giovedì 23 febbraio 2012

Questo Uichend...

Passate a trovarci, oks? Se non per i fumetti, perché abbiamo caramelle alla frutta e mentine e toffee per tutti voi!

venerdì 17 febbraio 2012

Fantasmi e Spettri

Anche i Giochi di Ruolo hanno le loro star, ci mancherebbe. La più famosa e brillante resta sempre e comunque il Signor Gary Gygax, meglio noto come il primo Dungeon Master, l’uomo responsabile della creazione e della successiva popolarità di Dungeons & Dragons e della sua versione Advanced... così popolare, il mio amico Gary, da finire addirittura in una puntata di Futurama... così popolare che anche un ragazzetto italiano (me), negli anni ottanta aveva il logo della sua dita di giochi (la TSR) scritto con l’uni posca sullo zaino, accanto a nomi quali Guns N’ Roses e Iron Maiden. Se i creatori dei videogiochi si avviano a diventare le star supreme del futuro, scalzando a colpi di joypad e tastiera cantanti, musicisti, scrittori, fumettisti, registi e attori (“Morte alla Strega Allegra Geller!” Ricordate? Dio, quel Cronenberg...) anche i creatori di giochi di ruolo sono state figure di culto e hanno goduto di una certa fama unita a un certo alone di leggenda.


Uno di questi personaggi, Mark Rein Hagen, salì alla ribalta agli inizi degli Anni Novanta proponendo addirittura un genere: il gothic punk, di cui avevo parlato già in questo post. I giochi della White Wolf, questo il nome della casa editrice, erano distanti anni luce dall’estetica e dalle tematiche dei classici gdr: i personaggi venivano improvvisamente catapultati in un Mondo di Tenebra, un riflesso oscuro e distorto della nostra realtà, e diventavano i mostri, i “cattivi”. Anche graficamente i giochi White Wolf abbandonavano le ispirazioni Frazzettiane che contraddistinguevano D&D e i suoi epigoni, in favore di uno stile d’illustrazione più grafico e più vicino al mondo del cinema horror e del rock indipendente. Artisti come Tim Bradstreet e il sandmandiano Vince Locke andavano a costruire l’immaginario di una nuova generazione di giocatori, con meno draghi per la testa e più Joy Division nelle orecchie. Il 1994 fu l’anno in cui l’estetica del Gothic Punk raggiunse l’apice: nelle sale cinematografiche usciva infatti The Crow, quasi un manifesto del genere, un film che come sceneggiatura sembrava avere la trascrizione di una seduta di gioco nel Mondo di Tenebra. La stessa atmosfera, gli stessi personaggi, la stessa musica. Quasi contemporaneamente usciva nelle librerie anche Wraith: The Oblivion, il quarto gioco della White Wolf, dedicato ai Fantasmi. Un’accoppiata micidiale. Comprai la prima edizione di Wraith alla Borsa del Fumetto di Milano: in quel periodo mi trovavo nel capoluogo lombardo per servire la patria e fra le poche cose che mi aiutavano a superare la mia condizione c’erano, appunto, quei viaggetti alla Borsa per rifornirmi di fumetti e manuali vari. Ricordo che Wraith mi sconvolse subito. Aldilà dei contenuti, era proprio la grafica ad essere fuori scala: anche se non giocate ai giochi di ruolo e non v’interessa farlo, datemi retta... recuperate il manuale di Wraith, fosse solo per tenerlo lì, in mezzo agli altri libri di illustrazione. E’ un capolavoro. 
La copertina della prima Edizione di Wraith...
 il titolo era visibile solo al buio!
I contenuti poi... con Wraith Mark Rein Hagen ha portato il suo Gothic Punk a un livello di cupezza estremo... vi basti dire che il volume si apriva con una poesia intitolata Escrescenza Tumorale, poche righe tra il romantico e il delirante intervallate dal testo di “Heresy” dei Nine Inch Nails. In Wraith tu interpreti un fantasma e tutto il sistema di gioco è basato sulla tua lotta, esterna ed interna, contro l’Oblio, inteso come forza che vuole strapparti dai tuoi legami con la vita e dai tuoi affetti, rimasti oltre il Sudario (il velo che ti separa dalle Skinlands, le Terre dei Vivi) e come forza che sta divorando il creato stesso dalle sue fondamenta... un labirinto nero dal quale vengono vomitati fuori spettri deformi, tempeste nere e limacciose e ogni sorta di orrore concepibile. La vicinanza temporale con Il Corvo sulle prime rese questo gioco ingiocabile: la prima volta che ci trovammo a fare i personaggi vennero fuori quattro fotocopie di Eric Draven. Più avanti riuscimmo a farlo partire degnamente e ricordo le sessioni di gioco a Wraith come alcune delle esperienze più coinvolgenti che abbia mai vissuto: le ricordo con lo stessa partecipazione che riservo ad alcuni dei miei romanzi e dei miei fumetti preferiti.
Tutto questo per dire... ho ricominciato a giocare a Wraith! E ho anche cominciato a scrivere una storia di fantasmi; non è una storia nuova, è un po’ che la covo e no, non credo di volerne fare un fumetto. Stavolta mi piacerebbe scriverla e basta e magari postarla anche su queste pagine, quando sarà il momento.
E già che siamo in tema, aggiungo anche questa segnalazione:


