usciamo dal tema supereroi per buttarci a capofitto nel magico mondo Vertigo.
Cento proiettili. Cento episodi. E’ finita. Davvero. Se Sandman ha rappresentato il mio punto di riferimento fumettistico negli anni novanta, la prima decade del 2000 è passata sotto il segno di 100 Bullets, opus magnus di due geniacci: Brian Azzarello e Eduardo Risso. E’ stata una lunga cavalcata quella che ha condotto l’Agente Graves, i suoi Minutemen e le famiglie del Trust al maestoso finale narrato nell’ultimo tomo intitolato “Wilt” o “Appassire”, nella versione italiana. Qualcuno ha storto il naso, dicendo che non tutte le porte aperte durante il lungo arco narrativo sono state chiuse degnamente... stronzate. La verità è che tutta la serie è stato un meraviglioso crescendo, che i personaggi cesellati dalla strana coppia resteranno vivi per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti, che dopo queste cento pistolettate il noir a fumetti dovrà per sempre fare i conti con i fantasmi di Dizzy Cordova, Victor “The Rain” Ray e compagnia cantante (con buona pace di Frank Miller... ti voglio bene come a uno zio, Frank, ma ora puoi prendere il tuo Sin City e scendere dal trono del noir, grazie).
Sempre da Vertigo è arrivata una serie interessante, scritta dall’esordiente Simon Oliver e prematuramente fatta chiudere dopo soli 30 numeri. Il titolo è The Exterminators e narra le gesta di alcuni coraggiosissimi disinfestatori alle prese con scarafaggi mutanti, neo-nazisti rampanti e ferocissime divinità egizie. Ecco, in questo caso sì, il finale improvvisato risente pesantemente dei troppi buchi narrativi aperti durante il percorso e malamente richiusi. Ma, nel complesso, ho trovato in Exterminators una serie divertente e ben scritta, con alcuni personaggi davvero spettacolari (su tutti Page, spogliarellista letteraria e il cowboy zen Stretch). Un avvertimento: conosco metallari satanisti fanatici di gore e splatter che scapperebbero a gambe levate davanti a questo fumetto. Colpa degli scarafaggi... certe persone proprio non li reggono. E qua di scarafaggi ce ne sono davvero tantissimi, insieme a un bel po’ di scene forti; a tratti Exterminators risulta assolutamente rivoltante. Se siete deboli di stomaco e facilmente impressionabili lasciatelo pure sullo scaffale del vostro fumettivendolo; la vostra cena resterà nello stomaco e non farete brutti incubi.
Torniamo brevemente in Italia per un appunto su un autore al quale sono parecchio legato. Seguo Luca Enoch dai tempi di Sparyliz e ho amato alla follia Gea (pur non gradendo moltissimo il finale). Ho sempre trovato una grande affinità con l’autore milanese... la scelta di eleggere le ragazze a protagoniste assolute, la voglia di affrontare di petto temi socialmente rilevanti, l’ironia e la leggerezza con cui carica quasi ogni vignetta... sono tutte cose che corrispondono alla mia idea di fumetto. Sul finire del 2008 è partita la sua nuova serie per Sergio Bonelli editore: titolo, Lilith. Per ora sono usciti i primi tre numeri: prestino per fare un bilancio, ma abbastanza per farsi un’idea. Se ho trovato il primo numero(Il Segno del Triacanto) davvero molto interessante non posso dire la stessa cosa del secondo (Il Vessillo di re Morte) e nemmeno del terzo (Il Fronte di Pietra: anche se di quest’ultimo ho apprezzato moltissimo l’ambientazione). A differenza delle sue cose precedenti, Enoch ha spogliato la sua Lilith di molta ironia, ammantando personaggi e narrazione di una cupezza non particolarmente efficace e neppure originale. La trama di fondo è stata studiata bene e l’idea di poter spaziare nelle diverse epoche storiche può sembrare attraente: ma nel secondo e nel terzo episodio si è impantanata in una narrazione didascalica e ripetitiva. Nel terzo albo, poi, viene gettato il seme per un colpo di scena così telefonato, ma così telefonato che spero sinceramente non si avveri. Continuerò ad acquistare Lilith fino alla fine, ma, onestamente, dai prossimi numeri mi aspetto molto di più: le premesse per un altro grande fumetto ci sono tutte, signor Enoch, e sono convinto che saprai sfruttarle al meglio.
Per finire, l’ultima segnalazione viene dall’Australia: per la precisione da Perth, dove vive e lavora Ben Templesmith, disegnatore pazzoide che ha lasciato il suo marchio su fumetti come 30 Giorni di Notte e Fell. Wormwood – Cadavere e Gentiluomo è una sua creazione ed è stata pubblicata in Italia da Magic Press in un albo intitolato La Vita, la birra e tutto il resto. Prendete un verme parlante che vive nell’orbita cava di un cadavere ambulante, un androide barbuto privo di genitali e una spogliarellista tatuatissima che mena come un fabbro... metteteli di fronte a un’improbabile invasione di calamari infernali... quello che ne verrà fuori sarà un fumetto esilarante e sopra la righe, irresistibilmente buffo e strampalato. Una piacevolissima sorpresa che merita senza dubbio tutta la vostra attenzione.

Questo è tutto per quanto riguarda i comics. Piccola chiosa sui manga. Non ho inserito fumetti giappo nel carrello non perché nutra una sorta di prevenzione nei loro confronti. Non odio i manga, alcuni dei miei fumetti preferiti lo sono. Semplicemente, ne sfornano davvero troppi e i tentativi fatti per avvicinarmi alle nuove uscite si sono rivelati clamorosi sprechi di denaro. Per favore, se qualcuno di voi vuole segnalarmi un fumetto giapponese o coreano che meriti davvero gliene sarei infinitamente grato.

Auguro a tutti voi un 2010 pieno di fumetti bestiali!

giovedì 24 dicembre 2009

Where you been?



Where you been? Così si chiama un celebre disco dei cenderoni sopra inquadrati, i mai troppo glorificati Dinosaur Jr.; ho pensato molto a loro in questo mese e mezzo circa di silenzio radio. Ho pensato a loro e a Joe Strummer e a Elliot Smith e a Bob Dylan e ho pensato a quanto crude, spoglie e semplici siano le cose migliori.
Dove sono stato? Fondamentalmente in casa. E a lavorare. Ho letto tanto, ho riflettuto un poco e non ho scritto quasi nulla. Idee ne ho buttate giù, questo sì: alcune buone, altre un po’ meno. Da alcune verrà senz’altro fuori qualcosa. Altre resteranno lì sospese o cambieranno forma o moriranno di morte naturale.
E’ stata quella classica fase dell’anno in cui si ricaricano le batterie, in cui si traggono le somme e si cominciano a programmare i passi successivi. E pazienza se il tempo vola veloce e siamo già a Natale. Intanto sono diventato zio e questa è davvero una grandissima cosa, una di quelle cose che ti cambia davvero la vita. E’ semplice. Ed è grandiosa.
Nei prossimi giorni tornerò a farmi sentire su queste pagine con tante anticipazioni sulle mie creaturine Evo e Madadh... e con delle notizie fresche fresche per un 2010 che si preannuncia memorabile. Ovviamente stilerò anche la mia famosissima (?) classifica delle robe lette, viste e ascoltate in questo 2009.
Nel frattempo, auguro a tutti voi un Super Natale!


venerdì 6 novembre 2009

Lucca secondo me - Anno 2009

E’ stata una Lucca strana. In un certo senso, la migliore che abbia vissuto in tempi recenti. Purtroppo non ho potuto girellare un granché, piantato com’ero allo stand nelle vesti di imbonitore, ma, nonostante questo, posso confessare di essere stato... davvero bene! Almeno credo...

RINGRAZIAMENTI

Per prima cosa devo ringraziare tre persone: Francesco Sturlese, Elisa Ciregia e, ovviamente, la sola e unica Francesca Ciregia. E devo ringraziarle di cuore. Senza di loro lo stand Crazy Camper sarebbe andato a catafascio e, soprattutto domenica, hanno letteralmente tenuto in piedi la baracca. Si sono prodigati come pazzi per spingere Madadh ed Evo, sono stati di una disponibilità, di una gentilezza unica... e certe cose non si dimenticano, ragazzi. Alla prima occasione restituirò il favore, con tutti gli interessi del caso e anche di più.
Un grazie speciale anche al compagno di briscola di una vita, Andrew Vignali, per il prezioso lavoro allo stand di Double Shot e per aver fatto la spola come un pazzo fra i padiglioni... e naturalmente, non posso non citare commosso tutti i disegnatori che si sono presentati al nostro banco per realizzare skeccis e dediche: Andrea Gadaldi, Michele Peroncini, Andrea Del Campo, Francesco Trifogli... oltre alla già citata Frà, che in quattro giorni ha consumato uno stock di chine e fogli.

