domenica 21 agosto 2011

Se leggo Supergirl e penso a Sandman e e a Buffy


Conservo molti bei ricordi dei tre anni che ho passato come traduttore per Planeta De Agostini/Magic press. Se non l’avete ancora capito mi piacciono i fumetti, quelli americani soprattutto. E mi piace tradurre. Ho sempre sperato che diventasse il mio lavoro e per un po’ di tempo ho avuto l’illusione che fosse così. Tutto è cominciato nel 2001 (ecco ora parte un momento “lasciatemelatitareunpo’ancheame”): un corso denominato “ProTr@d - Professionisti della Traduzione Letteraria” aveva lanciato un bando destinato agli studenti laureati o all’ultimo anno del loro Corso di Laurea... il bando prevedeva la selezione di 10 studenti per lingua (inglese, francese, spagnolo e tedesco) in tutta Italia per partecipare a un corso gratuito e intensivo (5 mesi circa, 8 ore al giorno, dal lunedì al sabato) di traduzione letteraria, tenuto da professionisti del ramo. Ci riuscii: riuscii a superare le prove di ammissione, quella scritta e quella orale, e a far parte dei 10 (poi saliti a 14) fortunati. Lingua Inglese, ovviamente. Il mio insegnate era Ottavio Fatica, traduttore esperto, famoso e apprezzato soprattutto per il suo lavoro su Kipling. Come dicevo, mi sarebbe piaciuto moltissimo fare il traduttore per vivere. Ci speravo. La speranza è andata a cozzare sonoramente con la dura realtà e ho fatto prestissimo ad accantonare tutti i bei propositi. Fino al 2006, quando mi sono ritrovato a lavorare sugli albi Planeta. Ecco, tradurre fumetti era davvero il sogno che si realizzava: è vero, non tutte le cose che mi capitavano sottomano erano esattamente memorabili, ma era pur sempre e prima di tutto, un piacere, un privilegio. Sono molto legato alle mie trade e ci sono rimasto malissimo quando ho visto che nella raccolta totale-globale dei “Giovani Titani” (un malloppazzo pazzesco) i tipi di Planeta hanno omesso il mio nome: per tre anni della mia vita, due volte al mese, ho messo le parole in bocca a Robin e soci e mi ero addirittura invaghito di Ravager... erano diventati di famiglia, amici. Poi ci sono state cose di cui sono estremamente orgoglioso: 100 Bullets, per esempio, o Slaine: fumetti che amo alla follia e che nella versione italiana portano la mia firma. Immagino che troviate tutto questo poco speciale, se non banale... vi sembrerò scemo se dico che prima di far parlare Batman stavo lì mezz’ora, a scegliere le parole giuste... cazzo, è il Cavaliere Oscuro! Tutto quello che esce dalla sua bocca dev’essere beh... dev’essere perfettamente Oscuro! Se non siete cresciuti a pane e Batman credo che non possiate capire. Certo ci sono delle trade di cui non vado particolarmente fiero; le prime soprattutto... ero ancora indeciso su quale pista seguire, se prediligere il dialogo spigliato a scapito della fonte o l’attinenza al testo originale. Alcune prove che credevo di aver superato brillantemente, rileggendole, mi hanno fatto davvero irritare. Una di queste è “Il Giorno del Giudizio”, divertentissima maxi saga a sfondo magico con protagonista Lo Spettro: lì per lì ero molto orgoglioso, poi mi sono dovuto ricredere... “Minchia, Tommy, come scorre male! Qui potevi fare meglio! E anche qui!”. Ma, ci tengo a precisare, non ho mai dato meno del 100%. E se errori capitavano, spesso erano dettati dalla fretta... alcune scadenze erano davvero serrate: ricordo che quando tradussi il mio primo albo di 100 Bullets ebbi 5 giorni di tempo, per 6 numeri... a cavallo di Pasqua! Sapete cos’è Pasqua per un cuoco? Beh, una vagonata di merda! E sapete come cazzo scrive Azzarello? Beh, compratevi un suo albo in lingua originale e una cassetta di aulin. Aggiungeteci l’emozione di poter lavorare su uno dei miei fumetti preferiti... Dio, che bei tempi! E quella sì, quella resta una traduzione di cui vado orgogliosissimo e magari la perfezione è di Allah soltanto ma anche il mio lavoro su quei numeri ci va parecchio vicino (poi i tipi di Planeta avrebbero accreditato la traduzione a un altro... ah, dove sono i lanciafiamme quando ce n’è più bisogno?). E, già che ci siamo, hanno accreditato ad altri anche delle mie traduzioni di Lucifer (Punto Cruciale) e di Gotham Central (numeri 37-40). Così adesso lo sapete. Cosa c’entra tutto questo con il titolo del post? Calma, calma che ci arriviamo. La prima serie che mi venne affidata fu Supergirl. La “nuova” Supergirl. Quella che aveva le copertine di quella povera stella di Michael Turner. Lì per lì la cosa mi esaltò a mostro... anche se non sapevo praticamente nulla del personaggio, vi ho già raccontato della mia passione per le superoine! L’esaltazione finì presto davanti a un fumetto decisamente mediocre che per i primi trenta numeri (fin dove sono arrivato io con le trade) non ha avuto un sussulto degno di questo nome (dopo mi dicono che la serie sia molto migliorata). Bei disegni, qualche volta, ma testi e storie davvero sottotono. Tradurlo era sempre molto divertente ma ti incazzavi comunque... tutte le volte pensavo “Gente della Diccì, datela a me sta cazzo di Supergirl! Vedete che ve la rivolto come un calzino! Vi tiro fuori delle storie che manco v’immaginate, roba che una pioggia Eisner non me la leva nessuno!”