è un telefilm inglese che affronta la materia appena trattata e non è malissimo, affatto. Superate le prime due puntate (un po’ pallosette) e vedrete che prende il largo alla grande.
E questo è quanto, per oggi.

mercoledì 15 febbraio 2012

Inbetween Days

Un inizio d’anno un po’ così sta complicando la vita di questo blog. Della serie, mi piacerebbe scrivere di più, più spesso, ma devo inevitabilmente fare i conti con diverse robe (alcune allegre, altre meno) che m’impediscono di farlo. Così, nella speranza che le settimane venture portino più energie e più tempo libero e magari anche un po’ di entusiasmo (che al momento è un po’ bassino), approfitto di questa piccola finestra per postare una simpatica et divertente immagine promozionale che tanto ci tenevo a mostrarvi. 

Trattasi di una cosa talmente figa ed esaltante, un tale tripudio di gnuranza che per ora è meglio non parlarne troppo dettagliatamente... ma il post precedente a base di incantesimi e pallottole potrebbe essere di buon auspicio e noi auspichiamo che tanto, male male non fa.

Poi, fra una settimana arriverà Mantova Comics, il classico appuntamento con cui si apre la parata di fiere del fumetto: il Camper ci sarà.
Mantova segna un po’ l’apertura ufficiale dei lavori... e anche se in realtà i lavori sarebbero già partiti e sarebbero pure ben avviati, dopo Mantova si entrerà ufficialmente nel vivo della produzione degli albi che presenteremo ufficialmente solo a Lucca (e forse, ma solo forse e sperando che tutto fili liscio, anche prima).

Vi lascio con un paio di segnalazioni che avevo ingiustamente trascurato nei mesi appena trascorsi: bravi ragazzi che parlano di noi qui e qui!

giovedì 2 febbraio 2012

Sul Sentiero del Vettore...