Grazie, ovviamente, a tutti i ragazzi e le ragazze, i grandi e i piccini che hanno scelto d’investire qualche euro nei nostri albi... spero solo di aver contraccambiato regalandovi qualche piacevole ora di lettura!

L’ultimo grazie lo riservo a Riccardo e a Jacopo per aver trasformato la Self Area in un cuore vivo e pulsante... un ambiente accogliente e gradevole dove i visitatori si sono fiondati a profusione e dove per noi è stata una pacchia proporre le nostre robe. Ci siamo sentiti davvero parte di qualcosa di grande e speriamo di ripetere al più presto l’esperienza!

E questo mi porta a una considerazione generale sulla Fiera: non uso mai il termine “perfetto”, ma se quest’anno tutto non lo è stato, c’è mancato davvero poco. Una Fiera organizzata così, con tutti gli spazi dislocati nei punti giusti è un sogno che diventa realtà. Complimenti!

INCONTRI

E’ stata una Lucca piacevole perché ho rivisto vecchi amici e ne ho incontrati di persona alcuni che avevo conosciuto solo per telefono, email o skype... Manuel Bracchi, Alessandro Cremonesi, Simone Paoloni, Francesco Biagini, Simona Di Gianfelice... è stato fantastico potervi stringere finalmente la mano!
Con Gianluca Maconi, Alessio Danesi, Eleonora Nanni, Antonio Solinas, Susanna Raule, Armando Rossi, Matteo Scalera, Alessandro Micelli e Claudia Boccato ho passato troppo poco tempo; e se alcuni di loro li rivedrò presto, altri dovrò aspettare un bel pezzetto per incontrarli nuovamente... manco a dirlo, la cosa mi manda in bestia.

E’ stato un piacere salutare il buon C.B. Cebulski che, come sempre, si è rivelato un gran signore... ed è stato piacevole anche ritrovarsi fra le mani il lavoro di tanti giovani fumettisti che sono passati a chiedere consigli e suggerimenti... alcuni mi hanno veramente stupito e spero sinceramente di avere un occasione per collaborare con loro in futuro.

ACQUISTI

Nota negativa, gli acquisti. Non ho comprato praticamente niente. E se da una parte il mio portafogli sorride, dall’altra Tommaso smoccola. C’è da dire, però, che quello ho comprato merita senz’altro e ne parlerò approfonditamente su questo bloggo una volta che avrò avuto modo di leggere tutto con la dovuta cura. (Tranne la maglietta di Devil... di quella magari posto una foto!)

CONCLUSIONI

A volte ho voglia di buttare tutto all’aria. Davvero. Ci sono andato vicino, ultimamente. Poi mi ricordo che questo mondo è il mio mondo. Amen. Non so se ha ragione Mik (assente alla kermesse lucchese causa lavoro... maledetto!) quando dice che alla fine tornerò sempre al fumetto, per quanti sforzi faccia per allontanarmene.
Non so se è così.
So che per ora ci sto bene.

Credo non serva aggiungere altro.

Ci vediamo a Mantova!

giovedì 22 ottobre 2009

Lucca forever!

E ora un piccolo (mica tanto) spazio pubblicitario dedicato alle robe che quest’anno porterò in quel di Lucca per la Fiera con la F maiuscola.
Sarà l’occasione per rivedere vecchi amici, per sputtanare un po’ di dindini e per fare il punto sull’anno appena trascorso: e di anni ne sono passati già tre da quando mi sono presentato per la prima volta alla kermesse toscana nei panni di autore e non di semplice acquirente con la bava alla bocca: non che le cose siano cambiate moltissimo, s’intende... anzi, la mia sensazione è sempre quella di essere dall’altra parte della barricata, più vicino a chi i fumetti li legge e basta e non li fa.
Comunque, ci sarà tempo per sviscerare quest’argomento... adesso, spazio alla reclame!

La Domanda è... che cazzo di paese è mai questo?

E’ un paese spaventato.
E lo sono tutti... sono tutti spaventati, terrorizzati. Infelici. I personaggi di Evo, intendo. Il secondo volume della miniserie che io, Andrea Vignali e i ragazzi di DoubleShot abbiamo inaugurato al Comicon di Napoli s’intitola “Il Tempo delle Fiabe”: ovvero un tempo che non c’è, che non esiste. E qua, ragazzi, si parla proprio di questo... di Paura. Tutti i punti di riferimento sono azzerati, tutte le certezze fasulle... navighiamo a vista in un mare di merda, senza remi. Chi mi conosce sa benissimo che non sono pessimista, tutt’altro... però, Evo finisce sempre per dare voce al mio lato oscuro, alle mie preoccupazioni. E in fondo, è giusto così. In questo volume Fiore si troverà essenzialmente a scappare... dalle grinfie di una predatrice inesorabile e da neri presagi che offuscano il suo futuro. Troverà una compagna di viaggio ma sarà proprio il viaggio il suo nemico più grande... il viaggio e ciò che l’attende alla fine. A dare forma alle visioni mie e di Andrea, dopo lo strepitoso Francesco Trifogli, ci ha pensato Andrea Del Campo, giovane disegnatore che si è già fatto valere nelle edicole di tutta Italia con John Doe, Unità Speciale e Trapassati Inc.: se lo conoscete, non potete assolutamente perdervi questo albo. Se non lo conoscete, è l’occasione buona per farlo. Andrea ha sfoderato una prova di classe impressionante, con un paio di doppie splash da trasformare in posteroni per la vostra camera, il vostro studio o il vostro salotto. In chiusura, una sorpresa... le prime quattro tavole del terzo capitolo, in uscita la prossima primavera. E qua avrete un’altra grande occasione: quella di vedere all’opera una giovane disegnatrice, Eleonora Nanni, che se tanto mi dà tanto presto farà parlare di sé. E non finisce qui... avrete anche l’imbarazzo della scelta perché “Il Tempo delle Fiabe” uscirà in due versioni: la prima, con la cover di Francesco Trifogli e Oscar Celestini e la seconda, con la cover di Andrea del Campo e Alessia Pastorello. Oh, se volete comprare tutt’e due le versioni noi mica ci offendiamo!
Troverete tutto lo staff di Evo allo stand di DoubleShot, dove potrete acquistare gli albi finora usciti a prezzo speciale e dove potrete farvi fare dediche, disegnini e quant’altro! E ora, sotto con la preview!

Evo – Volume II – Il Tempo delle Fiabe
64 pagine, brossurato, bianco e nero.
5 euri
Lo troverete presso lo stand di Double Shot




C’era una volta un Re...

Jacob Kurtzberg non è nato Re. Lo è diventato. Un bel giorno si è fatto chiamare Jack Kirby e ha stravolto per sempre il mondo del fumetto. Tales of Avalon è un progetto che vede la luce dopo diversi mesi di gestazione ed è un omaggio sentito, divertito, commosso all’autore che più di ogni altro ha saputo influenzare l’immaginario grafico e narrativo del fumetto supereroistico americano. A questo tributo hanno voluto essere presenti in tanti, da ogni parte del mondo... e, naturalmente, non poteva mancare il sottoscritto. Nelle vesti di novelli Stan Lee, io e il leggendario Gianluca Maconi ci siamo divertiti a ficcare in bocca le parole a questo stuolo di personaggi epici e bizzarri, rievocando un’epoca che forse non c’è davvero più... l’epoca in cui davanti ai fumettari si stendevano vere proprie praterie e la loro fantasia galoppava veloce a percorrerle. A Lucca troverete il numero zero di questo delizioso progetto; 32 pagine per staccare la spina e tornare ad essere, ancora una volta, bambini!

Tales of Avalon – Numero Zero
32 pagine, spillato, bianco e nero.
Lo troverete nella Self Area, presso lo stand Tales of Avalon


Una grande famiglia felice!

Infine, ecco a voi la prima raccolta di storie brevi dedicate all’universo del Mastino. “Tutto in Famiglia” è il titolo dell’albo speciale che vede sfilare in una suggestiva carrellata tutti i principali personaggi comparsi finora su Madadh. A cimentarsi con le loro imprese, un manipolo di scrittori e disegnatori estremamente eterogenei... e, com’è nello spirito della serie, fra di essi spiccheranno esordienti assoluti e certezze granitiche! Francesco Sturlese e Alessandro Micelli narreranno le gesta di Holger il Danese, Michele Bertilorenzi e Francesca Ciregia ci accompagneranno nella mente devastata di un villain storico in Fino all’Ultima Buca, io e Gianluca Maconi saremo alle prese con Una sera come tante, all’orario di chiusura..., folle cronaca della vita dentro il Pubbino Porcelloso, mentre Alberto Massaggia e Michele Peroncini ci trascineranno in una frenetica resa dei conti in Questo è il mio Destino. A chiudere Connla, un racconto sui tormenti dell’eroe Cu Chulainn scritto da me medesimo e illustrato superbamente da due fuoriclasse del calibro di Matteo Scalera e Manuel Bracchi.
E visto che sono in vena di regali, qua sotto vi propongo tutto, ma proprio tutto il racconto, illustrazioni incluse, in anteprima assoluta!
Poi dite che non sono buono...

