sabato 12 novembre 2011

Una serie dietro l'altra...

E sì, un post dove raccontare un po’ di quello che mi è capitato di vedere negli ultimi mesi, in tivì. L’estate è il periodo in cui consumo maggiormente l’articolo; avendo davvero pochissimo tempo per gustarmi un film nella sua interezza, mi piace cercare, esplorare il territorio o rispolverare cose lasciate indietro. Durante gli altri mesi dell’anno scelgo una manciata di titoli e cerco di seguirli più o meno appassionatamente: con alcuni lo faccio da anni, altra è roba fresca, di stagione appunto (ah!ah!). Ad ogni modo ecco una breve carrellata delle produzioni viste durante l’anno... ci troverete i consigli e gli sconsigli e insomma fate un po’ voi.

Cominciamo col dire che la serie più bella vista nell’ultimo anno è senza mezzi termini Rubicon e che vince per distacco. Con tanto distacco che meriterebbe un post a parte, solo che ora non ho voglia di scriverlo e fatevene una ragione. Quindi, se vi fidate un po’ di me e pensate che quel poco del mio cervello funzionante sia ancora in grado di discernere fra un bel telefilm è una cagata abissale, guardatelo. Di cosa parla? Mi limito a citare il sottotitolo che è “non tutte le cospirazioni sono una teoria.” Figo, eh? Poi... vi è piaciuto I Tre Giorni del Condor? Sì? Bene, guardate anche Rubicon. Non vi è piaciuto I Tre Giorni Del Condor? No? Guardate Rubicon lo stesso che male non fa.




Una serie di cui invece avevo detto peste e corna è True Blood... ecco, voglio fare un passo indietro e rimangiarmi tutto. Scusate, sono io che non avevo capito un cazzo. True Blood non è un a serie tv, è una soap. Fate così, guardatela dieci minuti al giorno, tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica. Minkia, meglio di Biutiful! La quarta stagione poi è soappissima e finalmente vediamo gli intrecci amorosi svilupparsi e ramificarsi e coinvolgere ogni personaggio che... ronf ronf... ah, ehm, scusate. No la quarta stagione è davvero bella e cioè non si capisce cosa c’entrino le pantere mannare, ma in compenso tutta quella nuova parte sui mutaforma... ronf ronf... ahem! sì, vabbè, insomma di roba che abbia un senso ce n’è poca. True Blood devi viverlo così, senza pensarci. Ci sono i vampiri, i licantropi, le fate, le streghe, i mutaforma, le pantere mannare, i brujos e... e... e... e occhei, lo ammetto, sono costretto a vederlo perché a Ambra interessano i glutei e gli addominali di Mr Skarsgard e i pettorali e i bicipiti del Signor Manganiello. Contenti adesso?
Uno dei miei romanzi preferiti è The Haunting of Hill House, scritto da una delle mie scrittrici preferite che poi sarebbe Shirley Jackson... e questo è più o meno tutto quello che ho da dire sul tema “case infestate”, a livello letterario. A livello cinematografico le cose vanno meglio e posso sfoderare Cannoni di Navarone del calibro di Shining, Poltergeist, The Others e volendo anche Beetlejuice. Ad ogni modo il tema (tornato in auge anche recentemente con Paranormal Activity) è sempre molto caro e sentito... il fatto che il nemico sia il posto in cui porti avanti la tua vita è un trucco che funziona spesso e volentieri perché, dai, è un nemico dal quale è piuttosto dura difendersi. American Horror Story gira intorno a questo topos dell’horror e, almeno a giudicare dalle prime due puntate, gira discretamente bene. C’è la sensazione che possa svaccare da un istante all’altro e che la magia dei primi episodi sia troppo in bilico per durare, ma finora lascia ben sperare. Merita un’occasione (e poi, cazzo, Jessica Lange per una serie tivì è fin troppo lusso!).



