Attenzione! Questo post potrebbe contenere spoiler e robe che potrebbero farvi girare solennemente i maroni se non avete ancora letto tutti i libri o visto tutti i film di Harry potter.
Nota mia: L’ultimo romanzo di Mister Potter è uscito nel 2007. L’ultimo film tre settimane fa. E’ antipatico, lo so, non si dovrebbero mai mescolare cinema e letteratura. Ma, nella mia cozza, nel caso di Harry Potter, i due media sono legati saldamente. Quindi, solo adesso, solo che anche la versione cinematografica della saga ha trovato la sua fine, mi azzarderò a dare le mie impressioni su quella che ha rappresentato una della maggiori influenze nella diffusione e nell’enorme popolarità acquisita recentemente dal nostro amato genere fantasy.
Correva l’anno 2001. Il millennio entrante aveva appena acceso i motori ma già capivamo che tutta una nuova generazione di effetti speciali e alcune scelte di produzione (dettate da lungimiranza o da disperazione, non ci è dato sapere...) da lì a breve avrebbero fatto da trampolino di lancio per un genere che già godeva di una folta schiera di appassionati nel ramo letterario e (video)ludico. Il fantasy. E se negli anni ottanta il genere aveva spopolato al cinema (Conan il barbaro, Labyrinth, La Storia Infinita , Legend, Ladyhawke, Willow... solo per citarne alcuni) nonostante la carenza di mezzi tecnici, i novanta li aveva attraversati un po’ in sordina, surclassato dalla scomoda cugina, la fantascienza, forte di una seconda giovinezza regalatale dal cyberpunk. Il 2000 si era aperto all’insegna de Il Signore degli Anelli, quella che resta la massima rappresentazione fantasy sia per la letteratura che per il mondo di celluloide. E forse fu proprio per sfruttare l’eco planetaria dell’opera di Peter Jackson, o forse per farle semplicemente concorrenza che la Warner Bros decise di puntare forte su un ciclo di romanzi di una giovane scrittrice inglese... o forse no. Stava comunque per nascere un fenomeno mediatico imponente, con tutte le conseguenze che una nascita del genere comporta.
La verità è che non avevo intenzione di leggere Harry Potter. Nell’estate del 2000 lavoravo al Ristorante Il Pellicano, a Lido di Camaiore. Avevo scoperto presto che io e la proprietaria eravamo accomunati dalla passione per Tolkien e la narrativa fantasy/horror... entrambi eravamo incuriositi da questo Harry Potter e la curiosità aumentava ancora di più quando vedevamo entrare in sala bambini inglesi o americani; al posto del solito gameboy, avevano tutti una copia de “Il Calice di Fuoco”, l’ultima creazione, al tempo, di J.K. Rowling. Così io e Monica (questo era il nome della mia datrice di lavoro) ci ripetevamo “finita la stagione, ci spariamo ‘sta roba”. In realtà la stagione è finita, io ho smesso di lavorare al Pellicano e i buoni propositi sono andati a farsi benedire. Un anno dopo però, il maghetto inglese ha fatto il suo debutto nelle sale cinematografiche. Ora, giusto per sparare un po’ di banalità assortite: buona parte del giudizio che dai su un film dipende dalle aspettative. Almeno, questo vale per la prima impressione, a caldo, quella che ti spinge a parlare all’uscita dal cinema. Le mie aspettative su “Harry Potter e la Pietra Filosofale ” erano piuttosto basse. Un po’ perché al di là dei buoni propositi di cui vi ho già parlato, l’idea di cimentarmi in un film per ragazzi, seppur fantasy, mi entusiasmava poco... e un po’ perché l’apparato pubblicitario edificato intorno all’evento mi lasciava dubbioso. Il fatto poi che il regista della pellicola fosse Chris Columbus lasciava poche speranze... immenso sceneggiatore, Columbus, ma regista non eccelso, con la brutta tendenza a sbrodolare la narrazione, allungandola e appiattendola: il classico tipo che chiami quando c’è da fare un lavoro pulito, sicuro e che possa piacere al maggior numero di persone possibile (anche se ne “La Camera dei Segreti” riuscirà a dare effettivamente a dare un’impronta più intrigante e personale). Quindi, ribadisco, aspettative medio-basse. Ma durante le due ore e rotte di film ho avuto modo di ricredermi: non tanto sul lavoro di Columbus, quanto sul contenuto. Mi piaceva. Meglio, mi esaltava... è vero, era un mescolone di cose già viste e lette, ma era pur sempre un bel mescolone. Pensai subito che sarebbe stato bello fare un paio di sessioni di gioco i ruolo a Hogwarts e pensai, stavolta deciso, che avrei dovuto recuperare tutti i libri e dare una chance a Miss Rowling. E indovinate un po’? L’ho fatto.