Oh, fanti, ci si vede a Lucca!

Madadh – Albo Speciale – Tutto in Famiglia
68 pagine, brossurato, bianco e nero.
Prezzo speciale Fiera 4 euri
Lo troverete nella Self Area, presso lo stand Crazy Camper e nel padiglione principale, allo stand di Cut Up.

Connla

Un racconto di Tommaso Destefanis illustrato da Manuel Bracchi e Matteo Scalera




Succede una volta all’anno.
Tutti gli anni.
Da sempre.

E se sempre è una parola un po’ vaga, alle volte, per me ha dei confini ben precisi... il punto di inizio di una voragine che ha finito per inghiottire tutto quello che c’è stato prima e tutto quello che è venuto dopo. Non importa chi fossi, chi sia stato in seguito, da allora danzo sempre sulla voragine, come in trance, come in estasi... come un uomo che si contorce a terra, ferito a morte, agonizzante. Vi racconterò una storia... e quando avrò finito di raccontare, voi mi odierete. E mi disprezzerete. E saprete, senza ombra di dubbio, come lo so io, che non ci sarà mai pace per me, per quello che ho fatto. E se qualcuno di voi si azzarderà ad accampare giustificazioni del tipo “erano tempi duri...” uscirò da queste pagine per prenderlo personalmente a calci in bocca. Non c’è pietà, non c’è redenzione... non c’è niente per quelli come me. Solo un enorme, assoluto, grigio niente.

Il corpo di Aife era duro come una roccia, come le scogliere di Erin... e il suo abbraccio era così forte da togliere il respiro. E mentre ce ne stavamo sdraiati nell’erba alta della brughiera, a guardare il cielo di Scozia, la notte, mentre le ultime luci del fuoco gettavano ombre rossicce sui nostri tatuaggi, io pensavo a quanto quel corpo fosse stato vicino a uccidermi, un giorno. E, guardando indietro, forse sarebbe stato meglio così, meglio per tutti. Ma adoravo quel corpo, adoravo il modo in cui calava su di me... adoravo il suo profumo di sudore e gelsomino e il suo essere tempio e spada allo stesso tempo. Per certi versi, Aife sarebbe sempre stata l’unica. Allora ero giovane e quando si è giovani si fanno cose stupide, si hanno pensieri stupidi... se hai un po’ di culo, la stupidità finisce lì, con qualche osso rotto o una brutta cicatrice, magari, a fare da monito per futuri slanci di impulsività. Ma quando la fortuna latita, o sei restio a capire la lezione, finisce sempre con una parola: guai. Brutti guai, tristi guai, guai capaci di smantellare le montagne e ridurti a una riga nera sul libro del destino. Il mio destino venne segnato quando spinsi il mio cazzo nel corpo duro e sacro di Aife, fanciulla cigno, maestra d’armi, amante ribelle.... madre del mio primo e unico figlio.




Cosa ci facevo in Scozia? O meglio, ad Alba, come veniva chiamata dalle mie parti un tempo? Semplice, imparavo. Ci sono tante versioni su quelli che sono stati i miei anni di gioventù, di formazione. La più accreditata, fidatevi, era la seguente: il padre di Emer, la ragazza di cui ero innamorato, mi voleva fuori dalle palle. L’addestramento era tutta una scusa e un pretesto (buono, ve lo garantisco), per vedermi stirare le zampe. La mia insegnante di arti marziali si chiamava Scathach... era una fanciulla-cigno, un meraviglioso essere fatato che viveva sull’Isola di Skye. Dove sta il pericolo, direte voi, nel farsi addestrare da una ragazza tanto leggiadra? evidentemente non avete mai conosciuto la mia insegnante. Scathach sarà stata sì un dolce e biondo angelo, bello come una dea dall’aspetto delicato e fragile, ma la metà dei suoi studenti non lasciava mai il suo santuario... venivano sepolti in una cava di torba, poco oltre il torrente, a far da monito a chiunque volesse apprendere le antiche arti guerriere. I loro tumuli erano una sorta di caldo benvenuto... l’altra metà sopravviveva a stento, riportando brutte cicatrici o menomazioni permanenti. Solo pochi, pochissimi ne uscivano tutti interi. E quei pochi, credetemi, erano tipi da cui stare alla larga. Io sono stato il migliore allievo che Scathach abbia mai avuto: basta a rendere l’idea? Se Forgall Monach, il padre di Emer, pensava di sbarazzarsi di me, immaginatevi la sua sorpresa quando mi vide tornare più fetente che mai. Ora non avevo solo lo Spasmo Torcente, dalla mia; avevo imparato a domare la Gae Bolga, la tremenda lancia uncinata che non poteva essere estratta da un corpo senza lacerarne le carni. Avevo appreso il Salto del Salmone, la Danza del Carro, La Danza dello Scudo e lo Sian Churad, l’Urlo del Guerriero, col quale potevo arrivare ad abbattere perfino un cinghiale. Avevo imparato queste e molte altre cose. Ero a tutti gli effetti, il più grosso bastardo in circonvallazione. E poi c’era Aife... la sorella gemella di Scathach. Dire che fra le due fanciulle cigno non corresse buon sangue non era un eufemismo... era una fottuta eresia. Quelle due tipe si odiavano di un odio viscerale, atavico. Ogni tanto se le suonavano... decidevano che era arrivato il momento di provare ad accopparsi una volta per tutte e cominciavano a darsele. Fu così che la conobbi, Aife... Scathach non voleva che m’immischiassi nel loro duello settimanale e mi aveva rifilato una pozione soporifera per starmene buono buono mentre provava a maciullare la gemellina. Peccato che la mia metà divina abbia sempre trovato un po’ leggerini i veleni, dall’alcol alla digitale... dopo un breve stordimento iniziale raggiunsi il luogo dello scontro... e restai affascinato, rapito, a guardare le due sorelle che danzavano l’antica danza delle spade, rapito dalla velocità e dalla grazia con cui i loro corpi s’intrecciavano tentando di cavarsi rispettivamente dal mondo, dal modo in cui il blu di guado delle loro pitture tribali si fondeva creando un arabesco cangiante nell’aria... quando Scathach mise un piede in fallo e si ritrovò inaspettatamente alla mercè della sorella, decisi di farmi sotto...