Sempre sullo stesso filone troviamo anche Bedlam (I Fantasmi di Bedlam, in italiano) ma, francamente, vuoi per scelte di regia, vuoi per interpretazione degli attori, vuoi per consistenza della trama, siamo diversi gradini sotto.
Altro tema caro al cinema horror, specie negli ultimi anni, è quello degli zombi (o dell’infezione, se preferite). E qua, la testa corre subito a The Walking Dead, la serie sulla quale la AMC ha puntato tantissimo (ed è stata ripagata, va detto, in termini di ascolti), tratta dall’omonimo fumetto di Robert Kirkman. Nonostante le ottime premesse e tutta la mia buona volontà, la prima stagione di WD si era conclusa in modo piuttosto deludente. Le speranze che la seconda stagione, in onda da poche settimane, potesse risollevare le sorti di quella che mi era sembrata fin dal principio un’americanata come tante (se restiamo uniti ce la faremo/la nostra famiglia è più forte di tutto/siamo stati puniti ma il genere umano merita di sopravvivere) in salsa gore sono state frustrate da una partenza peggio che loffia, contrassegnata dai pipponi interminabili del protagonista e dalle crisi isteriche delle varie protagoniste che manco despereit ausuaivs. Unica cosa da salvare: gli zombi appunto (le poche volte che compaiono) e qualche reazione più sana ed istintiva di un paio di personaggi (Shane e Daryl) che effettivamente si comportano come se il mondo fosse pieno di morti viventi e che cazzo per sopravvivere sarà pure necessario instronzirsi un po’. Speriamo in una pronta ripresa, ma la vedo grigia.
Ma allontaniamoci dall’horror e facciamo un balzo nel genere più amato da quelli che scrivono i fumetti del Crazy Camper (cioè, me!): fantasy, baby.
Il 2011 è stato l’anno di Game of Thrones, da poco presente anche nella sua versione italiana col titolo Il Trono di Spade. Tratta dal fortunato ciclo di romanzi di George R. Martin, la serie è stata senza dubbio una delle migliori visioni degli ultimi mesi... i tempi erano finalmente maturi per proporre un fantasy televisivo di qualità e la HBO ha colto la palla al balzo sfornando dieci puntate appassionanti, travolgenti. Questa prima stagione, più giocata sugli intrighi di corte e le manovre diplomatiche che sul piano del fantastico e dell’avventura, è stato un ottimo preambolo a quella che si preannuncia come una vera e propria saga destinata a sconvolgere gli equilibri del genere a livello televisivo, dettando un nuovo standard. Attori brillanti e quasi sempre nella parte, costumi e ambientazioni dettagliati e credibili, una base di partenza a prova di bomba (i romanzi sono ormai assurti allo status di cult), le uniche piccole pecche sono da imputare a una regia non sempre all’altezza del compito (specie nelle prime puntate, dove la narrazione viene dilatata eccessivamente)... ma si tratta di manchevolezze piccole piccole e assolutamente perdonabili. Da vedere.