Molti grandi romanzi fantasy (come la stragrande maggioranza delle opere letterarie di rilievo, di qualsiasi genere) sono, effettivamente, lasciti; Il Signore degli Anelli su tutti. Quando li leggi puoi provare, oltre alle naturali sensazioni generate dalle vicissitudini dei personaggi, una gamma supplementare di emozioni riguardanti l’opera in sé che comprendono ammirazione (in certi casi addirittura “venerazione”) e rispetto. La proverbiale strada che conduce all’emulazione, insomma. E di emuli è piena la letteratura fantasy: molti cicli non sono altro che rivisitazioni e interpretazioni di altri cicli. Anche opere originali e innovative come le avventure di Elric di Melnibone nascono in realtà in contrapposizione, in risposta a opere già esistenti (Elric in particolare nasce come “negativo” di Conan). Ma tornando al discorso iniziale... un lascito è qualcosa di grandioso, qualcosa che ti permette di identificare velocemente le tue passioni e incanalarle in una tradizione prestigiosa... ma ogni lascito difetta di un solo, piccolo particolare: non lo hai vissuto. Immaginate di aver letto “La Compagnia dell’Anello” nel lontano 1954... la sensazione di essere di fronte a qualcosa che segnerà la storia della letteratura e darà il via a un vero e proprio filone. Non so come spiegarlo... è di più che essere semplicemente dei lettori, è come sentirsi parte del cambiamento, sentirsi a bordo del vascello. Raramente ho avuto la sensazione di vivere la storia del genere fantasy... molto più spesso ho avuto la sensazione di rivivere qualcosa che avevo già attraversato, in altre pagine. E non è una cosa sgradevole, per carità... Terry Brooks e il suo interminabile Ciclo di Shannara ne sono l’esempio. I romanzi dello scrittore americano, soprattutto i primi, sono e restano letture gradevoli e appassionanti, benché, questo duole ammetterlo, prive di originalità.
Originalità che non difetta senz’altro al ciclo della Torre Nera, di Le Roi.
Quando lessi il primo romanzo, “L’Ultimo Cavaliere” avevo sedici anni: si trattava della primissima edizione italiana e, al tempo, manco sospettavo che fosse il primo mattone di una lunga saga... in effetti, sulla copertina dell’edizione che custodisco ancora gelosamente, non si fa riferimento alcuno alla Torre Nera.
Un piccolo break per parlare del mio rapporto con Stephen King. E’ uno scrittore che ho sempre amato. Non riesco a finire un suo romanzo da una decina d’anni circa (dai tempi de “La Torre Nera”, appunto), ma ciò non toglie che lo abbia sempre amato. Avevo quattordici anni quando lessi “Pet Sematary”: riuscì a non farmi dormire, bissando l’impresa che prima di allora era riuscita soltanto a un film: “L’Esorcista”. Sono stato un fedele sostenitore del Re per anni: in età adolescenziale, mi sono commosso profondamente alla fine di “It” (e pensare che dopo le prime sessanta pagine volevo abbandonarlo!) al punto di metterlo nella top ten dei miei romanzi preferiti di sempre. “L’Ombra dello Scorpione”, “La Zona Morta”, “Misery” sono altre tre torce che rischiareranno in eterno la galleria dell’ingegno umano, tre falò accecanti accanto ai quali ardono molte altre piccole fiammelle... romanzi e, soprattutto racconti (forma letteraria in cui il re è micidiale al pari di una altro suo illustre collega... l’Uomo del Texas!) che compongono un universo creativo improntato alla più assoluta originalità.