“Aife, giusto?” dissi La ragazza sollevò lo sguardo su di me... a differenza della sorella, biondissima, aveva i capelli scuri come la pece e il suo sguardo aveva un che di puro e cristallino, una dolcezza di cui la glaciale Scathach era assolutamente priva. “E tu chi saresti? Uno degli stalloni di mia sorella? Sei venuto qui a immolarti per la tua insegnate?” “Curiosa parola... stallone... sai, credo di aver appena visto un carro con due splendidi cavalli neri rotolare giù nel mare... non so, credo che la scogliera abbia ceduto all’improvviso e non c’è stato molto da fare... ad ogni modo, mi hanno detto che doveva essere roba tua...” Sul volto di Aife passarono rapide come nuvole preoccupazione, rabbia e disperazione... seguite di nuovo dalla rabbia, atroce e assoluta. “Spostati!” disse venendo verso di me. Avevo mentito, ovviamente. Sapevo che la sorella della mia insegnante aveva a cuore una sola cosa al mondo; i suoi due splendidi cavalli. E l’unica possibilità che avevo di confrontarmi con una guerriera tanto esperta era minare almeno in parte le sue sicurezze, spingerla a fare qualcosa di avventato. Dite che ho barato? Beh, chissenefrega! “No-no! – dissi io sbarrandole il passo- non se ne parla. Prima devi ascoltare quello che ho da dire...” “Levati di mezzo, idiota!” “Ascolta, i cavalli sono andati, ormai... fattene una ragione. Però ti sto dando una buona occasione per sfogare la tua rabbia. Affrontami in duello, uccidimi... tua sorella l’hai praticamente già sconfitta. Se non fosse stato per me, a quest’ora sarebbe già morta. Ora hai l’occasione di far fuori il suo allievo prediletto... potrai dimostrare al mondo intero e a te stessa di essere migliore di lei in tutto e per tutto.” Aife ringhiò qualcosa, facendosi sotto... “Aspetta – la fermai sollevando una mano – aspetta! Se però vinco io...” “Cosa?” lo stupore s’impadronì di Aife mentre le mie parole facevano il loro corso. “Se vinco io tu e tua sorella farete pace.” A quel punto la fanciulla cigno era completamente fuori di sé. Un bamboccio era appena venuto a dirle che i suoi adorati cavalli erano precipitati da una scogliera. Poi, non pago, l’aveva sfidata a duello insinuando che avrebbe potuto sconfiggerla... un’ipotesi talmente ridicola da essere quasi offensiva. E per finire, pretendeva che, in caso di vittoria, lei e quella vacca di Scathach tornassero ad essere culo e braga! Era troppo! Davvero troppo! Aife snudò i denti facendosi sotto... “Se mi batterai, buffone, non solo farò pace con mia sorella ma giacerò con te stanotte stessa!” “Non chiedo di meglio!” dissi io preparandomi al peggio. E il peggio fu. Ci vollero tutti i trucchi di Scathach e un’enorme dose di pazienza per resistere alla furia di Aife. Se non fosse stata tanto sconvolta, se avesse usato di più la testa, non ne sarei mai uscito vivo. Invece, dopo due ore di bordate ero ancora in piedi e continuavo a punzecchiarla con le mie battute, spingendola sempre di più sull’orlo di una furia cieca e insensata. E così parando, schivando e pregando Dana arrivai dove volevo... Aife mi concesse uno spiraglio, uno soltanto... la sbracciata con cui tentò di sgozzarmi andò leggermente lunga e io seppi che dovevo colpire e bene, o non ce l’avrei fatta mai più. Entrai nella sua guardia e le piazzai una ginocchiata sotto lo sterno, con tutto l’impeto dello slancio... una botta che avrebbe spezzato in due un guerriero qualsiasi. Fu come colpire un muro di mattoni. Bastò a malapena far cadere in ginocchio Aife... ma a quel punto avevo il tempo per un secondo colpo e lo sferrai senza farmi pregare... una legnata tremenda sotto l’orecchio della fanciulla cigno, con il pomo della spada. Una botta così secca che risalì in un lampo i secoli e fece starnazzare di stupore gli antenati cigni della fanciulla guerriero. Aife, si accasciò a terra con un gemito... fece per tirarsi subito in piedi, ruotando su se stessa, ma io le ero già addosso, puntandole la spada alla gola. “Signorina – le dissi- mi sa che stasera io e te abbiamo un appuntamento.” Incredibilmente, lei sorrise.


Le profondità della morte sono quarantotto. Non chiedetemi perché. Evidentemente, quarantotto è il numero perfetto, con buona pace del tre, delle tre madri dei celti e della santissima trinità cristiana. Ed è facile viaggiare nella morte, è facile quando impari come fare. Quando sta per arrivare il giorno, mi arrampico fino alla soglia della vita e passo una settimana intera a stordirmi in qualche cittadina senza nome. Scelgo sempre posti di mare, dall’aria vagamente desolata... quei posti dove sembra che sia passata sopra una bella mano di sfiga e abbia lasciato colare un po’ del suo empio grigiore sopra tutto quanto. Sulle case, sui vicoli, sui volti della gente. Scelgo qualcosa di profondamente anonimo e profondamente triste; un motel, un appartamento, un buco qualsiasi che possa trasmettermi solo rassegnazione e comincio a bere fino a cagare sangue.





E la sbronza non arriva mai, mi colpisce solo una nebbia intorno agli occhi, una sorta di benedetta accettazione simile a quella che deve accompagnare ogni vittima sacrificale, stordita dal terrore o dal fumo del vischio. Precipito lungo una strada lastricata di tessere scadute, biglietti strappati, cocci di bottiglia e olio per macchine esausto, resto a fissare la mia ombra che si allunga sul muro, al tramonto, e si trasforma in una bestia deforme, irta di aculei e corna, qualcosa che posso riconoscere come il vero me. Cammino per le strade sicuro che la gente del luogo, sconfitta quanto e più di me, non mi degnerà di uno sguardo. Mi lascerà scivolare sul confine della sua esistenza come un pallido spettro cencioso, afflitto da una infezione incurabile: chiamatela malinconia, chiamatela disperazione, chiamatela come cazzo vi pare. Una settimana prima del giorno, sprofondo nel nulla, sprofondo in silenzio... cerco di spingere indietro la marea montante dei ricordi e mi ritrovo inchiodato gamba e braccia all’impossibilità.

L’impossibilità di dimenticare.
L’impossibilità. Di dimenticare.

“Tornerai?” “Non lo so. Cioè, non so se tornerò da vivo. Dipende, magari come fantasma sono più affascinante...” “Scemo!” “No, sul serio! Immaginami mentre scuoto rabbioso un bel grappolo di catene, le vene dei muscoli rigonfie, tutto nudo... non è una visione eccitante?” “Direi raccapricciante, più che altro!” “Esagerata! Comunque, a parte gli scherzi, non lo so... mi dicono che la situazione sia parecchio incasinata, a Erin...” “Beh, io e mia sorella ti abbiamo insegnato tutto quello che sapevamo... che non è poco! Dovrebbe bastare a salvarti la buccia!” “Qui non c’è in ballo solo la mia buccia, Aife... c’è in ballo il futuro della mia terra e io... io devo andare...” Eravamo seduti al riparo di una vecchia quercia, la schiena appoggiata contro la sua pelle ruvida. Aife teneva entrambe le mani appoggiate sul pancione ed era bellissima nella luce del primo pomeriggio: il viso da elfo, le lentiggini, le punte rosse dei capelli, sparati in fuori a mo’ di spine e sorretti dalla creta, come voleva il costume celtico. E anche se la mia devozione era andata e sarebbe sempre andata a un’altra, alla mia Emer, mi sono chiesto spesso che cosa sarebbe stato se avessi piantato tutto per restarmene lì con lei, nella brughiera. Sarei stato un uomo più felice? Il mondo sarebbe stato un luogo peggiore? Alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni, non so dire quanto le mie gesta abbiano fatto pendere il piatto della bilancia verso l’equilibrio... voglio dire, la Morrigan è più forte che mai. Se fossi rimasto con Aife, se avessi rinunciato al mio ruolo di Mastino, ora come sarebbe? Il meglio che posso sperare è che il mio intervento abbia ritardato la vittoria assoluta della Morrigan, quanto basta per un ultimo, disperato tentativo... affidato, guarda caso, alla mia sorellastra, alla piccola Buia. Devo sperare che sia così... perché se è vero che in fondo non amavo Aife, se è vero che le mie chiamiamole gesta hanno garantito una parvenza di futuro alla mia terra, è altrettanto vero che ho rinunciato a molto, per compierle. Appoggiai la mano sul pancione... “Sarà un maschio” disse Aife appoggiando a sua volta la sua mano sulla mia.”Lo so. Lo sento. Lo chiamerò Connla.” “Connla... è un buon nome. Un nome da guerriero...” “Mah, io pensavo di fargli percorrere il sentiero dei Druidi... sai, meno rischi, stesso prestigio...” “Cosa? Nostro figlio uno stupido Druido? Non se ne parla proprio! Promettimi una cosa...” “Come? Stai per mollare me e tuo figlio e vuoi anche che ti prometta una cosa? Devi essere davvero fuori di testa, Cu Chulain Mac Suatam...” “No, aspetta, ascolta, Aife... voglio che mio figlio cammini sempre a schiena dritta, capito? a testa alta... voglio che nessuno osi mai mettere in dubbio il suo valore. Promettimi che il suo geas sarà questo: non dovrà mai rinunciare a una sfida. Mai. Dovesse trovarsi di fronte Balor Occhiobieco in persona. Non voglio che si tiri mai indietro.” Aife non rispose. Sorrise e mi appoggiò la testa sulla spalla. Sussurrò qualcosa... un fruscio che lì per lì non afferrai ma che continuò a rimbalzarmi nelle orecchie per ore, per giorni.



Fu solo quando avvistai le cose d’Irlanda, in una mattina pesta e brumosa che finalmente capii cosa mi aveva detto. “Non ci lasciare.”


L’ultima notte è sempre la più dura. Bevo sempre più forte e, invece dello stordimento, tutto comincia a sovrapporsi davanti ai miei occhi come un marchio rovente... a volte resto nudo davanti allo specchio, per ore... e cerco di premere il mio corpo contro il vetro sperando di sparire, in un riflesso, in un modo dove esistono solo spiragli di luce su una tenebra assoluta. Stringo gli occhi e sono tutti lì, in fila... una torma, un esercito di anime dannate spinte nel vortice della perdizione da queste mani insanguinate. L’ultima notte non passa mai, mi si appiccica addosso come pece bollente, strappa via quel che resta della mia baldanza, della mia sicurezza, di me non resta che un cartoccio vuoto e mugolante... poco prima dell’alba trovo la forza di crollare, di svenire.