Non so invece molto di Camelot, la serie Starz ispirata al ciclo arturiano... non ne so molto perché quando durante la prima puntata ho visto che i panni di Merlino li avrebbe vestiti Joseph Fiennes, ho perso tutto l’entusiasmo. Non me ne voglia Joseph, ma dopo la tragicomica esperienza di Flash Forward non riesco a prendere seriamente nessun progetto che lo veda coinvolto. Magari fra qualche mese mi passerà, vedrò Camelot e scoprirò che è un gioiello che avevo sottovalutato: dalla prima puntata è dura che le cose si sviluppino in questo senso, ma mai disperare.
Quest’estate, in preda al delirio della stagione ho deciso di vedere le ultime due stagioni di una serie che avevo bocciato senza appello. Tanto mi era piaciuto Buffy quanto mi aveva fatto cagare il suo spin off, Angel. Salvo qualche momento divertente (marchio di fabbrica di Whedon) mi era sembrato tutto tirato via: a partire dai mostri ridicoli e dalle peripezie che il povero vampiro con l’anima (un David Boreanaz imbolsito e al minimo della forma... guardatelo adesso su Bones, che fiore che è) era costretto ad affrontare di volta in volta. Ero riuscito a resistere per ben tre stagioni poi avevo semplicemente gettato la spugna, sperando che la prolungata visione di quella schifezza non rovinasse il mio giudizio sulla serie madre. Ma quest’estate, in preda a d un attacco di nostalgia nei confronti della bionda ammazzavampiri di Sunnydale e reduce dalla lettura di Astonishing X-Men del buon vecchio Joss, ho deciso di riprovarci. Ed effettivamente, non è andata male. Va bene, i mostri sono sempre credibili a livello cosplayer della domenica, però nelle ultime due stagioni le vicende assumono un taglio più serrato e coinvolgente e qua e là fanno capolino con più insistenza tutte le tematiche che mi avevano fatto amare Buffy. Ci sono due momenti molto toccanti (nel finale della quarta stagione e verso la metà della quinta)e il ritorno in gioco di Faith e Spike vale, alla fine, il prezzo del biglietto. A differenza di Buffy, Angel non ha goduto di un finale degno di questo nome. L’ultima puntata “Non svaniremo” (mai titolo fu meno azzeccato) lascia ancora tutto in piedi: probabilmente gli autori si aspettavano il rinnovo per una sesta stagione che è arrivata solo a fumetti e che io, francamente, non mi sono sentito di affrontare. Va bene che le ultime quaranta puntate hanno risollevato il mio giudizio sullo serie, ma non l’hanno fatto abbastanza da farla passare da intrattenimento a passione. Ad ogni modo, se proprio devo esprimere un desiderio, mi piacerebbe rivedere il vecchio Whedon all’opera anche su una serie tivì. Dopo aver adorato Buffy e Firefly, dopo essermi ricreduto su Angel, pensare che la sua ultima fatica debba restare il non esaltante Dollhouse mi lascia un po’ l’amaro in bocca (vale però la pena ricordare che il “non eccelso” di Whedon equivale all’eccelso di molti suoi colleghi). C’è bisogno dell’ironia del vecchio Joss, delle sue situazioni rocambolesche e dei suoi personaggi umani ed imperfetti. In un momento in cui tutti sembrano prendersi troppo seriamente il suo ritorno sarebbe una manna.
Passiamo ora al capitolo che voglio intitolare “Serial Killer/Sbirri Corrotti/Drogati all’ultimo stadio” in onore di un brano dei Walla Walla College, un gruppo delle mie parti. La parte Serial killer prevede appunto le gesta del famigerato Dexter Morgan, gesta giunte ormai alla sesta stagione, quando a mio modesto avviso, avrebbero dovuto fermarsi un anno fa con l’unico finale possibile: Dexter viene sgamato. Quello che sarebbe successo in seguito l’avrebbero deciso gli autori... arrestarlo, ucciderlo, spedirlo sulla sedia elettrica, farlo fuggire in sudamerica... avrei accettato di buon grado qualsiasi soluzione. Tranne quella di continuare a fargli fare lo pseudo