Ma la Torre Nera è qualcosa di più, beibi. La Torre Nera è fantasy. E’ facile accreditare King fra i maestri dell’horror... viene un po’ meno naturale farlo col fantasy. Ma è questo che è. La Torre Nera non paga debito nei confronti di nessun romanzo fantasy precedente... certo, qua e là sono disseminati omaggi ad altre saghe fantastiche... ma omaggio ed emulazione sono due arti ben distinte e non assimilabili. Nella Torre Nera King ha inserito elementi disparati provenienti dall’immaginario tipico americano e, in larga parte, occidentale, ha affrescato un universo unico in cui vanno a braccetto Sergio Leone, Il Mago di Oz, l’incubo nucleare, gli anni delle tensioni razziali, gli anni dell’eroina, Shakespeare, Robert Browning, il Ciclo Arturiano, I Beatles e chi più ne ha più ne metta. Tutto in perfetto equilibrio, tutto saggiamente dosato.
Quando lessi per la prima volta “L’Ultimo Cavaliere” compresi all’istante di stare finalmente vivendo la storia del fantasy: stavo cavalcando la tigre, ero a bordo. Avrei potuto dire di aver vissuto una stagione gloriosa per il mio genere letterario preferito e questo, signori miei, è qualcosa che trasmette tanta, tanta euforia.
Per ammissione stessa del Re, la Torre Nera non è stato un ciclo studiato a tavolino; si è trattato bensì di un’opera in divenire, i cui tasselli sono andati a comporsi un po’ alla volta, nel corso degli anni. Stephen King è partito da un’immagine e ha cominciato a disegnare intorno ad essa, ispirato il più delle volte da ciò che stava accadendo nella sua vita... con ogni probabilità, si tratta della sua opera più sentita e viscerale. E’ evidente che all’inizio del lungo viaggio di Roland, il narratore avesse le idee confuse sul passato del suo personaggio, su Gilead, sul Medio-Mondo, sulla Torre Nera stessa.
Per sua stessa ammissione molte cose le avrebbe scoperte solo in seguito.
Ma andiamo con ordine: tutto inizia con Roland Deschain, ultimo Cavaliere di un mondo che “è andato avanti”, ultimo discendente di una dinastia di custodi della pace che risaliva al leggendario Arthur Eld (Re Artù). All’inizio sappiamo solo che il regno di Roland (Gilead, una versione western di un reame feudale) e i suoi Cavalieri (I Pistoleri) sono caduti e che l’unico superstite è in marcia attraverso un mondo devastato in stile Mad Max (il Medio-Mondo) verso un luogo mistico (La Torre Nera, perno di tutti i mondi e tutte le dimensioni) nella speranza di dare una raddrizzata al tutto. King ha detto che la prima fonte d’ispirazione per tutta l’epopea è stata il poema “Childe Roland to the Dark Tower came” di Robert Browning... una dichiarazione che già lasciava presagire una sorta di discesa nell’incubo, un viaggio folle avanti e indietro nei piani di esistenza della realtà e nell’animo umano. Ma, come già detto, le influenze sono molteplici.
Come in ogni romanzo fantasy che si rispetti, Roland intraprende, appunto, un viaggio... e non lo fa da solo, bensì con la proverbiale “Compagnia”, chiamata qui Ka-Tet, termine che sta più o meno a significare “gruppo di persone accomunate dallo stesso destino”. King riscrive però questo topos del fantasy intrecciandolo con tematiche più fantascientifiche come il viaggio nello spazio-tempo: i suoi compagni di avventura (Eddie, Susannah e Jake) provengono infatti dalla nostra Terra e da epoche differenti (l’eccezione è Oy, un bimbolo, una specie di procione-opossum più sveglio, una creatura originaria del Medio-Mondo). Roland e il suo Ka-tet andranno avanti per ben sette romanzi... e conoscendo la proverbiale abbondanza creativa del Re succederà praticamente di tutto.
Io scinderei i romanzi in due grossi tronconi: quelli precedenti il tragico incidente del 22 giugno 1999, in cui King rischiò la vita (L’Ultimo Cavaliere, La Chiamata dei Tre, Terre Desolate e La Sfera del Buio) e quelli successivi (I Lupi del Calla, La Canzone di Susannah e La Torre Nera).
I primi quattro comparvero a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, mentre gli ultimi tre uscirono nel giro di un anno e mezzo (dal 2003 al 2004), dopo una pausa di cinque anni dal quarto.