Per un’ora o due l’oblio mi concede una proroga sul dolore e ho il tempo di raccogliere le forze residue. Quelle che dovranno bastare a mettere in moto i miei passi, l’indomani. L’ultima notte è la peggiore, quella in cui il buio oltre la quarantottesima profondità diventa una calamita a tratti irresistibile... e non so, non so cosa mi convinca a resistere, a restare aggrappato a questa pantomima di vita che porto avanti da secoli... o meglio, lo so, ma in quei momenti non mi sembra poi così importante. Ma se penso che sia stato tutto per niente, se penso che non ci sia un senso, dovrei trovare una nuova parola per descrivere lo stato in cui mi troverei. Qualcosa al di là di ogni possibile dannazione. L’unica cosa che mi trattiene, l’unica ancora: devo sapere come andrà a finire.


Sette anni dopo il mio ultimo incontro con Aife ero sposato con il mio amore di sempre, la bella Emer. Non che questo mi avesse reso un tipo fedele, tutt’altro... purtroppo ho sempre avuto il pessimo vizio di pensare con l’uccello... unito a una smodata attrazione per il genere femminile. Tutta la mia stupida esistenza mortale è stata un susseguirsi di baruffe e di amorazzi e quella santa donna di mia moglie ne ha dovute sopportare di tutti i colori... una volta l’ho perfino lasciata per una principessa delle fate... ma questa è un altra storia e non è proprio il caso di raccontarla adesso. A volte penso che questa eterna agonia non mi sia stata concessa per passare il mio dono a Buia Beattie e nemmeno per assistere agli ultimi scampoli di questa guerra millenaria... a volte penso che sia stato solo una meritata punizione, un espediente per ricordarmi l’enorme marea di stronzate che ho commesso nei ventisette anni in cui ho calpestato la prima profondità della morte, la vita mortale. Comunque dopo sette anni che io e Aife ci eravamo detti addio ero già un pezzo da novanta e avevo steso più gente di quanta ne potessi ricordare. Ormai il nome di Cu Chulainn faceva bella mostra di sé in centinaia di saghe e la mia riastrad, la mia furia guerriera, il mio spasmo torcente, era una leggenda che aveva varcato i confini d’Irlanda. Abitavo con Emer a Dun Dealgan, circondato da alcuni fra i più tosti Guerrieri del Craeb Ruadh, il Ramo Rosso, la cricca insieme alla quale mi stavo divertendo a prendere a calci nel sedere Ailill, le sue armate e quella zoccola di sua moglie Medb. Era un pomeriggio di autunno quando Tanet, un vecchio servitore di mia madre, irruppe trafelato nella mia dimora per dirmi che un intruso aveva appena messo k.o. Darragh il Lesto. Tanet disse che Darragh lo aveva pizzicato a curiosare vicino alle stalle e gli aveva chiesto di identificarsi, rivelando nome e lignaggio. L’intruso aveva risposto picche e a quel punto, al mio fratello d’armi non era rimasta altra strada che sfidarlo a duello. Darragh il Lesto non si chiamava così per niente... poteva tenere il passo di un daino in fuga e la velocità con cui vibrava i suoi colpi era seconda solo a quella del sottoscritto. Nessuno dei cialtroni di Aililll, nessun porco fomoriano, nessun invasore vichingo avrebbe potuto tenergli testa. Solo un Tuatha de Danaan e solo a fatica, avrebbe potuto aver ragione di uno fra i migliori Guerrieri del Ramo Rosso. Più incuriosito che infuriato afferrai la mia Gae Bolga, la mia temuta e famigerata lancia uncinata, e seguii Tanet fino al luogo del misfatto. E la sorpresa fu davvero enorme nel constatare che l’intruso, ai piedi del quale un gemente Darragh si artigliava il braccio ferito, altri non era che un ragazzino.




Alto poco più di un metro e mezzo, avvolto in un tartan di una tribù a me sconosciuta, il capo coperto dal teschio di un cervo da sotto il quale scendevano a cascata una matassa di lucidi capelli rossastri. “Darragh- dissi- patetico buffone! Ti sei fatto mettere sotto da un moccioso?” Il mio amico sollevò lo sguardo furente su di me, digrignando i denti: “Non sono in vena, Cu...” Fu allora che il ragazzino parlò... e la sua voce era dura come l’acciaio, fendette l’aria investendomi con la forza di un pugno. “Tu sei Cu Chulainn Mac Suatam? Il Mastino dell’Ulster? Il Madadh di nostra Madre Dana, la Grande Dea della Terra” E nel dire questo sollevo la spada, puntandomela contro. Sorrisi. “Chi lo vuole sapere?” Il ragazzino non rispose. Continuò a fissarmi in silenzio, il braccio proteso in avanti. Aspettai invano che si presentasse, prima che l’impazienza e la Bestia che mi ruggiva dentro reclamassero la loro attenzione. E allora: “Senti, moccioso, sono tempi bui, questi. Tempi di guerra. Se un intruso si presenta alla mia porta senza rivelarsi e stende uno dei miei migliori soldati, sono costretto a pensare il peggio. Ora, nonostante tutto, credo che tu mi piaccia. Chiunque abbia insegnato un po’ di umiltà a quel gradasso di Darragh non può che starmi simpatico- sentii Darragh mugolare un insulto- ma se non mi dici immediatamente chi sei e cosa vuoi, mi vedrò costretto a insegnarti un po’ di educazione... e non ti piacerà, credimi. Non ti piacerà neanche un po’.” Il ragazzino continuava a fissarmi e i suoi occhi per un istante tremarono... come se fosse sul punto di dirmi qualcosa. E col senno di poi avrei dovuto capire, avrei dovuto capire... Erano tempi bui? E’ vero, lo erano. Erano tempi di guerra? E’ vero anche questo. Ma ancora mi chiedo perché, perché... “Temo che dovrai prepararti a combattere, piccolo. E temo che il tuo meglio non basterà.”


Una volta che lasci la prima profondità della morte, quella roba chiamata Vita, lo fai per sempre... non puoi più farvi ritorno, o meglio, non alle vecchie condizioni. Mentre puoi prendere l’ascensore e scorazzare liberamente per le altre 47 profondità, la Vita resterà sempre fuori dalla tua portata. Potrai raggiungerla, sì, potrai trovare una Porta della Morte che ti conduca direttamente lì, ma una volta passato, sarai solo uno spettro, invisibile agli occhi dei più. Quando arriva il giorno su di me scende una specie di plumbea rassegnazione, la stessa sensazione che ti assale davanti a qualcosa di enormemente sbagliato, qualcosa per la quale tu non puoi fare assolutamente niente. Le Porte della Morte le trovi un po’ ovunque, nella 48 profondità... ti basta aguzzare bene lo sguardo e impari a riconoscerle, è come se l’aria tremasse intorno ai loro bordi. E’ un tremolio impercettibile, però, se ti abitui, non diventa difficile da scorgere. Quest’anno sono passato attraverso l’ingresso di un cinema estivo abbandonato... per sbucare da un cappella nel cimitero che circonda la Cattedrale di Glasgow, Scozia. E’ strano, non c’è nessuna differenza fra la prima profondità e la quinta, la quindicesima o la quarantottesima... l’aria è la stessa, stessi sono gli odori. L’unica differenza, come ho già detto, è che qua io sono una specie di fantasma formaggino... non posso interagire col mondo e le persone, posso solo aggirarmi sullo sfondo, ombra fra le ombre. Qualche volta qualcuno mi nota: anzi, a questo proposito c’è un aneddoto troppo divertente. Una cronaca cristiana riporta come sia comparso davanti a San Patrizio, mentre stava provando a convertire il re irlandese Loegaire. La cronaca dice che mi limitai ad ammonire il sovrano sui tormenti che aspettavano i pagani nel regno degli Inferi. Falso. Ero andato lì per dire due paroline al buon Patrizio... per l’esattezza: “Vedete di trattarmela bene, la mia Erin, o giuro che vado fino a Roma e appendo per le palle quel trippone del vostro Papa al palo più alto che trovo!”. Qualcosa dev’essersi perso nella trascrizione. Comunque, avevo passato ventisette anni nella prima profondità della morte, prima di morire in battaglia, come tutti si aspettavano dal sottoscritto; da allora, sono tornato solo per il Giorno, questo giorno e poche altre volte. Ultimamente mi piaceva venire proprio qui a Glasgow, a veder giocare il Celtic... quasi nessuno pratica più l’hurling e se è vero che il rugby è uno sport più in sintonia con la mia indole, niente può ripagare lo spettacolo di sessantamila persone che sventolano la sciarpa col quadrifoglio cantando You’ll never walk alone. Comunque, oggi non sono qui per questo, oggi è il giorno. Ci vogliono un paio d’ore e tre autobus per uscire dalla città e ritrovarmi in aperta brughiera. Mi faccio lasciare lungo la strada, a un tiro di sasso da un paesino senza nome delle Lowlands. Ormai conosco il percorso, dopo duemila anni potrei rifarlo a occhi chiusi. E mentre m’incammino, tutto ritorna indietro, tutto. E rivivo gli ultimi istanti, a denti stretti, in silenzio, senza sapere se protrarre quest’agonia in eterno... o farla finita una volta per tutte.