Ma questo non ha fatto di me un fan di Harry Potter... non fraintendetemi, alla domanda “Ti piace Harry Potter?” risponderò sempre “sì”. Ma questo non fa di me un fan, punto. Ci sono tante cose nei romanzi e soprattutto nei film che mi hanno fatto storcere il naso. L’immane popolarità del maghetto invece ha portato spesso le persone a schierarsi: fra i miei amici ( e sono tutte persone di cui ho una stima assoluta) c’è chi lo adora e chi lo detesta. Cerchiamo di essere obiettivi: Harry Potter è originale? Lo è secondo questa definizione del termine: “l’originalità consiste nel saper nascondere al meglio le proprie fonti.” Possiamo paragonarlo al Signore degli Anelli? Ad Alice nel Paese delle Meraviglie? A Pinocchio? Dai, su... non scherziamo! Anche il confronto con la Saga di Earthsea di Ursula K. LeGuin, il ciclo di romanzi al quale molti lo accostano (accusando, fra le righe, la Rowling di plagio) vede il nostro occhialuto incantatore perdente (ma fidatevi, Ged e Harry sono due personaggi assolutamente diversi, in due contesti diversi, in due mondi diversi, in due epoche diverse... nessun plagio). Non facciamoci ingannare dalla mole di premi che ha ramazzato la Rowling in questi anni (la poverina deve stare attenta quando esce di casa... c’è qualcuno appostato che le vuole tirare una coppa o una targa!) conditi da sparate maldestre tipo “libro del secolo” e amenità simili. Limitiamoci a dire che la famosa macchina pubblicitaria di cui parlavo sopra in questo caso ha spinto a pieno regime facendo un lavoro egregio e dando fin troppi frutti... tradotto, smuovere montagne di soldi. E con i soldi, si sa, si smuove un po’ di tutto. Ma per una valutazione corretta occorre serenità e sobrietà. La sensazione che mi assale quando penso al lavoro della Rowling è una: e cioè, che a un certo punto le cose le siano un po’ sfuggite di mano. Lei aveva in mente una cosa e se ne è ritrovata per le mani un’altra. Voleva costruire una villetta e ha finito per tirare su un castello (non che le dispiaccia, credo!). Non so molto di questa signora inglese: so che nella vita ha avuto il suo bel giro di pane e merda e so che è una laburista di ferro. Entrambe le cose me la rendono molto simpatica. Ma mi resta il dubbio che, alla fine, Harry Potter non sia tutta roba sua. Andiamo con calma...
Quello che J.K. voleva.