Il Primo Blocco – L’Età dell’Innocenza


“L’Uomo in Nero fuggì nel deserto, ed il pistolero lo seguì”.
L’incipit è di per sé leggendario. Una riga in cui si può condensare già tutta la tensione, una sinossi involontaria e perfetta di quello che ci aspetterà nelle prossime pagine. L’Ultimo Cavaliere è il romanzo più “ingenuo” della serie. King lo scrisse da giovane e difatti contiene molti difetti tipici della gioventù: frequenti e sconsiderati voli pindarici e tanta, forse troppa, voglia di stupire. In seguito, alla vigilia della trilogia finale, il Re ne avrebbe dato alle stampe una versione riveduta e corretta, aggiornata secondo la cosmologia da lui stesso creata e definita negli ultimi anni. Ma la prima versione del romanzo resta un magnifico sfoggio di creatività con punte che sconfinano addirittura nel delirio (il confronto finale tra Roland e Walter o’Dim, sulla spiaggia del Mare Occidentale). Si tratta di un romanzo relativamente breve, più asciutto rispetto ai canoni di King, ma denso di personaggi e situazioni memorabili. Quando lo lessi per la prima volta rimasi oltremodo affascinato dalle parti in cui veniva descritto il medioevo western in cui era cresciuto Roland: l’addestramento sotto le ruvide cure di Cort, il rito di passaggio dei Pistoleri... era semplicemente geniale. Se c’è una parola che può definire il genere western è “mitico”... sposare western e medioevo fantasy era un passaggio logico, ma solo King è riuscito a farlo con tanta maestria. Nei romanzi successivi, “La Chiamata dei Tre” e “Terre Desolate”, il Re ha preferito concentrarsi sul viaggio di Roland introducendo uno stuolo di creature e personaggi impareggiabili: Eddie, Susannah/Detta Walker/Odetta Holmes, le Aramostre, Jack Mort e quello che resta uno dei suoi cattivi meglio riusciti... Blaine il Mono. Perché un duello tra un pistolero e un treno senziente, beh... non so quante volte si sia visto. Il medioevo fantasy che tanto mi aveva affascinato è tornato però nel quarto volume “La Sfera del Buio”: capitolo quasi interamente dedicato alla giovinezza di Roland e al suo grande amore: una vera e propria abbuffata per chi, come me, aspettava quella storia da quasi dieci anni. I primi quattro romanzi condividono, oltre a una discreta distanza temporale nel concepimento, una sorta di crescita creativa... siamo partiti sapendo poco e nulla del mondo e del viaggio di Roland e, un volume alla volta, le cose hanno cominciato piano piano a delinearsi... come se lo scrittore si stesse chiarendo le idee col passare degli anni, in un percorso logico e creativo che andava di pari passo con la sua esperienza. Il concetto di Torre come perno diventerà focale per capire non solo il ciclo del ka-tet di Roland, ma anche tutta l’opera kinghiana. Se gli universi ruotano intorno alla Torre Nera, tutti i romanzi di King hanno cominciato ben presto a ruotare attorno a  questa saga. Anche le opere antecedenti all’Ultimo Cavaliere hanno finito per confluire in quest’universo narrativo e personaggi, luoghi e situazioni visti precedentemente e in seguito hanno torvato modo di allacciarsi a questa gigantesca epopea. E allora ecco tornare Randall Flagg de “L’Ombra dello Scorpione” e Padre Callahan de “Le Notti di Salem” mentre citazioni al mondo della Torre sono facilmente rintracciabili ne “Il Talismano”, “La Casa del Buio”, “Insomnia” e perfino in “It”.
I primi quattro romanzi del ciclo restano il prodigio, la meraviglia, il vero cuore pulsante della saga... una pietra miliare del fantasy a cui ogni appassionato del genere non potrà fare a meno di guardare in futuro.

Il Secondo Blocco – L’Età della Ragione.