Dana mi è testimone, non volevo fargli male. Piantai la Gae Bolga in terra e sfoderai la spada, preparandomi a ricevere la sua carica. E, non capisco, ancora non capisco come abbia potuto non accorgermi di niente... i sette anni trascorsi dal mio addio ad Aife erano stati un susseguirsi di duelli e di battaglie. Io avevo lasciato che la riastrad sconvolgesse il mio corpo tanto a lungo da diventarne quasi schiavo. Sentivo il Serpente che chiamava dalle viscere della Terra e lo lasciavo entrare quasi in automatico ormai, grato che la sua energia palpitante sconvolgesse i miei muscoli, le mie membra trasformandomi nella Bestia, nel Mostro. Che sia stata l’abitudine a tradirmi? No, non posso crederci... Il misterioso ragazzino fece un balzo, un balzo notevole... conoscevo quella tecnica perché eravamo in pochi a usarla... il Salto del Salmone, saltare fino alla propria altezza... il ragazzino lo usò per piombare verso di me come una freccia. Non feci fatica a schivarlo. Lo spedii a ruzzolare nella polvere con un calcio nelle reni... speravo che un simile sfoggio di superiorità potesse bastare, ma non fu così. Tornò alla carica, menando stoccate e fendenti che, lo riconosco, avrebbero bevuto il sangue di qualsiasi guerriero, perfino di un membro del Craeb Ruadh: ora non mi sorprendeva più che Darragh avesse ceduto a questo giovane demone. E fu proprio quello che cominciai a pensare... che il ragazzino non appartenesse al Mondo dei Vivi, ma fosse una creatura incantata... forse una Fata Oscura o un abitante dell’Altrove, dove dimorano i più potenti fra gli spiriti. E ogni volta che le nostre spade cozzavano, il Serpente chiamava, ripeteva la sua litania di morte e distruzione... implorava perché gli concedessi via libera. Eppure, un barlume di consapevolezza doveva tenermi aggrappato alla realtà perché continuavo a respingere le sue richieste, continuavo a non voler ferire il mio avversario. Provai a disarmarlo, senza riuscirci... la cosa non mi piacque, neanche un po’. E non piacque al Mostro. Un crampo mi strinse lo stomaco. Sbavando, sbraitando, mi rivolsi ancora al ragazzino: “Se non l’avessi capito, sto evitando di affondare i colpi. E’ solo questo il motivo per cui le tue giovani budella non si ritrovano sparpagliate sul piazzale. Te lo ripeto un’ultima volta: deponi le armi, presentati e ti prometto che verrai trattato con tutti gli onori che si riservano a un ospite... t’inviterò a sedere al mio fianco nella Sala degli Eroi e potrai bere dal mio cranio preferito. Ora però, finiscila”. Da sotto l’elmo mi giunse ancora una volta quello sguardo tremolante, quasi rassegnato. Poi avvenne l’impensabile. Mi colpì. Sarà stato perché stavo lottando per respingere lo Spasmo, sarà stato perché ormai mi sentivo imbattibile, ma mi ritrovai a sollevare la spada un secondo più tardi e il Ragazzino mi trafisse, a una spanna dal cuore. Era quanto bastava al Mostro. Senza neanche pensarci, con le vene del collo in fiamme e l’occhio sinistro che mi schizzava fuori dall’orbita, chiusi la mano sulla Gae Bolga e, con unico movimento fluido, la estrassi dal suolo e la scagliai. La testa irta di barbigli centrò il giovane in pieno petto, sollevandolo, trascinandolo nell’aria fino a inchiodarlo contro il dorso rugoso di una quercia, come quella sotto la quale io e Aife ci eravamo detti addio. Tornai subito in me. E anche se non ero ancora pienamente consapevole della portata del mio gesto, una patina di sudore gelato mi avvolse di colpo, completamente. “Ti avevo avvertito, dannazione...”






Raggiunsi la quercia sapendo che per il piccolo era finita... non si resiste a un colpo diretto di Gae Bolga. Non c’è via di uscita. E infatti, il suo corpo stava tirando gli ultimi tratti. Gli sfilai il teschio di cervo dal capo e allora tutto cominciò a diventare più chiaro... sinistramente chiaro... Dalle belle labbra sgorgò uno spruzzo di sangue denso che andò a imbrattare i delicati tratti da elfo... “Mi dispiace, padre... io non... potevo...”

E a quel punto, il mondo esplose.

Dissero che la mia riastrad valicò ogni limite... dissero che il mio corpo si gonfiò, si contorse, divenne una cosa irriconoscibile, enorme, disumana come non mai... dissero che mi lanciai in mezzo al bosco lanciando in aria gli alberi come fossero stuzzicadenti, che smantellai una collina a pugni, che corsi per tutto il giorno e tutta la notte distruggendo tutto quello che trovavo sul mio cammino... dissero questo. Io non ricordo niente. Assolutamente niente.



Mi trovò Emer, sfinito, mentre le onde del mare schiaffeggiavano il mio corpo esausto sulla battigia. Solo Emer avrebbe potuto calmarmi, solo lei. Ero svuotato... ero svuotato e continuavo a chiedermi perché... perché non lo avevo riconosciuto? Perché Connla non si era presentato? Perché... Presi il corpo di mio figlio, lo avvolsi con i colori del mio tartan e m’imbarcai. E il mio sguardo finiva sempre su quel volto freddo... così simile a quello di Aife. La mia mano si posava sui suoi capelli e, ora che la furia non c’era più, non riuscivo a smettere di piangere. Piangevo ancora quando arrivai al santuario di Scathach. La mia vecchia maestra era lì ad aspettarmi, come se sapesse già tutto. Non disse nulla; si avvicinò e mi strinse in un abbraccio. Lasciò che mi sfogassi cullandomi come un bambino. Non so quanto tempo restai così, scosso dai singhiozzi... solo dopo quella che sembrò un’eternità trovai la forza di chiederle. “Lei dov’è?” Scathach me lo disse. Ci misi tre giorni a trovarla. Della Aife che sette anni prima avevo amato non restava più niente... la donna che giaceva riversa in quella lurida capanna non era neanche l’ombra della fanciulla guerriero che avevo sfidato quel giorno, sull’Isola di Skye. Entrai in silenzio e lei sollevò lo sguardo su di me. Capì subito tutto e ruppe in un gemito terribile, che attraversò le valli e le brughiere di Alba sospinto dal vento, azzittendo perfino il canto degli uccelli. “Perché?” le chiesi. Era una risposta che volevo, una risposta a quella follia. Aife biascicò qualcosa e cercò di mettersi in piedi, crollando come un misero fagotto di stracci. “PERCHÉ?!” E stavolta l’afferrai per le braccia, stringendole fino quasi a spezzarle... la sollevai e le piantai il mio viso davanti mentre tutti i muscoli del mio corpo imploravano perché la facessi a pezzi lì, seduta stante. “E’stata... – disse Aife – ...è stata colpa mia... ho fatto come hai chiesto, ho mantenuto la promessa... Connla non avrebbe mai dovuto rinunciare a una sfida.... e gli ho dato un altro geas... non avrebbe mai dovuto rivelare il suo nome...” La guardai stupito, mentre la furia lentamente scemava e il dolore tornava a prendere il sopravvento... “Perché” chiesi ancora, stavolta in un sussurro. “Perché quando ti conobbi, nell’istante stesso in cui ti vidi... seppi cosa saresti diventato... ho avuto paura che qualcuno, per far del male a te...” “...facesse del male a lui...” soffiai fuori incredulo. “Poi – continuò – poi ho saputo che ti eri sposato... sono venuta a sapere tutto di te, le tue gesta hanno attraversato il mare... e allora, allora ho cominciato a odiarti, a maledirti... ero gelosa, capisci? gelosa marcia... e Connla... Connla non poteva più accertarlo, non voleva crederci. Un mese fa abbiamo litigato, furiosamente... per colpa tua... e alla fine lui se ne è andato. Voleva conoscerti, non voleva credere a tutto il male che dicevo su di te. Voleva incontrare suo padre, Cu Chulainn, il grande eroe.” Ogni parola in più era una stilettata nel petto... lasciai andare Aife e barcollai all’indietro, in cerca dell’uscita della capanna... avevo bisogno di aria. Trovai la forza per sussurrare, un’ultima volta “Perché?” Aife mi venne incontro e il suo viso era una maschera stravolta da anni di rabbia e dolore... “Perché, mi chiedi? – disse – e allora tu, perché ci hai lasciati?” Le sue mani picchiarono con forza sul mio petto. “Perché ci hai lasciati?!” A quel punto nella mia testa era come se si stessero schiantando le onde di una marea... Aife continuava a colpirmi e io continuavo a rivedere la Gae Bolga che attraversava l’aria per trovare il petto nudo del piccolo Connla. Volevo urlare, volevo esplodere, volevo afferare Aife e strapparle il cuore, a mani nude, per poi strappare il mio e scagliarlo lontano, oltre il confine dell’orizzonte. Invece crollammo in ginocchio, insieme, senza forze, piangendo disperati uno fra le braccia dell’altra... complici e vittime della nostra terribile follia.