serial killer... perché dai, ormai il giochino ha stancato, non ci caschiamo più... Dexter non è un serial killer, è un giustiziere. E fra le due cose ci passa l’oceano. Molti di noi si erano avvicinati al personaggio con la curiosità di dare un’occhiata ai meccanismi che governano la mente di un predatore di uomini, privo di emozioni tranne la gioia brutale provata durante le uccisioni... volevamo dare un’occhiata nella testa del Mostro. Se avessimo voluto vedere una brutta copia di Charles Bronson ci saremmo recuperati qualche bel filmazzo made in Seventies. Continuo a seguire questa serie per due motivi soltanto: uno, piace a Jijis (anche se pure lei ultimamente sta vacillando), due, mi auguro sempre che Dexter rinsavisca e si metta ad ammazzare nell’ordine: Deb, La Guerta, Batista, Quinn e compagnia cantante... farei un’eccezione giusto per Masuka. In quest’ultima stagione gli autori hanno tirato in ballo addirittura il tema religioso, con tanto di Apocalisse a corollario. No, davvero non ci siamo. Di tutt’altra pasta sono i romanzi del creatore del personaggio, Jeff Lindsay: le avventure letterarie di Dexter e quelle televisive combaciano solo nella prima stagione/primo romanzo... dopo, seguono due sentieri diversi. E il Dexter letterario, fidatevi, continua ad essere molto, molto oscuro.
Qualche mese fa mi ero scomodato per scrivere addirittura un post sulla serie di cui voglio parlarvi adesso. Lo avevo fatto canzonandola un po’ per via delle pesanti allusioni a Twin Peaks (vi prego di notare la foto promozionale a destra), ma trattandola sostanzialmente bene. Ecco, errore mio. Dopo un pilota interessante The Killing alla lunga si è rivelato un prodotto mediocre, sfilacciato e povero di spunti. Come già detto, tutto gira intorno all’indagine sull’omicidio di una ragazza, Rosie Palmer... una brava ragazza, a cui tutti sembrano volere un bene dell’anima e a ragione. Verrebbe da pensare che l’indagine si rivelerà il classico vaso di Pandora che una volta scoperchiato causerà un bel po’ di putiferio.... beh, no. Almeno non nella misura in cui ci aspetteremmo. Se l’omicidio di Laura Palmer portò a galla una provincia americana malata, sordida e delirante, quello di Rosie non porta a galla un bel niente se non qualche scena degna del peggior melodramma. Inoltre, mentre Laura da morta restava pur sempre un personaggio vivido, intenso, ben piantato nella storia, di Rosie non sappiamo e per un bel pezzo continuiamo a non sapere niente... non è nemmeno un pretesto per una riflessione, è solo una tizia che qualcuno ha ucciso e della quale perfino i genitori tendono a scordarsi velocemente. La prima stagione di The Killing si trascina per una decina di puntate, girando clamorosamente a vuoto, salvo gettarsi in un cicciammucchia di eventi finali senza capo né coda. A uscire indenne da questa sagra delle banalità è solo la brava Meirelle Einos che con l’interpretazione della nevrotica detective Linden solleva un po’ le sorti di questa opaca serie.
Tutt’altro che opaca è la serie francese Braquo che potremmo tranquillamente sottotitolare “Il vecchio trucco del poliziotto cattivo e del poliziotto cattivo”. Quasi un remake di The Shield, Braquo ci tira in mezzo alle vite di Eddy, Théo, Walter, Roxane, quattro sbirri che pur di salvaguardare la propria visione del mondo e della legge non si fanno problemi a colpire basso e a sguazzare nel fango. La cosa più mite che sono soliti fare è trangugiare bottiglioni di whisky... in servizio, chiaramente. E altrettanto chiaramente, se questi sono i buoni, potete immaginarvi i cattivi. Eccessiva, forse perfino troppo in alcuni punti, Braquo sfoggia comunque una fotografia perfetta, una regia serrata, attori bravissimi e dialoghi fulminanti. Se non è stata una rivelazione, poco ci è mancato.