Se per leggere i primi quattro romanzi della saga avevo dovuto penare una decina d’anni e passa, gli ultimi tre me li sono potuti sbaffare in un anno e mezzo. Tanto ha separato l’uscita de “I Lupi del Calla” da quella de “La Torre Nera”. Comincio dicendo una cosa che a molti fan di King potrebbe non andare giù, ma tanto vale essere chiari fin da subito: mi sono piaciuti pochetto. Per l’amor del cielo, ne riconosco l’importanza, l’originalità, ma trovo che manchino della componente che mi aveva fatto appassionare al Primo Blocco: il buzzo. La trilogia finale sembra scritta più di testa che di buzzo e sembra scritta troppo in fretta. Anche qui, non fraintendetemi... scritta in fretta non vuol dire scritta male. Solo che si è passati da quattro volumi dilazionati in quasi vent’anni (volumi in cui, ribadisco, si notava una crescita coscienziosa dell’opera), a tre volumi in un battito di ciglia. Molte delle idee disseminate nella trilogia finale potevano essere approfondite con più cura e più calma... mi sento di dire che in certi capitoli ci sia tanta di quella carne al fuoco, ma tanta di quella BUONA carne al fuoco da cavarne fuori almeno un altro romanzo... idee fantastiche che invece sono state disgraziatamente condensate. Altre parti, di contro, mi sembrano più appiccicate lì per far tornare i conti o perché in quel momento a King sfagiolava quella trovata in particolare. Insomma, potevi aspettare, Stephen. E poi, il finale... il finale non mi è andato giù. E il fatto che tu ti sia preso addirittura un capitolo per spiegarmi che quello era il finale (e pace all’anima di noi poveri stronzi che ti abbiamo seguito per tutti quegli anni) vuole dire che non eri convinto neanche tu. E puoi inventarti tutti i giri di parole che vuoi, puoi addirittura scaricare la colpa su di me (cosa che hai fatto)... ma ciccio bello, tu sei lo scrittore e sei libero di scrivere quello che ti pare, è sacrosanto... e io sono il lettore e sono libero di mandarti affanculo, capisci, aye? Che molta gente si è privata di qualcosa per i tuoi romanzi e tu non puoi permetterti di scaricare il barile su di noi se ti è venuto in mente un finale del cazzo. Quindi, abbassa di molto il crestino, intesi? E la prossima volta che ti sale la spocchia perché non sai cosa fare, invece di accampare penose giustificazioni condite da banalità tipo “l’importante è il viaggio, non la meta”, apri l’ultima pagina de “Il Signore degli Anelli” e prova a pensare a Sam davanti alla porta di casa, prova a metterti al suo posto e ripensa a tutti i brividi che hai provato quando hai letto quelle ultime, semplici parole: “Sono tornato”, disse.
Vabbè, perdonate lo sfogo. E ripeto, questo è il mio punto di vista e non danneggia minimamente la stima e la considerazione che ho di un’opera che reputo assolutamente seminale.

Il Terzo Blocco – Finché c’è vita...

Fra poche settimane uscirà l’ottavo romanzo della saga. Sì, avete capito bene e forse lo sapevate già. Non stiamo parlando di un’operazione come la riduzione a fumetti messa su con l’aiuto di Mamma Marvel (operazione che al tempo avevo recensito qui). Non si tratterà di un racconto lungo come “Le Piccole Sorelle di Eluria” pubblicato nella raccolta “Tutto è Fatidico”. Si tratterà di un vero e proprio romanzo: Il Vento attraverso la Serratura. Qui potete leggere le prime cinque pagine.

Io un’idea me la sono fatta e sono sicuro che questo ottavo capitolo sarà bellissimo. Volete sapere perché? Perché era impossibile che dopo la corsa a perdifiato dei tre volumi finali, con tutte le loro imperfezioni, il Re ci avesse raccontato tutto sul Medio Mondo. E perché stavolta ha fatto le cose con calma e non ha risposto a nessuna urgenza, se non quella naturale di uno scrittore che sente di doverci narrare qualcosa. Tra l’altro, si tratterà di un romanzo che andrà a incastrarsi tra La Sfera del Buio e I Lupi del Calla; non sarà un seguito. Così, mentre il progetto per una serie cinematografica o televisiva continua a rimpallare di studio in studio con il buon Ron Howard a fare da garante (le ultime notizie vogliono la HBO interessata alla realizzazione... e visto l’ottimo lavoro fatto con Il Trono di Spade c’è solo da incrociare le dita) King se ne esce con questo colpo a sorpresa che alimenterà senz’altro l’alone di leggenda che già permea la sua meravigliosa saga. Ormai, a tutti gli effetti, un nuovo lascito della letteratura fantasy.