Anche quest’anno, come ogni anno, sono arrivato al tumulo sull’imbrunire. Avevo scelto di seppellire Connla in una piccola pineta, vicino a un loch così piccolo da sembrare a malapena uno stagno. Avevo anche chiesto ai Druidi di proteggere il luogo, di farne un santuario invisibile agli occhi mortali, così che le spoglie del mio unico figlio potessero riposare in pace, in eterno. La luce rossa del sole e le ombre degli alberi si allungavano sulla catasta di rocce e il tumulo sembrava quasi brillare, come un rubino...



Mi sono avvicinato e, con calma, mi sono accovacciato a terra. Ricordo di aver detto “Ciao, Connla”. E mentre aspettavo una risposta che non sarebbe mai arrivata, mi sono ritrovato a ripercorrere velocemente tutti i ventisette anni della mia vita mortale: l’uccisione del Cane di Cullan, gli anni dell’addestramento, quelli delle battaglie, il mio momento di massima gloria... il tonfo della mia caduta. E durante tutto quel tempo non avevo mai conosciuto mio figlio... “Sei la persona che mi manca di più, Connla. E non ti ho mai conosciuto.” Nemmeno una parola, se non le minacce che gli avevo gridato contro, prima di ucciderlo... mio figlio era andato nell’Altrove con le minacce di suo padre che gli rimbombavano nelle orecchie... quel padre che era venuto a cercare... Ho lasciato che mi sfuggisse un gemito... “Come pretendete che possa sopportare tutto questo? Come?” Qualcuno in passato ha avuto il coraggio di dirmi che in fondo non è stata colpa mia... davvero? Se, tanto per cominciare, la mia vanità non mi avesse spinto a a pronunciare quello stupido geas... mai tirarsi indietro da una sfida... solo quello sarebbe bastato a salvargli la vita... se avessi chiesto ad Aife di venire con me, di seguirmi, forse... forse lei non avrebbe pronunciato il suo... forse avrebbe accettato il mio matrimonio con Emer... se solo fossi stato più attento, se solo mi fossi sforzato di accorgermi che il modo in cui combatteva Connla era troppo simile al mio e a quello di sua madre... se solo... E mentre tutti quei pensieri profondamente inutili continuavano a rincorrersi nella mia testa, la notte pronunciava la sua sentenza calando sulla pineta e sul tumulo e su di me, ormai prostrato a terra... quel giorno, duemila e ventinove anni fa, ho ucciso mio figlio. Tutto il resto, non significava più nulla.
Durante la notte mi sono svegliato e, per un attimo, mi è sembrato di vedere la figura di una donna, ritta in piedi fra me e il tumulo. Una giovane donna dai capelli neri e puntuti, vestita solo dei suoi tatuaggi tribali e della tinta blu delle piante di guado... Una giovane donna che si è voltata a guardarmi, si è portata un dito alla bocca, sorridendo, e ha bisbigliato: “Shhhh! Non svegliarlo”. Poi, si è accucciata su di me, mi ha postato una mano sugli occhi e ha sussurrato: “Dormi, Setanta. dormi anche tu, mio amato... questa sarà l’ultima notte, vedrai.” Senza capire, sono scivolato di nuovo oltre il muro del sonno.

La mattina dopo mi sono alzato e l’angoscia non c’era più. Non so dire come, ma avevo la netta sensazione che qualcosa mi avesse lasciato, per sempre... e non in senso negativo. “Ci vediamo l’anno prossimo, Connla. Riposa in pace, figliolo.” Queste le parole che ho detto, ma nel dirle non provavo il solito peso. C’era il dolore, quello sì, ma era qualcosa che mi disegnava come un cerchio intorno agli occhi... commozione. Non la solita lacerante colpa che mi straziava le viscere. Mi sono incamminato per fare il percorso a ritroso e nel farlo mi sono accorto che era una bella giornata... mi sono sorpreso a pensare a come quella parte di Scozia non fosse cambiata, nei secoli... ed era una buona cosa, davvero. Per tutto il viaggio, fino all’arrivo a Glasgow, ogni volto mi sembrava diverso, pulito, felice... pareva quasi che qualcuno avesse passato una pennellata di pace sul mondo intero. E sulla strada per la Cattedrale, finalmente ho capito perché. In un giardino pubblico, un bambino coi capelli rossi stava correndo incontro ai genitori. Era alto, per la sua età, quasi un metro e mezzo... indossava una tuta da ginnastica, sporca di erba e di terra sulle ginocchia... teneva un pallone sotto il braccio. “Connla...” ho detto, come stordito. Sua madre, una bella ragazza di vent’anni o giù di lì, lo ha afferrato per un braccio, strattonandolo e sbraitandogli contro qualcosa... evidentemente, la recente partita a calcio del piccolo non era qualcosa di previsto. Mi sono ritrovato a sorridere. Il padre non si è messo in mezzo, come deve fare ogni buon padre quando la madre rimbrotta un figlio... è rimasto a guardare la scena divertito, in disparte, per poi poggiare una mano sulla testa del figlio alla fine della strigliata. E io, io stavo lì a guardarli allontanarsi insieme, tramortito... ed è stato allora che il piccolo si è girato... e lo so che è impossibile, so che non può succedere... ma mi ha guardato, ha guardato proprio me... ...e ha sorriso. E non c’era dubbio, no, non c’era dubbio alcuno... quello era lo stesso viso che avevo visto, freddo e pallido, più di duemila anni fa... l’unico viso che avrei mai voluto veder sorridere. L’unico. Ed era successo. E’ stato un attimo, poi il bambino si è voltato e ha continuato a camminare... senza girarsi più. “Vivi una vita felice, Connla.” ho detto “Vivi una vita felice”. E poi, quasi, ridendo, sono tornato ad abbracciare la mia morte.

Una cosa l’ho capita subito: avevo appena visitato il tumulo di mio figlio per l’ultima volta. Una cosa l’ho capita poco dopo: entro la fine dell’anno, avrei varcato la soglia oltre la Quarantottesima Profondità... verso l’Altrove. Me ne sarei andato per sempre. Sarei rimasto accanto a Buia e Merlino, li avrei aiutati come potevo nella battaglia finale... ma dopo, dopo avrei detto loro addio. Come mi sento adesso? Redento? Neanche un po’... Però, forse hanno davvero ragione i Druidi... forse siamo destinati ad attraversare questa vita solo per tornare, più avanti... forse non esiste un tormento divino se non quello che uno vuole infliggersi... forse paghiamo tutti un prezzo, in un modo o nell’altro, e i nostri errori, per quanto tragici, sono azioni alle quali potremo sempre riparare. Non lo so. Non chiedetemi di rispondere a qualcosa che nessuno di noi può spiegare. Ho visto Connla sorridere. Tutto il resto, non significa più nulla.


giovedì 15 ottobre 2009

Non c'è giustizia a questo mondo - Prima Puntata

Inauguriamo quest’oggi una nuova rubrica intitolata “Non c’è giustizia a questo mondo”.
L’idea me l’ha data Andrea Voglino col suo strepitoso articolo su Marshall Law apparso qualche tempo fa su De:Code” (qui il link).
Dedicheremo questo spazio a tutti quei tizi che, nonostante le indubbie capacità, hanno raccolto molto meno di quello che avrebbero meritato: nel campo della musica, del fumetto, della letteratura, del cinema eccetera eccetera eccetera...
Dopo questa doverosa premessa, passiamo dunque a presentare i nostri primi ospiti...