. Megalomania da pseudo-sceneggiatore. Dovessi scrivere Supergirl probabilmente farei una cagata abissale, al cui confronto quei famosi trenta numeri sembrerebbero Watchmen. Ma stiamo divagando, di nuovo. Nell’aprile del 2008 mi affidarono un volume di Supergirl per la collana Showcase, grosse raccolte di 20 e passa episodi al colpo. Si trattava della serie uscita a metà anni 90 e affidata a Peter David. E non era la stessa Supergirl. Per capirci, il personaggio ha subito diverse variazioni nell’universo DC (potete seguirle qui): l’ultima incarnazione a cui sono rimasto è Kara Zor-El, cugina del pezzo grosso. Quella Supergirl Made in Nineties era tutta un’altra cosa. Ma lasciate che vi spieghi. Quando ho visto la mole di lavoro che mi sarebbe toccata ho dovuto sedermi, prendere un bel respiro e accendere una sigaretta, onde evitare di riversare la mia furia sull’appartamento che condivido con Jijis e con i Gagnos. Venti e passa numeri a botta di 24 e rotte tavole ciascuno di una stronzata tipo quella che traducevo abitualmente erano davvero tanti. Vabbè, il lavoro è lavoro e sia sempre benedetto, però a quel giro temevo che i salti di gioia sarebbero rimasti nel cassetto. Così, come ogni buon traduttore deve fare, mi sono lanciato nella lettura preliminare del testo. Prime pagine un po’ spallato, sempre dubbioso... primo numero non malaccio, interessante (ehi, bon bon, è pur sempre Peter David! Da quest’uomo c’è solo da imparare!), secondo numero occhei, niente male... terzo numero, ehi... quarto numero, quinto numero, sesto numero, settimo... EHI! Ma che figata è questa? Dove l’avevate tenuta nascosta? E così via per ottanta numeri, raccolti in quattro volumi. Nonostante la mole imponente di pagine e i tempi piuttosto stretti è stata probabilmente l’esperienza più bella che io abbia vissuto nei mie tre anni di traduttore. La storia? Linda Danvers è una zoccola. Una zoccola pure stronza. Ma questo all’inizio non lo sappiamo. All’inizio Linda è sotto la doccia e sa che le è successo qualcosa, ma non capisce cosa. Esce da sotto la doccia, si veste e si tuffa in un mondo, il suo mondo, che non la riconosce più, tanto è diventata gentile e sensibile. E nemmeno lei si riconosce più quando di colpo si trasforma in una stangona biondissima con un simpatico vestitino di spandex con tanto di S rossa sul petto. Che cazzo è successo? E’ successo che Linda la Stronza e Matrix la B(u)ona (una delle molte incarnazioni di Supergirl) si sono fuse insieme e adesso si dividono il corpo come io e Jijis dividiamo l’appartamento con i Gagnos. Com’è che si sono fuse? Beh, il ragazzo di Linda aveva ben pensato di sacrificarla a Satana (oltre che zoccola e stronza pure satanista) e la bella e bionda Matrix aveva ben pensato di salvarle la vita donandole tutta se stessa, campionario di superpoteri compreso. Per parlarci del ragazzo di Linda e presentarcelo, Peter David ha scomodato la più bella storia di Sandman: La Stagione delle Nebbie. Ricordate? Lucifero che chiude l’Inferno e sloggia tutti i demoni? Ecco, il tipo di Linda, Buzz, è uno degli sloggiati e attualmente presta servizio per le forze del Caos. Caos che si manifesta in un fiume sotterraneo che cambia continuamente corso seminando follia e distruzione al suo passaggio e che, guada caso, in quel periodo scorre proprio sotto la città di Linda: Leesburg. Il personaggio di Buzz ricorda molto un comprimario amatissimo dai fan di Buffy: Spike. Come il vampiro ossigenato, anche Buzz parte come antagonista e si evolve lentamente fino ad ottenere un ruolo di primo piano e una sorta di redenzione malata. Le similitudini fra la Supertipa di David e la Ammazzavampiri di Whedon non si esauriscono qui: anche Linda ha una sorta di Scooby Gang e più che con i supercriminali ha a che fare spesso e volentieri con creature soprannaturali e demoniache. E visto che le due serie sono praticamente contemporanee mi pare quasi evidente che i due autori si siano influenzati a vicenza.
Peter David si è divertito a seminare un po’ di tutto durante la sua run: temi sociali come razzismo, fanatismo religioso, ecologia, turismo sessuale. Ci ha messo dentro molto disagio umano, personaggi disadattati, falsi predicatori che abusano della credulità popolare... in diversi episodi ha affrontato il tema dell’omosessualità, tratteggiando un personaggio bellissimo come quello di Andrea. E poi giù di riferimenti biblici: con Wally il ragazzo che si spaccia per Dio (e forse lo è), Lilith, il Giardino dell’Eden e gli Angeli della Terra. In tutto questo non ha tralasciato la natura più supereroistica della collana facendo comparire qua e là Young Justice, il Pezzo Grosso, Mary Marvel, Lex Luthor, l’immancabile Etrigan e molti altri.
Fra i momenti più belli che mi porterò dentro ci sarà sempre questo: io che traduco Supergirl, di sera, a maggio... la finestra della cameretta aperta e oltre Marina di Massa, che si prepara all’estate. Uno di quegli attimi di misera estasi che delimitano ciò che nella vita di piacerebbe fare per essere in pace con te stesso.

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