I primi due romanzi di Harry Potter, “La Pietra Filosofale ” e “La Camera dei Segreti” sono, secondo me, quelli più vicini alla sensibilità della scrittrice. Semplici romanzi per ragazzi, influenzati dai grandi classici della letteratura fantasy e fantastica e da un pizzico di horror e destinati a un pubblico di bambini e pre-adolescenti. Ecco, secondo me era questo tipo di storia che aveva in mente la Rowling prima che il successo la investisse come un tram. Bene contro male, giusto contro ingiusto, situazioni divertenti e fantasiose... l’importanza dell’amicizia, del coraggio, un cattivo super-stereotipato ma non per questo meno efficace. Anche i film tratti da questi due romanzi, seppur lineari (ho già espresso il mio pensiero su Columbus), sono forse quelli riusciti meglio; il secondo ha addirittura una marcetta in più, qualche venatura di puro terrore qua e là che non ha mancato di sollevare un paio di polemichette ai tempi dell’uscita. Niente riesce a togliermi dalla testa che questo fosse il tipo di storie che J.K. Rowling avrebbe voluto raccontarci.
A volte le ciambelle vengono col buco
I due romanzi successivi, “Il Prigioniero di Azkaban” e “Il Calice di Fuoco” sono a mio avviso i migliori della serie. Secondo me la Rowling o chi per lei (editor, casa editrice) dev’essersi accorta che Harry Potter non lo leggevano solo i ragazzini. E allora ecco entrare in gioco tematiche più adulte, ecco che la componente onorifica si fa più ingombrante (I Dissennatori, i Mangiamorte) ed eco che la lunghezza del testo magicamente sale. Ma in fin dei conti, credo che i due romanzi incarnino l’equilibrio perfetto, il ponte ideale fra diverse generazioni di lettori. Purtroppo, questo equilibrio non trova riscontro nei film, almeno non ne “Il Calice di Fuoco”: “Il Prigioniero di Azkaban”, complice la regia del prodigio messicano Alfonso Cuarón (indimenticabile il suo Y tu mamá también, da me colpevolmente lasciato fuori dalla top 20 dei teen movies) e l’ingresso nel cast di Gary Oldman è probabilmente la puntata più estrosa del ciclo (nonostante un paio di clamorosi buchi di sceneggiatura). Il Calice di Fuoco comincia a palesare i limiti della trasposizione cinematografica e non è bastata l’esperienza di Mike “Quattromatrimonieunfunerale” Newell per avere la meglio su un testo di partenza effettivamente difficile da portare sullo schermo; ne è venuto fuori un film monco, mediocre e privo d’impennate... preludio alla debacle cinematografica che sarebbe seguita da lì a breve.
Ci stiamo sbagliando, ragazzi...
Il quinto romanzo della serie, “L’Ordine della Fenice” è a mio avviso il peggiore, senza la minima ombra di dubbio; oltre a riproporre il solito canovaccio dei romanzi precedenti (Potter viene accusato di qualcosa e tutti lo infamano-Potter riesce a sovvertire i pronostici-Potter viene portato in trionfo), s’infila sempre di più in situazioni e spiegazioni cervellotiche... non capiamo più se ci troviamo di fronte a un romanzo fantastico per ragazzi o a un romanzo fantasy per adulti; resta a metà del guado spiazzando un po’ tutti. Nel tentativo di catturare e accontentare i lettori over 20, si dilunga in 500 e passa pagine molte delle quali perfettamente inutili ai fini della narrazione. Inoltre, qui la Rowling fa uno scivolone grave, tirando in ballo una fantomatica profezia secondo la quale solo uno fra Harry e Voldemort alla fine sarebbe sopravvissuto. Ecco, quando si comincia a sfoderare paroloni come Destino le cose prendono una piega particolare: un conto è sapere che il signor Potter deve opporsi alla sua nemesi perché questa è la sua scelta, perché è la cosa giusta da fare... tutto un altro paio di maniche è sapere che lo farà perché non può evitarlo, “è scritto”. Molta della ruspante innocenza della saga è andata persa qui. “Il Principe Mezzosangue” è senz’altro migliore del precedente ma, anche qui, pare che ci si sia dimenticati dei destinatari finali dell’opera: ci troviamo di fronte a un romanzo più complesso e più propriamente fantasy ma almeno in questo caso la scrittura è tesa e avvincente. Ora, magari nella intenzioni della Rowling c’era davvero questo... cioè, far crescere il suo protagonista insieme ai suoi lettori. Ma soluzioni come quelle degli Horcrux sanno un po’ di trovata studiata a tavolino per tappare i buchi narrativi generati dalle innocenti evasioni dei primi romanzi e accontentare pertanto i lettori più smaliziati. Le due versioni cinematografiche sono state affidate a David Yates, professionista esemplare che si è fatto le ossa in casa BBC e che probabilmente è stato catapultato in qualcosa più grande di lui, finendone schiacciato. Saranno state le pressioni della produzione ma i due film in questione sono, senza mezzi termini, brutti. Tagliati con l’accetta con troppi passaggi dati per scontati. Anche i momenti di pathos risentono della confusione narrativa e quando muore Silente ci sta che molta gente stesse ancora cercando di capire come funzionano quei cazzo di Horcrux per trovare il tempo di commuoversi.