Hello, good evening and welcome
to nothing much
A no holds barred half -nelson
and the loving touch
The comfort and the joy
of feeling lost
With the only living boy in New Cross

Correva l’anno di grazia 1993. Ai tempi esisteva ancora una roba chiamata Videomusic, distante anni luce da quel mostro caleidoscopico di MTV... ricordate? video a tutta randa, concerti, programmi che, stranamente, parlavano di musica “vera”.
E vi ricordate anche i primi anni novanta? L’avvento del grunge, i primi vagiti del nu metal, i colpi di coda dei Guns col loro Spaghetti Incident, la rinascita del pop-punk?
Beh, nell’estate del 93 Videomusic trasmise i vari live di Arezzo Wave e uno in particolare catturò la mia attenzione: una band inglese composta da due soli individui, l’incarnazione di tutto quello che una rock star non dovrebbe essere... durante l’inverno mi ero invaghito di una loro canzoncina “Do Re Me – So far so good” e del relativo video... ma quel live, con quel po’-po’ di repertorio sciorinato, trasformarono la mia cottarella in un innamoramento con tutti i crismi, innamoramento che dura ancora oggi, ad anni di distanza dal loro scioglimento.
Il duo rispondeva al nome di Carter USM (l’acronimo sta per un’improbabile Unstoppable Sex Machine). Jim “Jim Bob” Morrison chitarra e voce e Les “Fruitbat” Carter chitarra e basta. Più un bell’armamentario di basi e campionamenti assolutamente accattivanti. Qualcuno li ha sapientemente definiti “la versione Punk dei Pet Shop Boys” (dei quali, fra l’altro, i Carter hanno fatto una splendida cover della celebre “Rent”).
Il loro esordio discografico risale al 1989, con l’album “101 Damnations”, nel quale si intravedono già tutte le caratteristiche della band: melodie irresistibili, sì, ma testi incredibilmente vivaci, polemici, comici, amari, dolcissimi, struggenti.
L’album successivo, “30 Something”, li porta definitivamente alla ribalta nella terra natia, la Gran Bretagna, e la maglietta a maniche lunghe con la copertina del disco diventerà un classico della scena indie inglese degli anni novanta. Con 30 Something i Carter fanno anche in tempo a beccarsi la prima scomunica radiofonica: il pezzo “Bloodsports for all”, in cui si parla di razzismo e violenze all’interno dell’esercito, viene prontamente messo al bando dalla BBC. Non solo, una loro esibizione durante il programma televisivo Smash Hits Poll Winners Party degenera dando luogo a un episodio esilarante... il duo si presenta suonando “After the watershed” una delle loro canzoni più belle in cui si affronta il tema degli abusi sui minori... e già questo, in una trasmissione che ospita perlopiù band dai motivetti tipo “Oh, baby, I love you so” deve aver causato un certo prurito agli sponsor... così, giunti a metà dell’esibizione, i Carter vengono fatti “sfumare”. La loro reazione è civile e misurata: sfasciano qualche amplificatore e Fruitbat si esibisce in un placcaggio stile rugby ai danni del presentatore Phillip Schofield, vestito come un damerino medievale. Qua sotto potete ammirare la scena.




Ma, nonostante questi piccoli incidenti, resta il fatto che 30 Something si rivela un gran disco: A Prince on a Pauper’s Grave, Say it with Flowers, Re-educating Rita sono tutti pezzi che certa gente può solo sognarsi di scrivere.
E così siamo arrivati al 1992: l’anno di, guarda caso, “1992: The Love Album”, il disco che rappresenterà l’apice della band e che donerà loro una parvenza di popolarità internazionale. Diciamo subito una cosa: se non avete questo album a casa vostra caricate immediatamente la postepay e fate in modo di procurarvelo (non scaricatelo, porca puttana, compratelo!). Proseguiamo dicendo che raramente si ha la fortuna d’imbattersi in prove così mature, così ispirate. Nella carriera di una band capita il momento in cui tutto gira alla perfezione, in cui l’alchimia è perfetta: di solito, a quei momenti corrisponde una prova cardine, un disco che la farà entrare nella storia della musica. Per i Carter si è trattato di 1992. Qui, tutta la poesia dolce amara del duo raggiunge vette inesplorate... se si potesse tradurre in musica un film di Ken Loach, credetemi, verrebbe fuori quest’album, con buona pace di Billy Bragg. The only living boy in New Cross, Do-Re-Me so far, so good, England sono i capolavori che portano i Carter in vetta alle classifiche in Inghilterra e in tour in mezzo mondo.




Finalmente, sembra che la scena internazionale stia per acquistare una nuova stella, ma è proprio a quel punto che... ahimè, sì, inizia la discesa.
Il disco successivo Post Historic Monsters, non riesce a bissare il successo del precedente, pur restando un signor-dottor disco (che io personalmente amo alla follia): ci sono pezzi da incorniciare come The music that nobody likes, Lenny and Terence, Lean on me, Suicide isn’t painless... ma non bastano a trasformare il successo di pubblico e critica di 1992 da effimero a duraturo.
E le cose non migliorano col successivo Worry Bomb, anno 1994, per il quale, tra l’altro, la casa discografica aveva fatto un notevole sforzo di promozione e distribuzione (ehi, ero riuscito a trovarlo a Marina di Massa!): il disco è un buon disco, probabilmente inferiore a 1992 e a Post Historic Monsters, ma, come già detto, avercene di roba così! Non ci credete? Ascoltate il testo della canzone di apertura “Cheap ‘n’ Cheesy” e se non vi commuovete andate ad spararvi Gigi D’Alessio, ve lo meritate!
Comunque, siamo alla fine della storia dei Carter: la parabola discendente continua con l’ep “A world without Dave” e termina definitivamente con “I blame the government”, nel 1998. Dopo, solo greatest hits e raccolte di b-sides. Perché i Carter non sono ancora qui ad allietarci con i loro assurdi giochi di parole? Perché loro no e gli U2 sì? Non lo so, credetemi... forse c’entra anche il loro caratteraccio. Forse la scena internazionale aveva bisogno sì di ribelli, ma di ribelli carini. Forse... forse... l’importante è che possiamo ancora ascoltarci i loro vecchi dischi e, con un po’ di fortuna, rivederli dal vivo! Da qualche anno, infatti, JimBob e Fruitbat si riuniscono un paio di volte l’anno per i fans: quest’anno, per esempio, saranno alla Brixton Academy di Londra, il 13 e il 14 novembre. Io non potrò esserci ma, ragazzi, giuro che prima o poi vi beccherò, da qualche parte!
Intanto, per non sbagliare, ho fatto anch’io il mio piccolo omaggio all’Inarrestabile Macchina del Sesso... nel terzo volume di Madadh, troverete un personaggio dichiaratamente ispirato a JimBob Morrison. La vignetta qua sotto è un’anteprima ed è stata realizzata dalla mia disegnatrice preferita, Francesca Ciregia.
Che dire, non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento al prossimo episodio di “Non c’è giustizia a questo mondo!”

And it's goodbye Ruby Tuesday
Come home you silly cow
We've baked a cake and your friends are waiting
and David Icke says he'd like to show us how
to love you back to life again now






domenica 11 ottobre 2009

It's coming... lunga vita al Re!


Micelli, Maconi, Paoloni, Scalera, Semerano, Celona, Scopetta, Rak, Snareser, Gaston & Leon, Jharren, Bracchi, Acunzo, Medri, Maresca, Mitchell, Desiato, Galloway, Borgioli, Genovese... e, nell'inedito ruolo di Stan Lee, il vostro Tommaso Destefanis!
Lucca 2009, per ora non dico altro!

domenica 4 ottobre 2009

Buon San Francesco a tutti!

Ecco una tavola da catalogare sotto la voce “Cose di cui andare orgogliosi”. Questo micro-racconto a fumetti è uscito l’anno scorso sul quinto volume dell’antologico Mono della Tunuè. Ma la cosa di cui vado davvero orgoglioso, è stata la mia collaborazione con quello che, senza ombra di dubbio, è uno dei più geniali e originali disegnatori del panorama italiano (e non solo): e non lo dico solo io. E non lo dico perché Armando è anche un amico.
Qualche tempo fa parlavo al telefono con un altro amico, Alessio Danesi: stavamo cercando di stabilire chi, fra i vari artisti del momento, fosse destinato a raccogliere l’eredità di Gipi. Alessio, senza battere ciglio, ha detto “Armando Rossi”. Lì per lì ho pensato che fosse un gran bel complimento. Poi, ripensandoci, mi sono trovato a dissentire. Armando non è l’erede di nessuno. Armando è Armando e basta.
Ogni paragone sarebbe superfluo.
E mi raccomando, fra poco esce il nuovo Ravenstock: vediamo di frugarci un pochino.

Per quanto riguarda la mia versione Sid & Nancy di Francesco e Chiara vi dico... non finisce qui.
Stay tuned for more rock ‘n roll!

Buon San Francesco a tutti!