Una serie che invece non è più una rivelazione da un bel pezzo ma resta sempre una grandiosa conferma è Breaking Bad, di cui vi avevo già parlato qui. La quarta stagione non parte benissimo, a onor del vero, e per le prime sei puntate fatica a carburare... ma quando finalmente decolla, gente, c’è da tenersi e da tenersi forte. L’unica cosa è che proprio non sopporto la moglie del nostro Dio della Meth... un consiglio per il prossimo giro? Ragazzi, meno Skyler e più Saul Goodman e raggiungeremo la perfezione.
Allontaniamoci da polizieschi, crime e quant’altro per andare a trovare la nostra amica sci-fi. Amica che, diciamocelo, ha visto giorni migliori. Da poco è ripartita una delle mie serie preferite, Fringe: dopo una terza stagione iniziata magnificamente, proseguita maluccio e finita con un colpo di coda che l’aveva riportata miracolosamente in auge, è arrivata una quarta stagione che mi sta lasciando piuttosto perplesso. Siamo ancora agli inizi, vero, c’è abbondante tempo per recuperare... ma fra un frizzo e un lazzo sono volate già quattro puntate. Okkio, gente, che non siete Lost... qui alla prima cagata vi segano le gambine. Mentre devo trovare le forze per guardare il tanto pubblicizzato Terra Nova (di cui non sento parlare un granché bene) voglio citare una serie che mi ha decisamente sconvolto in quanto a bruttezza: si tratta di Falling Skies. Ecco, non sentivo particolarmente bisogno di una nuova serie sugli invasori alieni brutti e cattivi. Non sentivo particolarmente il bisogno di una nuova serie in cui gli amerregani devono sventolare ai quattro venti i soliti concetti triti e ritriti che ormai penso abbiano stufato anche loro (se restiamo uniti ce la faremo/la nostra famiglia è più forte di tutto/siamo stati puniti ma il genere umano merita di sopravvivere.... ah, l’ho già usata per Walking Dead? che strano...). Allora perché l’hai vista, direte voi? Ora vi spiego. Per un attimo, ma solo per un attimo, proprio quando stavo per mollarla, ho avuto la sensazione che la trama prendesse una piega interessante... ho avuto la sensazione che gli autori si fossero letti quel capolavoro senza tempo che è L’Eternauta e che si fossero decisi a plagiar... err, a trarne ispirazione. Falso allarme. Purtroppo.
Misfits invece non è proprio una serie di fantascienza. E non è proprio una serie super-eroistica. E non è proprio un teen drama. E... insomma Misfits è Misfits. Una serie che ho amato alla follia. Che però, già nella stagione scorsa aveva palesato i limiti di una struttura narrativa ripetitiva. E’ brutto dirlo, ma buona parte della baracca la teneva in piedi il personaggio di Nathan, interpretato da Robert Sheenan. Quando ho appreso che l’attore non sarebbe tornato per una terza stagione ho cominciato a preoccuparmi. E ne avevo motivo. La prima puntata del nuovo corso di Misfsits è stato quanto di più deludente potessi aspettarmi. Non solo i personaggi vecchi non evolvono, la trama di fondo non evolve... al tutto è stato aggiunto un improbabile sostituto di Nathan, tale Rudy... un personaggio talmente odioso e falsamente eccessivo da essere quasi inguardabile. Capiamoci, Nathan era un coglione, ma era un coglione adorabile. Questo nuovo tizio è un coglione che prenderesti a badilate in faccia dalla mattina alla sera. Mi farò coraggio e guarderò anche le prossime puntate (oh! se ho visto Falling Skies...) ma ho paura che la mia luna di miele con Misfits sia decisamente finita.
Restiamo in tema supereroi o presunti tali. Ricordate qualche anno fa? Heroes? Dio, avevo adorato la prima stagione di quella serie! Ora che mi è passata la nausea per le stagioni successive e che sono riuscito a rimuoverle quasi del tutto dai miei ricordi, posso ripensare a quelle prime ventitre puntate con tutto l’affetto che meritano. Come per Buffy, mi mancava una serie su supereroi atipici... prima di svaccare (ma ripeto, speriamo in una pronta ripresa), c’era stato Misfits a compensare la perdita... ora ho scoperto quest’altra roba chiamata Alphas. Questa serie made in SyFy pesca un po’ da Heroes, appunto, un po’ da X-Men e un po’ dal già magnificato Rubicon. Il risultato non è esplosivo come si potrebbe pensare ma non è nemmeno da buttare via... per ora (ho visto sei puntate) si sta rivelando un buon surrogato. Si nota che il budget a disposizione per il progetto non è dei più corposi ma, per fortuna, è stato saggiamente investito per arruolare David Strathairn (ricordate Good Night and Good Luck? la sua interpretazione di Edward R. Murrow mi dà ancora i brividi) nel ruolo del “Charles Xavier” di turno, il carismatico Dottor Rosen. Vediamo come va a finire.




E questo è quanto: l’ultima menzione va a due serie che ho appena cominciato a seguire e che mi sono ripromesso di aggiungere al mio carniere. Homeland è un cocktail a base di thriller e spionaggio e potrebbe attenuare la perdita di Rubicon... gli attori giusti ci sono, l’idea di base funziona (un marine viene recuperato dopo otto anni di prigionia in medio oriente... e mentre tutti lo accolgono come un eroe nazionale c’è chi sospetta che possa aver fatto il proverbiale salto della quaglia, passando ad Al-Qaeda) e ora non resta che vedere come si sviluppa la fazzenda. L’altra serie è di tono tutto diverso: Death Valley è una commedia horror, una specie di mockumentary che segue le imprese di un’unità di poliziotti alle prese con un’invasione di zombi, licantropi e altre amenità in California.

E con questo, stavolta ho chiuso davvero e vi lascio con il trailer di un’altra serie che in molti stiamo aspettando con trepidazione...




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