La frittata ormai è fatta (e tanto vale magnarsela)
L’ultimo libro della serie “I Doni della Morte” prosegue sulla scia de “Il Principe Mezzosangue” portandoci al finale che tutti ci aspettavamo ma accompagnandoci coi soliti ragionamenti cervellotici che avevano contraddistinto “L’Ordine” e “Il Principe”... “la bacchetta di sambuco non è sua, è mia... no, aspetta è di quell’altro o forse di quell’altro ancora”. Insomma, l’oggetto dell’intera saga che più assomiglia al Tolkieniano Anello è una roba informe che nessuno riesce a far funzionare e la cui utilità lascia tutti un po’ perplessi. Ma tant’è, siamo in fondo. Alla fine tutto è perdonato. La sensazione che ho sentito trapelare stavolta dal testo è stata: grazie al cielo è finita. Questo doveva pensare la Rowling. Il film (affidato al solito Yates) è stato spezzato in due parti senz’altro per il panico che ha assalito i produttori dopo essersi resi conto che, effettivamente, la loro gallina dalle uova d’oro non aveva più intenzione di sfornare altri romanzi sul maghetto. E siccome il ferro magari non era più caldo, ma un po’ tiepido sì, hanno deciso di smartellare il più possibile, di spremere il limone fino all’ultima goccia. Il risultato è una prima parte che sembra una versione nouvelle vague di Harry Potter (m’immagino le lunghissime passeggiate sulle scogliere di Harry, Hermione e Ron col regista che li incitava “dai, camminate ancora un po’! devo riempire due minuti!”) e una seconda parte in cui succede una cosa ogni tre secondi, al punto che chi non ha letto il romanzo è senz’altro uscito dalla sala con il mal di testa (non il cretino che avevo accanto io... uno che per tutta la durata del film è stato navigare su internet con l’iphone... cioè, paghi dieci euro per venire navigare al cinema? contento te!).
Ma, come abbiamo detto, è finita. E possiamo trarre un paio di conclusioni. Sui film si fa presto: sono stati e restano l’ingranaggio di punta di una prodigiosa, meravigliosa macchina da soldi. Hanno contribuito (in tandem con Il Signore degli Anelli) a un revival del fantasy che però, va detto, non ha dato i frutti sperati (sulla scia del successo di Potter sono stati trascinati in pista a ballare anche Le Cronache di Narnia e La Bussola d’Oro, giusto per citare due bellissime e popolari saghe fantastiche... ma il risultato è stato tutt’altro che esaltante).
Di contro, con qualche eccezione, i film non hanno reso giustizia alle opere letterarie. I primi due sono quelli più fedeli ai testi originali (che, guarda caso, erano anche i più lineari). Quando la trama ha cominciato ad infittirsi i vari registi hanno cominciato a non capirci più niente. Come già detto, l’unico che è riuscito a dare un tocco personale al suo lavoro è stato Cuarón (personalmente scelto, a quanto si dice, dalla Rowling... altra nota di merito alla signora!) ma per il resto ci troviamo di fronte a pallidi tentativi che non rispecchiano a dovere il mondo di Harry. Poi ci sarebbe la questione degli attori... ma lo avete visto Daniel Radcliffe dal quarto film in poi? Minkia, altro che bacchetta di sambuco e anatemi vari... quello Voldemort lo spacca a mani nude! Alla faccia del ragazzino!
Sui romanzi la sensazione che mi resta è quella di un’occasione mancata. E, probabilmente, il loro successo è spropositato paragonato ai meriti effettivi. Beh, immagino che a J.K. Rowling passerà il sonno dopo aver letto queste mie considerazioni! A parte gli scherzi, mi sono divertito a leggerli, e questo mi basta, mi avanza e credo che inquadri perfettamente il mio pensiero su tutta quanta la saga.
Ma c’è di più. C’è una sensazione di perdita, di amarezza e di ineluttabilità che attraversa tutti i libri, dal primo all’ultimo. J.K. Rowling ha effettivamente riversato nelle pagine dei suoi romanzi, sublimandole, esorcizzandole, le paure di una giovane madre single schiacciata dalla vita contemporanea e da una serie di momenti bui. Harry poi, non è una figura superficiale, una macchietta: è un ragazzo tormentato che rielabora costantemente il lutto per i suoi genitori, nel tentativo disperato lasciarselo alle spalle: in questo ricorda molto un altro popolare personaggio di fantasia che abita in quel di Gotham City. Ma se le reazioni al lutto di Bruce Wayne/Batman sono estreme, quasi da sociopatico, quelle del giovane Potter sono misurate, positive e propositive: la sua storia inoltre è una continua celebrazione della solidarietà dove tutto un esercito di personaggi (Ron, Hermione, Silente, Sirius, Piton e alla fine anche il rivale storico, Draco) aiuta il maghetto a fare i conti con la vita. Se la morte è uno dei temi principali dei romanzi, il mondo costruito dalla Rowling è una summa ben riuscita ed accattivante di diversi topoi fantastici che non ha mancato di trafiggere il cuore di gente normale come me e di scrittori navigatissimi (Stephen King vorrebbe trasferirsi a Hogwarts in ogni istante della sua vita... ed è arrivato a dircelo in tutte le salse!). La scuola di Magia, la società dei maghi, la mitologia delle bacchette (una delle trovate migliori), il quidditch... la Rowling si è creata un background solidissimo, un pezzo alla volta. Peccato che a un certo punto si sia complicata la vita tirando in ballo horcrux e profezie varie, ma nel complesso la sua creazione è senza dubbio fra le più accattivanti viste negli ultimi anni (e infinitamente superiore ai vari cloni fantasy del Signore degli Anelli). Non saremo al livello de La Storia Infinita , di Alice, de La Fabbrica di Cioccolato ma anche Harry Potter merita di entrare nella biblioteca di ogni ragazzo e ragazza.
Dalla mia, non se ne andrà sicuro.
Ora però arriva la considerazione finale... è davvero finita qui? Queste le parole di J. K. Rwling, intervistata da Oprah :“Potrei scrivere in futuro un ottavo, nono o decimo libro della serie. Non posso escludere questa eventualità. Anche se non ne ho molta voglia. Credo di essere arrivata al traguardo con Harry Potter. Ma so anche che non bisogna mai dire mai”.
Parafrasi: “mo’ fatemi ripigliare un po’ po’ e fatemi godere i miei milioni di fan e i miei milioni di sterline... poi, fra un paio di anni, se l’offerta è quella giusta, potrei anche pensarci.”
Qualcuno di voi vuole darle torto?

1 commenti:
Sai cosa penso di Potter.... lunga vita a Timoty Hunter! (e prova a dire di no...)
Mick ;)
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